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I rischi connessi alle trattative con i talebani

Quale pace per l’Afghanistan?

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Questa volta sembra non ci siano dubbi: per la prima volta in nove anni di guerra i talebani, o almeno una parte di essi, sembrano disposti a negoziare la pace con Kabul e colloqui segreti sarebbero già in atto come ha rivelato il Washington Post e, a differenza che in passato, non ci sono state finora smentite da parte dei portavoce talebani alle indiscrezioni circa le trattative.

“Sono veramente determinati a trovare una via d’uscita”, ha detto al giornale statunitense una fonte vicina ai talebani. Il quotidiano ha citato fonti anonime afghane e arabe secondo le quali per la prima volta nei colloqui segreti saranno coinvolti i rappresentanti della Shura di Quetta, il gruppo “storico” erede del regime talebano di Kabul guidato dal Mullah Omar.

I negoziati, appoggiati da Washington, dovrebbero portare alla costituzione di un governo di unità nazionale che includa i talebani in cambio di un calendario preciso di ritiro delle truppe straniere. Sulla carta un programma che potrebbe accontentare tutti. I talebani chiuderebbero dignitosamente la guerra in cambio del ritorno nel governo afghano.

Il presidente Hamid Karzai, da “fantoccio di Washington” diverrebbe l’eroe della pacificazione nazionale liberandosi anche dall’ingombrante presenza occidentale sempre più attenta ai giri d’affari e alla corruzione che orbita intorno a lui e ai suoi famigliari. (come ha raccontato ieri un documentato articolo del New York Times).

Anche per Stati Uniti ed Europa un accordo di pace costituirebbe la migliore occasione per attuare quella exit strategy da Kabul tanto attesa da tutti i governi, sempre più in difficoltà a giustificare all’opinione pubblica costi e caduti del conflitto afghano.

Nessuno sembra chiedersi però se l’accordo in discussione possa avere realmente ricadute positive per l’Afghanistan. A indurre il Mullah Omar ad accettare il dialogo hanno pesato senza dubbio le batoste militari subite negli ultimi mesi, specie nelle province di Helmand e Kandahar, a opera delle forze anglo-americane ma è anche da evidenziare il fatto che la “Shura di Quetta” non è più da tempo l’unica organizzazione talebana attiva in Afghanistan e nell’area Tribale pakistana.

La compagine del Mullah Omar ha perso autorevolezza e rischia di essere messa in ombra da gruppi jihadisti come il network Haqqani che ha già inglobato buona parte dei combattenti stranieri un tempo nei ranghi delle milizie di al-Qaeda e punta a divenire l’organizzazione leader anche nella pianificazione di azioni terroristiche in Occidente.

Gli uomini del Mullah Omar “sanno che molti radicali sono ormai fuori dal loro controllo e non sono nelle condizioni di vincere la guerra” ha detto una fonte vicina ai talebani. Il “network Haqqani” non è coinvolto nelle trattative e non a caso le sue basi nel Waziristan pakistano vengono colpite sempre più decisamente da aerei, droni ed elicotteri alleati.

Un accordo con il Mullah Omar non porterà la pace se altri gruppi, ancora più forti, prenderanno le redini dell’insurrezione. Inoltre, riportare i talebani al governo dopo nove anni rappresenterebbe un brutale schiaffo non solo ai valori per i quali l’Occidente ha combattuto in questi anni ma anche alle ampie fasce di popolazione afghana che auspicavano di poter finalmente uscire dal Medio Evo.

Con queste premesse e il ritiro delle truppe internazionali non ci sono neppure garanzie che verrebbe eliminato il rischio che l’Afghanistan torni ad essere la base del terrorismo jihadista.

© Panorama

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