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Parallelismi impossibili

Putin e Berlusconi: il sovrano e l’eletto

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1. Per piacere non venitemi a raccontare che sono uguali. E neanche che si assomigliano. Lasciate perdere il fisico e la differenza tra chi va a cavallo e chi è Cavaliere. La differenza è sostanza. La differenza è Politica.

Il Nostro non riesce neanche a scegliersi gli amici. Dicono che lui non se li sceglie. Se li paga. Sarà. Però se li paga o li paga poco o li paga male. I fedelissimi ti esibiscono facce che quelli della ridotta della Valtellina al confronto avevano vinto. E con gli altri è happening. Si candidano malgré lui. Fanno partiti e partituscoli per conto proprio. Lo trattano che neanche la suocera; e magari persino lo ribaltano. Manco gli avesse finanziato la ricreazione. Se poi prova non dico a farsi restituire i soldi, ma giusto a richiamare all’ordine i ragazzi, quasi si becca del pedofilo; e comunque dell’assassino di libertà. Roba che a volte gli sembra di essere diventato ricco per niente.

L’Altro, invece, si sceglie i nemici. Qualche anno fa un ex primo ministro (Kasyanov) provò a presentarsi alle elezioni senza chiedere il permesso. Lista irregolare. Escluso. E tanti da noi a scrivere che l’esclusione era segno e sintomo della crescente debolezza del Signore. Con tutto il rispetto, facciamoci le debolezze nostre. Che sennò finisce che scambiamo per debolezza il normale esercizio del potere. L’Altro è sovrano, non giusto “eletto”. Lessicografia della Crusca. Sovrano: “Che ha sovranità, o superiorità sovra checchessia”. Ma se un Sovrano non può scegliersi neanche l’opposizione che cavolo di sovrano è? Roba che sennò succedere al Piccolo Padre sarebbe stato invano.

L’Altro si riattacca al migliore ius gentium. Pomponio allo stato purissimo. “Hostes sunt qui decrevimus. Ceteri praedones aut latrones sunt”. I nemici li proclamo io. E quelli cui non concedo la patente di nemico sono delinquenti. (Che poi Kasyanov fosse nel sentire popolare contiguo ai latrones, lascio a voi di decidere se sia o meno indifferente al modello.)

Il Nostro, dobbiamo ammetterlo, ha una formazione classica meno rigorosa. Insomma ogni tanto fa casino tra hostes, praedones e latrones, quasi che la loro condizione fosse fatto di natura e non di diritto. Però vien da capirlo. Il Sovrano definisce il censo, e positivamente lo pone. L’eletto positivamente se ne deve far votare; ed una qualche elasticità nella citazione dei classici è normale che per questo si imponga.

Dice che sia l’uno che l’altro sono Signori dei media. Uguali però, anche qui, di sicuro no. L’Altro chiama gli amici e quelli gli comprano una televisione; che la gente vuole circences e la si finisca con l’informazione a casaccio. L’Altro governa. E se oggi non governi l’informazione che governo sei?

Il Nostro invece manda gli amici a governare la televisione. Solo che qui mica siamo mai stati comunisti. Alla tutela del lavoratore ci teniamo, e che nessuno si provi a fotterli con la prevalenza non dico del potere (politico), ma neanche dell’interesse pubblico. Finisce che agli amici tocca di pagare lo stipendio ai nemici, e che non si riesca a comprare televisione senza finanziare anche la voce dell’opposizione. All’eletto che non è Sovrano viene difficile governare persino se stesso. Comparato all’Altro, oltre che ricco è pure diventato potente (quasi) per niente.

2. Poi ci sarebbe la storia di loro con le dita dentro il potere economico. Che ce le abbiano non c’è dubbio. Però e ancora non raccontiamoci che si assomigliano.

L’Altro non infila le dita. L’Altro è il padrone. Il Cremlino è la holding, quando non il gestore diretto. L’Altro non è l’azionista. E’ l’amministratore delegato. Il che significa anche che spesso gli capita di sapere di che cosa sta parlando. E che è assalito da noia profonda quando deve protocollarmente sorbirsi delegazioni fiume che gli parlano di sicurezza energetica non capendo un tubo di come funziona un tubo. Mandargliene uno pratico, ogni tanto, non farebbe male.

Dice che adesso sta cambiando. E che il conflitto tra l’Altro e l’altro Altro verta proprio sul delegare o meno l’economia fuori delle mura di mattoni rossi. Non per ribadire, ma faremmo meglio a farci i conflitti nostri. Che in Russia il potere sia spartito tra due Altri, uno Sovrano e l’altro liberal, fa buono il brodo della letteratura. La realtà è meno sexy. Due staff, non due leader, che effettivamente battagliano sul tema del se non sia ora di delegare qualcosa, e quanto, fuori. Ma solo perché il mondo sta diventando troppo complesso e le giornate troppo corte per potere decidere sempre e tutto dentro le mura; e fermo restando che padrone e sua cucina devono restare dove sono. Se qualcosa si delega, è in coerenza con il mantenimento della sovranità. Liberismo octroyé.

Il Nostro per parte sua non è padrone. E’ giusto il promotore. Lui vende Italia. Grande venditore. Però nemmanco azionista. E dunque capita a volte che dopo avere venduto la nostra prontezza ad investirci nel mondo si giri e non veda nessuno. Se Confindustria può dargli del maleducato, non è che ci si possa poi aspettare che gli obbedisca . Finisce che il promotore rischia di decadere a piazzista. Nel suo caso, è il leaderismo ad essere octroyé. Il buio oltre il brand.

3. Dice che sì, saranno anche diversi. Però sono amici. E dato che gli amici degli amici sono amici, figurati se via amici non ha inzuppato il biscottino. E comunque, dai, con un rapporto così personalmente inossidabile se non passi dal Nostro come fai a fare affari nel paese dell’Altro? Potrai anche non essere un amico. Ma se non sei una favorita è comunque dura che tu batta un chiodo.

Due flash. Gli amici. Sì, è vero. All’inizio del decennio era ancora (quasi) impossibile per lo straniero muoversi in incognito per Mosca. E se eri italiano a Mosca ti capitava di ricevere telefonate buffe. Tipo da una qualche investment bank. “Tu lo sai cosa ci stanno facendo Berluscutri e Berlugirone negli uffici di Gazprom?”. Verità o leggenda metropolitana non ti era dato sapere. Però da italiano non potevi non sapere. Le investment banks avrebbero smesso di invitarti a cena. E dunque finiva che contribuivi ad alimentare la leggenda.

Che poi i pellegrinaggi di sedicenti famigli nel nuovo Oriente fossero copiosi era persino tangibile. Lo vedevi da come a inizio decennio andava cambiando il look dei pellegrini. Sin lì la professione di tour operator era monopolio dei vecchi compagni. Nessuno che si provasse a sbarcare senza essersi munito di ex segretario di federazione o alto dirigente coop in pensione, possibilmente tosco-emiliano. Che poi il tour operator tenesse contatti o si fosse limitato a studiare la Michelin durante il volo era assolutamente irrilevante. Ti comincia il decennio e si moltiplicano i tour operators assunti per contiguità, vera o presunta, al Nuovo Potere. Quando anche non viaggianti in conto e delegazione propria. Il mutamento visivo è drastico. Dallo spigato al blazer. A volte persino appaiati, che nel dubbio due tour operators sono meglio di uno.

Sprovveduti erano comunque entrambi; o meglio chi li accompagnava. Fuori di piccolo (e pur importante) commercio, quel di grosso che è successo è successo per canali più solidi e istituzionali. I pellegrini sono rimasti tali, forse anche perché la scuola dei soldi pubblici italiani non gli aveva insegnato che qualcuno pratico è comunque utile; o forse solo perché erano pellegrini. Di biscottino inzuppato, comunque, non è rimasta visibile traccia. Se mai ci fu delitto, fu per certo occultato con genio.

Tanto per la (auto)esibizione degli amici. Seguono le favorite. Cioè l’idea che se un’azienda va in Russia o ci commercia è per intervento e grazia del Nostro, e previa sua (naturalmente oscura) selezione. Non sembra funzionare così. Persino nell’ambito delle favorite pubbliche. Un episodio per tutti. Gas. Quando ancora ce ne era poco. Notizia. Gazprom vende direttamente in Italia. Il consumatore non c’entra, che Gazprom finirà per vendere direttamente a un po' di più del prezzo che pratica ad Eni. La notizia provoca comunque la corsa all’oro. Tutti in fila a spingere. Il prestigio dell’importazione diretta. I volumi più importanti vengono infine destinati a ex municipalizzate del Nord, con Brescia e Milano in prima fila e IntesaSanPaolo prestigiosamente advisor dei russi. C’è stata asta? In verità non pare. Diciamo placet politico. Per inerzia, capita a volte che l’amministratore delegato pensi di avere a che fare con un altro amministratore delegato. Il presidente del Consiglio, ai tempi della scelta, era Romano Prodi.

4. La nostra presenza in Russia non è fatta di favorite, ma di imprenditoria. E di imprenditoria che in tempi recenti si è presa il rischio e l’opportunità di investire in anni di grande cambiamento, e proprio per esso. I governi, in questo, non hanno fatto né da leva né da filtro. Al più, hanno fornito una qualche forma di assistenza. Le grandi amicizie, per dirla sommessamente, non c’entrano granché.

In principio, per questioni di compensazioni valutarie, dai governi eri obbligato a passarci. Più che interscambio, quello tra Russia sovietica e Italia era parente del baratto. E la lista degli articoli “barattabili” finiva per essere oggetto di accordo tra governi. Con poche eccezioni. Tipo la Fiat, che non andò a Togliattigrad a produrre ma gli riuscì a vendere una catena di montaggio intera. E dunque, verrebbe da dire, fece commercio più che industria.

Poi l’interscambio commerciale si normalizza e progressivamente privatizza. E’ boom, o quasi. Tra il 2000 ed il 2008 il valore dell’export italiano in Russia quadruplica. Nello stesso periodo, il nostro export in Cina (che nel 2000 aveva un valore sostanzialmente allineato a quello russo) si limita a triplicare. 10 miliardi e mezzo ritornano a casa dalla Russia. “Solo” 6 e mezzo dalla Cina.

L’interscambio quadruplica in valore ma rimane sostanzialmente stabile in percentuale. Nel 2000 rappresentiamo il 3,58% delle importazioni russe; ma nel 2002 siamo già al 4,85% e poi oscilliamo con costanza tra il 4 ed il 5% (il “picco” è stato il 5,09% del 2008; ma il primo semestre 2010 ci riproietta intorno al 4,1%). Insomma è quadruplicato il valore delle nostre esportazioni in Russia. Ma è anche quadruplicato (in pratica e in parallelo) il valore totale delle importazioni russe.

Percentualmente, abbiamo poco più che tenuto le posizioni. Che per carità facciamoci i complimenti. Lo sprofondo della nostra quota di commercio internazionale ci ha portato su scala mondiale al 3,3% (solo vent’anni fa eravamo al 5%). E dunque in Russia siamo andati in controtendenza e comunque meglio che altrove.

Però tutto questo si è consumato nella cornice del mercato che non c’era, più che in quello della politica che c’era. Il “mercato” russo nasce solo negli anni Novanta. Ed è lo spettacolare sviluppo dell’inizio di questo decennio che gli dà i soldi per andarci (quasi) in massa. 150 milioni di potenziali consumatori riapparsi dal nulla. E fai 200 se ci attacchi un po’ di repubbliche ex sovietiche. Pare solo normale che un imprenditore sgomiti per partecipare. Ed anche che privilegi la “nuova” opportunità (che come tutte le novità promette margini allettanti per i primi che salgono a bordo) rispetto ad altri mercati sui quali ha già sperimentato il suo limite. Ed è anche normale che, almeno inizialmente, dei due mercati che non c’erano (Cina e Russia) privilegi almeno a fini commerciali quello che gli è geograficamente e culturalmente più vicino. (Oltre ad essere quello meno organizzato competitivamente. Esportare scarpe in Russia o in Cina non è da questo punto di vista necessariamente la stessa cosa. Come dimostra la storia di un mio conoscente che ha fatto fortuna importando in Russia scarpe “italiane”. Tutte rigorosamente importate in Russia dalla Cina.) Non hai insomma bisogno che la politica ti porti in Russia. Ci sei arrivato prima, e da solo.

Cresce (in volume) l’interscambio commerciale. Ma si moltiplicano anche gli investimenti. Nell’altro decennio, i pionieri dell’insediamento industriale furono Merloni e Parmalat. Se mai avevano un referente, non era certo il Nostro; che se referente c’era stava nell’antico fiume carsico della sinistra democristiana. E comunque investono prima che l’Altro entri in scena. Poi l’Altro si insedia e si consolida, e con lui il mercato interno; e per l’investire italiano e’ tutto un fiorire di nuovi settori. Aeronautica e carni, piastrelle e lavatrici, e persino cemento e acciaio. (Chi fosse interessato a una mappatura analitica la trova in R. Pelo- V. Torrembini, Sdelano v Italii, Milano 2010, Il Sole 24 Ore.)

Anche qui, il mercato che non c’era è la spinta dominante e sufficiente. Molto di questo investimento lo si fa per produrre vicino al “nuovo”consumatore. Indesit che si mette a produrre lavatrici a Lipeck frena e di molto l’espansione sul mercato russo di Samsung; e a quelli che vanno a fare piastrelle in Russia, per tacere d’altro, gli costa pure meno il gas.

La Politica con questo sviluppo c’entra assai poco. Per carità, è comunque meglio se il Nostro è amico dell’Altro. Però siamo alla marginalità del marginale. E’ l’essere nemici che può far danni, e magari farti discriminare; e non è l’essere amici che da solo crea opportunità. Al più, la Politica può generare un’amministrazione che ti faccia da facilitatore. Che ti spieghi logistica e mercati; che minimizzi i costi ed i tempi del macchinoso amministrare altrui; che ti aiuti a difendere immagine e prodotto. (Che poi noi ci siamo riusciti, e quanto, sarebbe discorso lungo.) Tutto il resto chiamatelo pure stampa e propaganda.

Ma è così anche per i pesci grossi, soprattutto se pubblici? Eni, Enel, Finmeccanica. Ciascuna con grandi interessi in Russia acquisiti in questo decennio. E ciascuna in settori che per far rumore chiamiamo spesso “strategici”. In cui insomma la rarefazione della politica qualcosa ancora dovrebbe entrarci.

Qui si rischia di scivolare. E’ vero che ad esempio il contratto Finmeccanica (per la costruzione di aerei in joint-venture con la russa Sukhoi) e una serie di temi di cooperazione sono stati sempre o quasi nell’agenda degli incontri di governo (e non solo dei governi del Nostro). Ed è vero anche che l’amministratore delegato ama discettare di economia con i suoi presunti pari. Insomma, sentirsi dire dal Nostro o da chi per lui che noi si approva e sostiene il progetto dell’impresa Piriponzo. La luce verde è gradita. Però non ti aumenta da sola il volume d’affari.

Qualche anno fa per i tavoli di Gazprom girava uno strano parere legale. Guardate che se comprate i beni in vendita a seguito della liquidazione di Jukos c’è il dubbio che poi non possiate andare più in America senza rischiare di essere impiombati in base ad una qualche brillante teoria giuridica locale. Sì vabbè ma la roba di Jukos è roba destinata a noi e non è che la possiamo lasciare in altrui e magari cattive mani. Idea. Facciamola comprare da un amico fidato, col diritto di (ri)comprarcela a cose più chiare. L’amico prescelto fu Eni, che per essersi prestata ad un’operazione parente stretta di un portage si beccò dal Financial Times la patente di “utile idiota”. Idiozia peraltro benedetta (il Financial Times in realtà era la voce dell’invidia), e dal cui contorno Eni ed Enel si sono assicurate un importante contributo di riserve di idrocarburi. La scelta di puntare sull’Eni non fu un mirabolante successo della nostra politica estera. Fu un successo dell’Eni. Ci giocarono anni di rapporti: il fatto di essere (quasi) l’unica società grande cliente di Gazprom integrata verticalmente (dalla ricerca alla distribuzione), la volontà di Gazprom di intervenire direttamente su alcuni mercati, e altro. Qualunque governo sensato non avrebbe potuto che incoraggiare. Un presidente del Consiglio al posto di un altro non avrebbe fatto differenza alcuna.

Tanto per la nostra presenza in Russia. La cui genesi e natura non escludono peraltro che il Nostro possa avere influenzato il corso dei rapporti economici correnti. Ci portano però a dover riconoscere che l’influenza, se c’è, non è numericamente misurabile; che è comunque, in quanto c’è, influenza facilitatrice e non decisiva; e che forse andrebbe raccontata meglio e fuor di grancassa la forma del suo esistere.

L’imprenditoria, quando è produzione di massa, è anzitutto credito e innovazione (l’efficienza diamola per premessa). Quando è altro, edilizia compresa, è credito e relazioni. La politica può aiutare, e molto, le relazioni (e perdonate se pudicamente mi taccio sul credito). Nel che sta la differenza tra il modo di rapportarsi alla politica di Bill Gates e quello di una società petrolifera: o anche giusto di un costruttore.

La produzione di massa va con priorità in Russia perché il mercato che nasce ha bisogno di yogurt e di lavatrici. Quel che non dipende, o non dipende principalmente dal consumatore finale va con priorità dove gli è possibile creare e sostenere relazioni. E’ più che probabile che in ragione del rapporto intrattenuto dal Nostro un pezzo di imprenditoria italiana abbia in questi anni guardato in Russia (e magari in Libia) più che altrove. La relazione crea relazioni. E le relazioni determinano la priorità. Poi, naturalmente, ci vuole anche qui imprenditoria. Insomma qualcuno pratico. L’amicizia aiuta. Però non determina.

5. Il Nostro e l’Altro. Cronache di una sbandieratissima amicizia. In realtà, di una grande diversità della quale il Nostro pare un po' soffrire. E anche di un eccesso di conseguenze economiche che la vulgata sembra attribuire al rapporto tra i due, e che è in buonissima parte giusto leggenda. Nell’una (verso la Russia) come nell’altra direzione. Non è per direttiva del Cremlino o per l’amicizia del Nostro che Mordašov via Severstal si è preso in Italia Lucchini; né sono state queste le ragioni che hanno spinto Vekselberg, via Avelar, a comprarsi in Italia Energetic Source e poi a mettersi ad investire da noi in elettricità e rinnovabili (la cui concentrazione in Puglia e Toscana sembrerebbe al più suggerire frequentazioni d’altro schieramento). Ogni tanto è persino mercato.

Loro lasciamoli all’amicizia, e facciamo la tara alla cagnara dei media. Tra l’altro, è forte il sospetto che sarebbero i primi a volerne fare a meno.

Vite parallele. Saune convergenti. Non obblighiamoli ogni volta che vogliono farsi una sudata ad annunciarci che sono lì per decidere i destini energetici del mondo. Il rischio, se insistiamo, è che prima o poi ci provino davvero.

(tratto da Limes)

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