Putin salva un’industria dal fallimento, ci riuscirà con tutte le altre?

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Putin salva un’industria dal fallimento, ci riuscirà con tutte le altre?

13 Giugno 2009

Una protesta di massa, causata dal continuo peggioramento della crisi economica, è servita a confermare chi è il vero boss in Russia. Mentre il presidente Medvedev parlava al forum economico mondiale a San Pietroburgo, la “Davos russa” che si è svolta dal 4 al 6 giugno, il primo ministro Putin stava cercando di mettere fine alle proteste contro le intollerabili condizioni di vita che si erano sviluppate a Pikalevo, una piccola città russa (23.000 abitanti), vicino a San Pietroburgo. 

 

È interessante notare come siano stati gli stessi abitanti a chiedere che fosse Putin, e non il presidente, a intervenire personalmente per risolvere la crisi. Le cose sono diventate effettivamente disperate per questa città ex-industriale. Le privatizzazioni degli anni 90 hanno diviso il gigantesco impianto di produzione di alluminio, su cui si basava l’esistenza dell’intera città, in tre grandi fabbriche private. Basel Cement, la più grande delle tre, è di proprietà del noto e ricchissimo oligarca Oleg Deripaska, famoso anche per i suoi stretti rapporti col Cremlino. Tutte e tre le fabbriche hanno cessato la produzione questo inverno, come risultato della grave crisi economica russa, causando l’aumento esponenziale della disoccupazione. Non ci sono altre piccole attività locali che possano assorbire i disoccupati, praticamente più numerosi degli occupati stessi.

Infine, come ciliegina sulla torta, è stata tagliata la fornitura di riscaldamento e acqua calda all’intera città a metà maggio. La ragione fornita dalla società energetica sta nel gigantesco debito accumulato e mai pagato dalla Basel Cement di Deripaska. Il 20 maggio i cittadini inferociti hanno occupato il municipio, chiedendo il ripristino di riscaldamento e acqua calda e il pagamento di mesi di stipendi arretrati ai lavoratori. Dopo avere ricevuto rassicurazioni dalle autorità locali, hanno lasciato pacificamente l’edificio. Visto però il mancato avverarsi delle promesse, i residenti di Pikalevo hanno ostruito un’importante strada federale che attraversa il comune, bloccando il traffico per sette ore.

Allo stesso tempo, hanno chiesto l’intervento immediato di Putin per risolvere i loro problemi, proprio mentre il primo ministro, a poca distanza, stava inaugurando il nuovo stabilimento di assemblaggio della Nissan, enfatizzando l’importanza del mercato russo per gli investitori stranieri. Le autorità regionali si sono ben guardate dal fare intervenire i reparti anti-sommossa per non esacerbare ulteriormente gli animi, promettendo invece aiuti economici.

Due giorni dopo, il 4 giugno, Putin è apparso in città di persona, con le tv nazionali al seguito, e riempito di insulti i tre proprietari degli stabilimenti davanti alle telecamere e a tutto il paese. Ha poi lanciato la penna sul tavolo, ordinando a Deripaska, obbligato, purtroppo per lui, ad essere presente, di firmare subito il documento con cui si riaprivano nuovamente le tre fabbriche locali.

Per completare l’umiliazione dell’oligarca, Putin ha aggiunto, in maniera plateale, di non dimenticare di restituirgli la penna. Putin se l’è poi presa con il governatore della regione di Leningrado per aver permesso che un simile disastro potesse avvenire. E mettendo in risalto la sua cultura di provenienza, che è quella di un ex ufficiale del KGB, ha insinuato che i residenti sono stati probabilmente pagati per occupare la strada. Evidentemente vivere senza lavoro, senza riscaldamento e senza acqua calda non è considerato motivo di disperazione sufficiente. Dietro deve esserci sempre qualche losco figuro che paga la gente per manifestare contro le autorità.

Se l’intervento di Putin ha salvato, almeno per ora, Pikalevo, visto che Deripaska lotta per non finire in bancarotta, solleva molti dubbi su cosa succederà nei prossimi tempi in Russia, dove ci sono più di 400 mono-città, e Pikalevo non è certo tra quelle più grandi. Tra le località che vivono di una sola grande azienda, o pochissime grandi aziende di un solo settore, alcune hanno centinaia di migliaia di abitanti. La loro situazione è spesso poco migliore di quella di Pikalovo e ci si chiede quale sarà la prossima ad esplodere. Come ha detto il capo della Confindustria russa, di questo passo vedremo dappertutto occupare strade e uffici pubblici per ottenere l’intervento di Putin e (cosa che naturalmente preoccupa molto gli imprenditori) costringere i proprietari a riaprire aziende ormai praticamente morte.

Intanto alla Duma, il partito di governo ha presentato un progetto di legge per nazionalizzare le industrie di Pikalovo. Di fatto, però, lo stato non ha soldi sufficienti per farsi carico di una nazionalizzazione di tutte le fabbriche russe in crisi nera. E di certo questa nazionalizzazione non renderà le società stesse più competitive o meglio dirette, anzi l’esperienza suggerisce l’esatto contrario. Non a caso, mentre le “riserve” si vanno riducendo in maniera preoccupante, il governo ha avviato colloqui con la Banca Mondiale per la concessione di un prestito di 10 miliardi di dollari nel 2010.

Nel paese aumentano in maniera esponenziale gli scioperi e non solo di tipo lavorativo, ma anche scioperi della fame di lavoratori che non sanno più dove sbattere la testa per mantenere le loro famiglie. Resta la speranza dei prezzi petroliferi. Mentre scrivo il petrolio ha passato i 70 dollari al barile e il governo spera nella ripresa. Forse San Petrolio farà il miracolo anche stavolta…