Quale Europa? L’asse franco-tedesco nel processo di integrazione

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Quale Europa? L’asse franco-tedesco nel processo di integrazione

da Ventunesimo Secolo Anno V Numero 11, Ottobre 2006

La riflessione sull’asse franco-tedesco, a cui è dedicata la parte monografica di questo numero, rappresenta senz’altro un punto di vista privilegiato per comprendere la distanza che divide i problemi dell’Europa del ventesimo da quelli del ventunesimo secolo. In tal senso, gli articoli di seguito raccolti evidenziano, innanzitutto, la temperie storico-culturale all’interno delle quali il rapporto privilegiato tra Francia e Germania si trasformò nel motore del processo d’integrazione del "vecchio continente". C’è da spingersi indietro nel tempo, fino agli esordi degli anni Sessanta, quando divenne chiaro che l’avvento di John Kennedy alla testa dell’amministrazione americana aveva girato la pagina dei rapporti transatlantici rispetto a come essi si erano configurati negli anni del conflitto mondiale. E’ come se una rottura generazionale avesse segnato una discontinuità anche nell’ambito della politica di potenza. Negli anni dell’amministrazione Kennedy, infatti, gli interessi strategici degli Stati Uniti si ampliarono e si diversificarono, privando il teatro europeo della precedente centralità. Tale tendenza fu rafforzata dalla propensione a ricercare accordi al vertice con l’Urss, che si concretizzò sia nelle trattative per la riduzione concordata delle installazioni missilistiche sia nei negoziati per giungere a un accordo contro la proliferazione nucleare. E, sul piano militare, segnò il passaggio dalla "rappresaglia massiccia" alla teoria della risposta nucleare flessibile, accompagnato dal rafforzamento del dispositivo di difesa convenzionale.

In questo scenario, caratterizzato dal progressivo venir meno degli uomini e delle sensibilità che avevano segnato il periodo più intenso del rapporto transatlantico, le figure del presidente della Repubblica francese Charles de Gaulle e del cancelliere tedesco Konrad Adenauer si stagliano come quelle degli ultimi grandi vecchi ancora sulla scena: li si potrebbe definire, in un certo senso, una persistance d’ancien régime. Certo, il loro ruolo storico nel corso della guerra non era stato il medesimo, così come la rispettiva posizione e gli atteggiamenti nei confronti degli americani alla fine del conflitto. Ma al di là di queste differenze, che non mancarono di alimentare un’originaria diffidenza, la condivisione di un’idea d’Europa, che traeva sostanza dalla tradizione giudaico-cristiana e dalla consapevolezza del vantaggio reciproco che le due nazioni avrebbero potuto ricavare dal farsene paladine, trasformò il loro incontro in un’irripetibile opportunità politica. Per Adenauer, nel contesto di una guerra fredda che stava trovando una seppur precaria stabilizzazione, la Francia rappresentava, nel breve periodo, una garanzia affinché non vi fossero cedimenti su Berlino da parte occidentale e, nel tempo più lungo, una "sponda" indispensabile per non abbandonare l’obiettivo della riunificazione. Per la Francia di de Gaulle – che nel frattempo si era fatta potenza nucleare e si accingeva a chiudere il capitolo delle guerre coloniali – quell’accordo rappresentava un tentativo di assumere la leadership dell’Europa delle nazioni, per puntare al superamento dell’equilibrio bipolare. Queste spinte di fondo e queste convenienze portarono al trattato dell’Eliseo del gennaio 1963, il quale, a sua volta, sancì la nascita dell’asse franco-tedesco.

Per le ambizioni di potenza di de Gaulle si trattò di uno smacco. Il generale lo avrebbe confessato in una conversazione con il suo ministro Peyrefitte, notando come l’accordo con la Germania avrebbe funzionato solo in una prospettiva bilaterale, perdendo, invece, gran parte della sua convenienza nel più generale quadro dell’equilibrio di potenze. Proprio per questa sua ambivalenza, da quel momento in poi l’asse franco-tedesco divenne, oltre al fulcro del processo d?integrazione continentale, anche il dispositivo di regolazione del rapporto tra Europa e Stati Uniti. Le pretese di autonomia della Francia trovarono, infatti, un contrappeso nel filoatlantismo, al quale la Repubblica federale tedesca, anche se lo avesse voluto, non avrebbe potuto derogare.

Queste caratteristiche dell’accordo, unite alle mai sopite perplessità della Francia nei confronti di una Germania che, col passare del tempo, diventava sempre più influente con la sua Ostpolitik e con la sua Économie dominante, impediscono di descrivere il rapporto tra i due paesi nel corso nelle ultime decadi del secolo scorso come uno scambio di rose e fiori. Ciò fu particolarmente evidente nel periodo successivo alla caduta del Muro. S’inaugurò allora una fase d’antagonismo che si sarebbe concretizzata nelle difficoltà frapposte dalla Francia all’ipotesi della riunificazione, nelle differenti strategie messe in campo a sostegno dei rispettivi interessi geopolitici nei Balcani, nelle non coincidenti propensioni rispetto all’ipotesi di allargamento dell’Europa ai paesi dell’ex blocco sovietico. Di recente, però, tale periodo difficile è stato superato di slancio, a partire dall’opposizione che i due paesi hanno congiuntamente sviluppato nei confronti dell’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein voluta dalla prima amministrazione Bush. In quell’occasione, Francia e Germania si fecero promotrici del documento di protesta che ebbe l’effetto di spaccare l’Unione europea, suscitando la reazione di otto paesi che, in dissenso, ritennero opportuno esprimere una posizione filoamericana. Tra questi, un ruolo particolarmente attivo ebbero i paesi dell’ex area di influenza sovietica: Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca innanzitutto e, in seguito, quelli del cosiddetto "gruppo di vilnius".

C’è perciò da domandarsi: quali ragioni hanno spinto i leader dei paesi dell’Europa orientale a sfidare l’asse franco-tedesco? È stata proprio la prospettiva dell’Ue dominata dal blocco franco-tedesco che ha spaventato questi paesi: essi temevano che i loro interessi, e le loro identità, ne potessero essere danneggiati. Un fattore ancora più importante che determinò l’appoggio dell’Europa orientale agli Stati Uniti fu l’esperienza e la memoria del cedimento continuo delle élites politiche dell’Europa occidentale di fronte alla dominazione sovietica. Per alcune generazioni di europei orientali, la resistenza americana di fronte all’espansionismo sovietico e la politica di containment dell’amministrazione statunitense erano state le uniche speranze di giungere alla liberazione nazionale, in contrasto con la politica di appeasement verso l’Urss praticata da molti governi dell’Europa occidentale e, in primo luogo, proprio dalla Francia e dalla Germania federale, nel 1956, nel 1968, nel 1981 e in altri momenti cruciali del secolo. L’esperienza del "tradimento", della grande delusione patita nei confronti dell’Europa occidentale si trovava alla base della presa di posizione dei paesi dell’Europa orientale a favore degli americani.

D’altro canto la ritrovata unità strategica rilanciò l’immagine dell’asse, concedendo a Francia e Germania l’energia per promuovere insieme la campagna a favore della ratifica della Costituzione europea. A tal proposito, è ancora fresca l’immagine del cancelliere Schröder che si reca in Francia per soccorrere il presidente Chirac nella campagna referendaria in favore della ratifica del trattato.

Non c’è dubbio, dunque, che l’asse franco-tedesco ha rappresentato un elemento significativo della politica internazionale anche in questo primo scorcio di ventunesimo secolo; anche se il cambio di maggioranza sancito dalle ultime elezioni legislative tedesche ha avuto l’effetto di allentare il legame. Alla luce del consuntivo, qui brevemente tratteggiato, risulta sicuramente più facile cogliere il diverso significato politico e culturale che quest’ultima edizione dell’asse ha assunto rispetto all’impostazione originaria attribuita all’intesa dai suoi ideatori.

Gli articoli raccolti in questo fascicolo fanno comprendere, innanzitutto, come nella nuova realtà del processo d’integrazione europea, soprattutto a causa dei successivi allargamenti, l’asse franco-tedesco non sia più in grado di garantire la funzione di fulcro dell’edificio comunitario che esso aveva conquistato quando l’Europa era affare riservato dei sei paesi fondatori e che, nonostante tutto, aveva conservato anche dopo l’ingresso della Gran Bretagna. Anche nell’Europa dei ventisette, certamente, dall’asse non si può prescindere, ma è altrettanto sicuro che esso non sia più sufficiente né a garantire la stabilità dell’edificio né a conferirgli la necessaria spinta propulsiva. Una delle principali ragioni di tale cambiamento risiede nel fatto che il dispositivo di regolazione del rapporto euroatlantico non passa più per la dinamica interna di quell’accordo. Le vicende legate alla guerra in Iraq hanno, infatti, visto Francia e Germania schierate dal medesimo lato del tavolo. Il contrappeso, in quell’occasione, fu piuttosto assicurato, attraverso un atteggiamento apertamente conflittuale nei confronti del tandem franco-tedesco, da parte di paesi mediterranei occasionalmente governati da maggioranze di centrodestra e, ancor più, da quelli della nuova Europa che, per via del loro passato troppo recente, non sembrano in alcun modo disposti a rinunziare alle garanzie che solo gli Stati Uniti possono offrire loro. Questa contestualizzazione storica, il cui valore i recenti cambiamenti di maggioranza in Italia e Spagna possono limitare ma non annullare, fa emergere, infine, la fondamentale differenza tra l’asse di ieri e quello di recente espresso dal duo Chirac-Schröder. Essa risiede nella cultura politica che li sostiene.

Quella mobilitatasi in occasione del conflitto iracheno non ha più nulla a che vedere con quella che aveva guidato l’opera dei padri fondatori. Alla classicità dell’ideale d’Europa, che veicolava una concezione delle relazioni internazionali forse un po’ antiquata (perché più ottocentesca che novecentesca), ma comunque sorretta dalla consapevolezza della forza di una civiltà, si è sostituito un antiamericanismo connotato in senso innanzitutto moralistico, frutto tardivo della stagione del Sessantotto. A tale retroterra può infatti riconnettersi – in Germania ancor più che in Francia – la formazione di una parte consistente delle attuali classi politiche. E sono stati proprio questi atteggiamenti che hanno trovato espressione negli interminabili cortei contro la guerra che, nel 2003, hanno attraversato le principali capitali europee e nei quali Habermas ha voluto scorgere i prodromi della nascita di un nuovo patriottismo costituzionale di tipo continentale. Di certo, quella del filosofo è stata l’illusione di un momento. Sono bastati, infatti, gli esiti del referendum costituzionale in Francia e Olanda per spazzarla via. Nel frattempo, però, non ha nemmeno la visione di coloro che si sono opposti all’ultima edizione dell’accordo franco-tedesco in nome di comuni valori occidentali, rintracciati alla base di un accordo non occasionale tra il "vecchio continente" e il mondo atlantico. Anche per questo la costruzione di una nuova Europa si trova in una situazione di stallo, condividendo la medesima sorte che sembra oggi toccare all’asse franco-tedesco.