Falsi miti

Quando era la sinistra ad essere sovranista

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1927

Siamo abituati a pensare che al giorno d’oggi ci siano due diverse idee d’Europa opposte, chiare e definite, che non possono essere confuse. Da una parte ci sono “gli amici dell’Europa” che amano la globalizzazione, non possono fare a meno di vivere in un panorama internazionale e viaggiare; dall’altra c’è l’Europa sovranista, oscura, medievale, fatta di persone che già se superano i confini del loro paesino per comprare il latte si sentono perdute. La prima Europa è il futuro e rappresenta i giovani, i migranti e le donne, la seconda è il passato e piace solo a vecchi, rustici e tutto sommato “tipi da Papete” (o da Arcore, per ricordare un tempo quando il cattivo non era Salvini). Il concetto a fare da discrimine qui è quello di “sovranismo”, una parola che è diventata quasi un sinonimo di populismo ma che vale meno, perchè non ha quel sottinteso di arguzia e acume politico di cui i populisti si ammantano.

Ma cos’è questo famigerato “sovranismo” e cosa significa in termini politici? Con questa parola, molto semplicemente, si indica la difesa della nazione come unità fondamentale di ogni processo attuale o futuro di integrazione europea. Lo Stato nazionale, secondo i sovranisti, è quindi la chiave imprescindibile da cui partire per ogni tipo di iniziativa internazionale congiunta, alleanza o cooperazione. Quest’idea è da tempo attribuita alla destra europea più “impresentabile”, unendo leader come Kurz e Orbàn a Salvini e Giorgia Meloni. Il concetto di “Europa delle nazioni”, in effetti, fu coniato in Francia da un controverso ispiratore di diversi movimenti conservatori continentali, ossia il generale Charles De Gaulle, oggi ritenuto nel bene e nel male un esempio per chi in Europa si pone a destra dello spettro politico. Questa somiglianza tra le istanze dei sovranisti e quelle golliste ha portato a pensare che il “sovranismo” fosse un fenomeno sempre e solo cucinato in salsa nazionalista, demarcando la differenza tra “buoni” e i “cattivi” europei. Le cose tuttavia non stanno così e in realtà ciò che nessuno ricorda è che nel corso degli anni ’90 il “sovranismo” europeo cambiò pelle, trovando rifugio in corso d’opera proprio a sinistra. Può sembrare sorprendente in effetti, ma a ben vedere slogan come “Europa dei popoli” o “Europa degli Stati sovrani” non sono arrivati a Salvini e Meloni senza intermediari, ma al contrario furono grandemente utilizzati da diversi leader socialdemocratici di primo piano come il defunto Presidente francese Mitterand (1981-1995) e il Primo ministro laburista Tony Blair (1997-2007) e dai loro epigoni fino a tempi relativamente recenti (si pensi a Tsipras).

Mitterand, segretario del partito socialista, fu uno dei capi di Stato europei ad indirizzare maggiormente l’Unione negli anni di Maastricht, riuscendo anche a far passare un referendum sull’appartenenza all’Europa che non riuscì, ad esempio, al suo successore Chirac. Il Presidente francese, al contempo, mise alcuni paletti all’integrazione europea. Il primo di questi era che l’Europa non dovesse danneggiare i popoli che ne facevano parte, o mettere da parte le loro giuste aspirazioni per il bene della finanza o dei mercati. “Voi non avete costruito l’Europa dei popoli, ma solo quella delle istituzioni e delle banche”, si lamentava spesso con i suoi avversari politici, sottolineando la mancata convinzione dei francesi ad aderire al progetto europeo. La cooperazione europea era quindi segno di una “solidarietà” continentale che non doveva, tuttavia, stravolgere lo Stato sociale nazionale, che per Mitterand era il vero perno della politica contemporanea. Per meglio servire questo scopo gli Stati europei si sarebbero potuti riunire in una confederazione di Stati sovrani, che condividevano la stessa politica estera e di difesa, ma erano lasciati liberi di decidere quali fossero le principali questioni di interesse nazionale. Una “confederazione di Stati sovrani e liberi” avrebbe detto il Presidente francese: parole che sono, incidentalmente, le stesse utilizzate da Giorgia Meloni e presenti nel programma politico di Fratelli d’Italia. Al termine del suo ultimo mandato le cose per Mitterand non andarono bene e la grande battaglia per raggiungere l’Europa dei popoli, come egli stesso ammise, non fu mai raggiunta. Pochi anni dopo, con sfumature diverse, un discorso simile fu ripreso in Inghilterra da Tony Blair, un altro dei “padri nobili dell’Europa” osannati dalla sinistra liberal e dall’ex Primo ministro Matteo Renzi.

Su Blair, può essere interessante richiamare direttamente un suo discorso, ossia quello di Varsavia del 2003, che ben sintetizza la sua posizione sull’integrazione politica continentale. Il tono del discorso era questo: “Noi vogliamo l’Europa delle nazioni, non l’Europa federale, ed è una visione che accumuna la maggiore parte dei popoli europei. Un superstato non avrebbe l’efficacia o la legittimità di cui abbiamo bisogno”, e ancora “Rafforzare l’Europa non vuol dire maggiori poteri a Bruxelles, non possiamo dire che la vera Europa sia solo quella della Commissione o del Parlamento, ma anche l’Europa dei governi è reale e fa parte della nostra identità”. Se parole del genere fossero pronunciate da un qualsiasi leghista probabilmente scuoterebbero le coscienze dei salotti e causerebbero levate di scudi contro il ritorno del nazionalismo e del fascismo, ma nella voce suadente di un campione della nuova sinistra come Blair, meno di venti anni fa, gli stessi concetti suonavano eleganti e persuasivi. Si può dire che Mitterand e Blair, due veri e propri ispiratori dell’integrazione europea a sinistra, fossero di base dei sovranisti? Ammetterlo scardinerebbe un’intera categoria mentale che vuole il “fronte sovranista” come nemico dell’Europa, mentre i due leader (come Margareth Tatcher del resto, Chirac e lo stesso De Gaulle) pur avendo una visione intergovernativa dell’Europa hanno portato grandissimi contributi al progetto di integrazione del continente; soprattutto in termini di Esteri e Difesa. Ma si sa, nello scontro tra eurofili ed euroscettici non c’è spazio per dubbi o esitazioni, e nel nuovo bipolarismo che si va a creare il “sovranismo” è un nemico da distruggere, anche se è lo stesso fondamento su cui l’Europa politica è stata costruita.

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1 COMMENT

  1. Tutti gli Stati Federali del Mondo si sono formati o affrancandosi dalle Monarchie Colonialistiche e Belligeranti che ne avevano costituito le rispettive Genesi Territoriali oppure essendo guidati ed inglobati dalla Monarchia, in tale Lotta, predominante.

    Il Motto Nazionale “In God We Trust !” può esser visto come una Ideale Sintesi, un “Tagliar Corto” rispetto agli Eventi fino ad allora accaduti, da questa parte dell’Atlantico, spesso sospinti da motivazioni religiose.

    E’ un caso che né l’Italia Repubblichina né quella Repubblicana abbiano mai partorito un Motto Nazionale diverso da quello Risorgimentale (FERT) ?

    Se l’Europa volesse realmente andare oltre i fantasmi del suo secolare passato ed integrare tanto gli Stati Repubblicani che quelli Monarchici che la compongono, non dovrebbe forse decidersi a ripensare e capovolgere i principii che, a partire dalla seconda metà del ‘500 ne favorirono, a più riprese, la disaggregazione ?

    Erasmo da Rotterdam non ne ebbe la possibilità perché già passato a Miglior Vita, ma non avrebbe forse laicamente invitato a considerare l’opportunità di rovesciare il “Cuius Regio eius Religio” in un molto più opportuno ControEditto: “Cuius Religio eius Regio” ?

    Mi piace crederlo.

    Anche perché il Motto dell’Unione Europea (“In Varietate Concordia”) sulla Moneta Unica non è mai stato inciso (come avviene invece, oltre oceano, tanto sulle Banconote che sui Centesimi di Dollaro, a voler significare che il denaro è solo uno strumento).

    Ed inoltre se l’Idea di Stati Uniti d’Europa dovesse poi precipitare, si potrebbe adottare proprio il “Cuius Religio eius Regio” quale Motto Repubblicano Italiano da incidersi sull’eventuale nuova Moneta Nazionale !!!

    Jaba Daba Lux,
    Jaba Daba Lex,
    Jaba Daba Dux !!!

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