Quali sanzioni sarebbero davvero efficaci contro l’Iran?

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Con la risoluzione 1747 adottata il 24 marzo, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha inasprito le sanzioni già imposte il dicembre scorso con la risoluzione 1737. Insieme le due risoluzioni pongono ostacoli al commercio iraniano in tutte le aree che riguardano i materiali che possono essere utilizzati per l’arricchimento dell’uranio e congelano gli assetti finanziari di alcuni gruppi e individui. Le sanzioni hanno causato il calo della borsa di Teheran, ma secondo molti analisti non faranno recedere gli ayatollah dai loro propositi nucleari.

Se si accelerasse sulle sanzioni si potrebbe effettivamente provocare il collasso dell’economia iraniana. Gli Stati Uniti in questo non possono fare di più visto che hanno già ridotto il commercio con l’Iran a un volume di 250 milioni di dollari all’anno (il volume di commercio dell’UE si attesta a 25 miliardi). Dunque, se la comunità internazionale riesce ad imporre delle sanzioni efficaci sull’Iran il sacrificio principale dovrebbe ricadere sull’Europa sull’Asia orientale.

Il danno peggiore che si potrebbe arrecare all’economia iraniana è l’embargo petrolifero. In un articolo per il Weekly Standard, il giornalista neoconservatore Olivier Guitta ha messo in rilievo quanto sarebbe efficace un provvedimento di questo tipo. Attualmente l’Iran esporta 2.5 milioni di barili di petrolio al giorno. La dipendenza del regime da questo volume di esportazioni è rilevantissima: conta per più di un quinto del Pil del paese e per più della metà del budget del governo centrale.

I costi, semmai, saranno notevoli per gli altri paesi. L’Unione Europea assorbe il 44 per cento del petrolio esportato dall’Iran (i principali importatori sono la Francia e l’Italia). Al tempo stesso, la regione più dipendente dal petrolio iraniano è l’Asia meridionale e orientale (47 per cento delle esportazioni). Il Giappone è il primo importatore in assoluto e ha già espresso le sue riserve di fronte all’ipotesi di sanzioni petrolifere, protestando pure per la mancata inclusione al fianco dei paesi occidentali al tavolo delle trattative con l’Iran. Per di più, la Cina sta rapidamente allargando i suoi rapporti commerciali con Teheran ed è ancora meno disposta a rinunciare al petrolio iraniano, visto che, stando a un sondaggio, il 54 per cento dei cinesi non vede un rischio nella possibilità che l’Iran possa dotarsi di armi nucleari.

Pertanto, sarà estremamente difficile raggiungere un ampio consenso internazionale sull’embargo petrolifero. Va considerato, inoltre, che un embargo potrebbe far esplodere il prezzo del petrolio sul mercato mondiale. È difficile stimare di quanto. Da un lato, le ricadute negative potranno essere minimizzate seppur con qualche difficoltà, perchè il petrolio esportato dall’Iran conta per non più del 3 per cento del consumo mondiale e perchè gli stati membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia dispongono di riserve di quasi 1.5 miliardi di barili. D’altro canto, però, si deve anche prendere in considerazione che i mercati globali normalmente reagiscono in modo sproporzionato a un ogni tensione politica e che il prezzo del petrolio può raggiungere livelli tali da spingere l’economia mondiale in una fase di recessione.

Un altro modo per costringere il regime di Teheran ad abbondare le sue ambizioni nucleari è il divieto alle esportazioni di prodotti industriali e di tecnologia avanzata nel paese. Il regime iraniano sa di avere urgente bisogno di investimenti e know-how provenienti dall’estero. Nel settore energetico, ad esempio, vuole aumentare la produzione ma, da solo, non ne è capace. Questa opzione colpirebbe soprattutto l’industria tedesca, ma anche quella italiana e francese. Le esportazioni russe in Iran, poi, si sono quasi triplicate negli ultimi sei anni e anche la Cina e l’India hanno scoperto l’Iran come destinazione per investimenti ed esportazioni. Anche in questo caso, perciò, sembra difficile raggiungere un ampio consenso internazionale in grado di dissuadere gli ayatollah dal portare avanti il progetto nucleare.

Senza il sostegno della comunità internazionale, alcuni commentatori e anche ex-politici come Madeleine Albright, hanno suggerito al governo statunitense di abolire le sanzioni in vigore da parte americana. Ma una politica del Grand Bargain nel contesto attuale, con le forze ultra-conservatrici al potere in Iran, può essere controproducente, soprattutto se si considera che al governo più moderato di Khatami non fu fatta nessuna offerta del genere.

Un’altra ipotesi da prendere in considerazione è l’imposizione di massicce sanzioni da parte di una coalition of the willing. Se a questa, però, non aderiranno Russia e Cina, come è assai probabile, sarà anche difficile convincere il Giappone a troncare i suoi rapporti con l’Iran. Il Giappone teme (e a ragione) che nella competizione energetica internazionale lascerebbe alla Cina un vantaggio troppo grande. Diversi paesi europei, inoltre, non sembrano disposti a una politica simile. In occasione del sequestro dei marinai britannici, Londra a chiesto a Berlino senza successo di minacciare il blocco o quanto meno la riduzione delle esportazioni verso l’Iran.

Per il momento, dunque, la coalition of the willing non sembra rappresentare un’alternativa al faticoso tentativo di ricercare un ampio consenso internazionale sull’imposizione di sanzioni più restrittive. Mettere alle strette l’economia dell’Iran con le sanzioni è possibile, tuttavia la comunità internazionale difficilmente troverà l’intesa necessaria.

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