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Pezzi di Storia finita nel dimenticatoio

Quando Genova e Venezia insegnavano a Spagna e Portogallo a colonizzare

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Nel suo libro "The Beginnings of Modern Colonization" (1970), Charles Verlinden scriveva che “la colonizzazione medievale fu opera soprattutto delle repubbliche italiane”. Lo storico belga voleva porre l’attenzione su una pagina dimenticata del Medioevo, e sulla continuità esistente tra economie mediterranee medievali ed imperi transatlantici dell’era moderna.

Purtroppo, il bellissimo libro di Verlinden e le ricerche della sua allieva Ruth Pike non riuscirono a produrre un cambiamento a lungo termine nella storiografia del periodo. Infatti oggi, dopo più di quarant’anni, i possedimenti veneziani e genovesi del tardo medioevo sono tornati nell’oblio. A scuola non si studiano, e nel mondo accademico sono sottovalutati.

Ma perché l’impero genovese e le basi veneziane meriterebbero ricerche più approfondite? Perché, al contrario di quanto solitamente si pensa, le roccaforti levantine di Genova e Venezia non erano semplicemente spacci commerciali e porti strategici. Questi feudi svolsero anche una funzione di laboratorio coloniale per la futura espansione atlantica di Portogallo e Spagna. Proprio qui, lungo la costa della Terra Santa e sulle isole di Cipro e Creta, le famiglie italiane organizzarono le prime piantagioni di canna da zucchero moderne, fusione tra agricoltura intensiva ed industria.

Proprio qui il traffico degli schiavi (allora in maggioranza slavi e mongoli) che nel Medioevo era limitato ed andava a soddisfare i bisogni di domestici nelle metropoli, divenne per la prima volta uno strumento indispensabile della produzione agricola d’oltremare. Quindi, gli imperi amerindi creati nei secoli seguenti da Portogallo e Spagna avevano strutture economiche e tecniche di piantagione ideate dagli italiani nel tardo medioevo.

Non si creda che le potenze iberiche si fossero limitate a trarre indiretta ispirazione dai modelli economici italiani. Furono proprio nobili e mercanti genovesi a trasferire le loro tecniche economiche dal Mediterraneao orientale all’Atlantico, passando per la Sicilia. La colonizzazione delle isole Canarie fu portata a termine con la decisiva partecipazione di conquistatori-imprenditori genovesi, che ottennero dai re portoghesi e castigliani feudi, terreni e privilegi in cambio di progressi militari.

Anche la coltivazione della canna da zucchero nella parte più meridionale del Portogallo, attorno ad Algarve, fu introdotta dai genovesi, nel 1404. Insomma, non é un caso se fu proprio Colombo a portare la coltivazione della canna da zucchero nei Caraibi: la mossa dell’esploratore era semplicemente il passo finale di un lungo movimento Est-Ovest, un movimento causato dalle conquiste Ottomane ad Est e dalle progressive scoperte di nuovi territori (e mercati) ad Ovest.

Le tecniche di colonizzazione dell’età moderna nacquero dunque nel tardo Medioevo, e furono l’opera di mercanti e nobili italiani che non si accontentavano di vivere di rendite feudali, ma investivano capitali in nuove strategie economiche. Un’altra conseguenza di quanto accadde dal XII al XIV secolo nei possedimenti coloniali delle repubbliche italiane é che, dopo l’apertura del mondo Atlantico e la creazione degli enormi imperi iberici, i genovesi continuarono ad essere fondamentali negli ingranaggi burocratici e finanziari di Madrid e Lisbona.

Infatti, le famiglie liguri avevano a disposizione capitali accumulati nel Levante e quindi iniziarono a prestare straordinarie quantità di denaro (soprattutto alla corona spagnola). Inoltre, mentre coloni portoghesi e spagnoli sbarcati in America impararono rapidamente ad applicare le tecniche di sfruttamento agricolo messe a punto dagli italiani, molto più tempo ci volle prima che i commercianti dell’Andalusia (che nel medioevo erano dilettanti in confronto a genovesi, pisani, fiorentini, e veneziani) fossero in grado di attrezzare flotte adeguate ad attraversare l’oceano con la necessaria frequenza.

In questo scenario, molte famiglie genovesi si trasferirono a Cadiz e Siviglia, e per secoli sopperirono alle carenze strutturali della marina spagnola. Anche in questo caso, gli storici si sono dedicati poco alle imprese degli italiani: per secoli, seppur senza uno Stato nazionale alle loro spalle, i mercanti genovesi si inserirono nelle rotte mercantili transatlantiche, trasportando di tutto (argento, schiavi, viveri, prodotti manufatturieri, ...) dall’Europa all’America e viceversa e perfino dall’Estremo Oriente all’Atlantico. Ogni volta che si va ad analizzare la presunta fine del commercio internazionale genovese, si scopre che gli storici hanno sbagliato, e che i laboriosi liguri ebbero una successiva rinascita.

Solo recentemente Catia Brilli ha cercato di riportare l’attenzione sulla longevità delle attività economiche internazionali dei genovesi, che sopravvissero a bombardamenti del porto, guerre, invasioni, crolli di imperi amici, e perfino all’annessione al Regno di Sardegna. A marzo dello scorso anno, durante un viaggio di ricerca in Uruguay organizzato dalla Roosevelt University di Chicago, da giovane storico ricercatore ho personalmente intervistato la figlia novantenne di un commerciante genovese che fino agli anni ’50 del secolo scorso riforniva di ogni ben di Dio il porto di Colonia do Sacramento, nel Rio de La Plata, destinazione storica dei mercanti liguri.

Dal tardo Medioevo fino almeno al XIX secolo, la storia dell’economia mondiale ha un protagonista segreto, che non costruì imperi intercontinentali attraverso il potere politico, ma sostenne l’espansione europea (con modelli coloniali di successo ed enormi finanziamenti), provocò la prima forma di globalizzazione (con le esplorazioni e un intramontabile commercio marittimo), e favorì la creazione di ciò che chiamiamo mondo atlantico (con la connessione culturale ed economica di luoghi mai in contatto tra loro precedentemente). Questo protagonista segreto, e che noi dovremmo riscoprire e ristudiare, sono le repubbliche marinare italiane, e in particolare la più intraprendente tra esse, Genova.

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