Putin rifiuta il ‘modello Libia’ per la Siria ma prende le distanze da Assad

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Putin rifiuta il ‘modello Libia’ per la Siria ma prende le distanze da Assad

13 Marzo 2012

Ad un mese dal veto in Consiglio di sicurezza della Risoluzione di condanna della repressione in Siria, che di fatto ha impedito qualsiasi tipo di intervento militare, l’atteggiamento della Russia putiniana nei confronti del regime di Bashar al Assad sembra stia subendo dei ripensamenti.

Nonostante sotto l’aspetto istituzionale il presidente russo continui imperterrito a dichiararsi assolutamente inamovibile, alcuni sprazzi di ammorbidimento, di mutamento rispetto alla difesa ad oltranza del regime alawita di Damasco sembrano cominciare a palesarsi.

In una recente intervista al quotidiano The Globe and Mail, Putin ha auspicato il raggiungimento – tra le forze di Assad e il Free Syrian Army – di un accordo che preveda: la fine della violenza da qualunque parte essa provenga, la creazione di meccanismi di monitoraggio, l’arrivo senza ostacoli di aiuti umanitari a tutte le parti in causa, il sostegno alla missione di Kofi Annan e la non ingerenza esterna. Linea tramutatasi in piano congiunto Russia – Lega Araba alla conferenza ministeriale del Cairo del 10 marzo ed accolta con favore dall’ambasciatore siriano a Mosca Riyad Haddade.

Vecchia storia il sodalizio Russia – Siria. Sia dal punto di vista economico che da quello geo-politico. Sotto il primo aspetto, analizzando quanto scritto da Guido Olimpio sul Corriere della Sera del 28 febbraio scorso, solo nel 2011 Mosca ha venduto al suo alleato armi per 960 miliardi di dollari. Nel periodo 2007 – 2010, invece, le forniture ammontano a quota 4.7 miliardi di dollari. Evidentemente, un intervento armato contro la Siria metterebbe a fortissimo rischio un business di tale entità per il Cremlino perché Damasco, oltre ad essere un importante alleato sul piano strategico, è prima di tutto un creditore. Dal punto di vista geo-politico, invece, a Tartous è presente l’unica base navale russa nel Mediterraneo. Insomma, un coacervo di interessi difficilmente scalfibili.

Tuttavia, sia quanto dichiarato da Putin a The Globe and Mail, sia quanto riportato da un alto dirigente dell’intelligence militare russa a Pio Pompa, su Il Foglio dell’8 marzo, parrebbe auspicare un superamento del regime di Bashar al Assad e di un accordo che quantomeno allenti la tensione sulle città maggiormente colpite dalla repressione governativa. 

I motivi di un ripensamento sono presto detti: anzitutto, Putin teme una nuova Libia. Con la Risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, si è affermato il principio per cui, in caso di (anche solo presunti) crimini contro l’umanità, gli Stati membri potessero adottare “tutte le misure necessarie” per proteggere la popolazione civile. Una Risoluzione di questo genere – mal digerita ma comunque votata da Russia e Cina – trasposta nel teatro siriano significherebbe condurre il paese verso un immediato regime change e alla repentina messa in discussione degli interessi del Cremlino a Damasco.

In questo senso, è intenzione di Putin farsi promotore di un’azione diplomatica meno traumatica che tuteli maggiormente gli interessi russi nella regione. Inoltre, è il principio sotteso alla cosiddetta “esportazione della democrazia” a terrorizzare Mosca. Se cominciasse a sedimentarsi il precedente secondo cui, in caso di violente rivolte interne anti-regime e di conseguenti brutali risposte delle autorità governative, fosse legittimo qualsiasi tipo d’ingerenza straniera, ciò comporterebbe potenziali ripercussioni anche per la Russia. Una sorta di effetto domino. Come se Damasco potesse improvvisamente trasferirsi a Mosca.

Il vero redde rationem si avrà alla fine del mese. Ad Istanbul si terrà un nuovo round del Vertice di Tunisi dello scorso febbraio. Solo in quell’occasione potremo comprendere fino in fondo quanto sia reale l’intenzione del Cremlino di addivenire, insieme agli altri attori internazionali, ad una soluzione della crisi siriana.