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Quagliariello: “no ai Pdl del Nord e del Sud”

Al Pdl del Nord, auspicato dal governatore lombardo Roberto For­migoni, corrisponderà un Pdl del Sud? Per Gaetano Quagliariello, vicepresiden­te vicario del gruppo del Popolo della Li­bertà di palazzo Madama, sarebbe «un errore, un gravissimo errore».

Quagliariello, perché lei, invece, giu­dica un errore riorganizzare il Pdl in chiave territoriale?

«Una cosa è affermare la necessità di affrontare in chiave politica il problema settentrionale che non può essere sotto­valutato: soprattutto ora, con la Lega al­l'opposizione. Un'altra è tradurre que­sta esigenza dal punto di vista organiz­zativo. Insomma, le due cose non posso­no andare assieme».

Eppure, la proposta di Formigoni suscita interesse. Così come quella che formulò il filosofo Cacciari qual­che anno fa, quando suggerì un Pd organizzato anch'esso autonoma­mente per territori. Cos'è che, in­vece, non la convince di questa prospettiva?

«La nostra è una partita di­versa: noi siamo l'unico par­tito nazionale e se perdia­mo questa caratteristica rischiamo di precipitare ver­so la disgregazione. Noi siamo il partito dei mode­rati, siamo attestati al 25 per cento dei consensi, e ab­biamo la necessità di consolida­re le nostre posizioni, non disper­derle. Possiamo anche rinviare il tema delle alleanze, ma non possiamo parcel­lizzare la nostra identità: altrimenti rischiamo di ritrovarci il Pdl della Cam­pania, quello della Puglia, e ancora: quello del Sannio, della Capitanata e via dicendo».

La Russa immagina un ticket di vertice politico Formigoni-Alfa­no. Al Sud da chi potrebbe essere rappresentato?

«Il segretario nazionale è uno e, aggiungerei, è "materia non dispo­nibile". Usciamo da un'esperienza di leadership carismatica e ci avvia­mo verso la costruzione di una nuo­va fase politica. Che poi si voglia sperimentare un vertice allargato, con una segreteria ampia, inclusiva e non esclusiva, che comprenda tutti, è un tema sul quale possiamo anche di­scutere; ma partendo sempre e comun­que da quei presupposti cui accennavo in precedenza, senza parcellizzazioni ter­ritoriali. Vede, per anni si è parlato di Forza Italia e del Pdl come partiti di pla­stica. Invece, è venuto fuori un partito con oltre un milione centomila iscritti e diffusamente radicato sul territorio».

Non pensa che un Pdl del Sud possa costituire una risposta concreta alle istanze, spesso rimaste inascoltate, che provengono dal Mezzogiorno?

«Certamente sarebbe una suggestio­ne forte per chi denuncia, giustamente, i ritardi del Mezzogiorno. Il rischio del localismo al Sud è fortissimo, tuttavia sarebbe un passo indietro rispetto alla soluzione dei problemi. Invece, grazie anche alle pressioni e all'impegno dell''ex ministro Fitto, siamo riusciti a fornire priorità alle questioni vere delle regioni meridionali, senza per questo farne casi di febbri­le suggestione territoriale».

Eppure, sono anni che nel Mezzogiorno si tenta di aggregare movimenti e partiti intorno a sigle che evocano il riscatto del Sud. Molti piccoli partiti che in­neggiano al Sud sono vo­stri alleati. Dunque, è evi­dente che c'è una doman­da che va in questa dire­zione.

«Il Sud è un grande pro­blema nazionale e guai se diventasse prospettiva lon­tana di una visione microcosmica. Guardiamo a cos'era l'Eu­ropa. L'Europa è stata una scom­messa giocata sulla possibilità di integrare il dualismo tra l'area baltica e quella mediterranea, vale a dire tra un'area imperso­nale fondata sullo stato di dirit­to e l'altra, cresciuta sulla cen­tralità della persona. La scom­messa è stata di tenere que­ste due dimensioni assie­me. Ora, i venti di crisi di­mostrano addirittura che il concetto di sovranità na­zionale conta poco. E c'è chi pensa di creare tanti partitini autonomi sul territorio nazio­nale? Così si finisce contromano. Piuttosto, il problema è un altro».

Qual è?

«I tecnici pensino a risolvere l'emergenza economica. A noi, inve­ce, il compito di capire come riformare il sistema politico. Il paese deve darsi strumenti adeguati per evitare di sbatte­re contro altre crisi. Abbiamo il dovere di interrogarci sulla opportunità di de­clinare in chiave presidenzialista, come auspico, il sistema politico; così come diventa indispensabile porsi il proble­ma della legge elettorale».

Anche il caso Cosentino è un proble­ma da risolvere.

«Nel caso di Cosentino vi è una dop­pia dimensione: quella giudiziaria, che va ancora definita; e poi il nodo dell'agi­bilità politica in alcune zone del paese dove è oggettivamente difficile fare poli­tica in maniera ordinaria. È questo un tema che va considerato al di là dei casi singoli. Poiché una semplice raccomandazione può provocare effetti giudiziari dirompenti. Ma questo è un problema che dovremmo porci tutti, poiché ri­guarda tutti. Non solo il Pdl».

(tratto da Il Corriere del Mezzogiorno)

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