Manifesta 7

Quando i curatori prevalgono sugli artisti…

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Rotterdam, Lussemburgo, Lubiana, Francoforte, San Sebastian, Nicosia e ora, tutte insieme, Trento, Rovereto e Bolzano. Manifesta, la biennale europea d’arte contemporanea, è una manifestazione migrante che ogni due anni sposta il carrozzone dell’arte contemporanea da un posto all’altro dell’Europa. Quest’anno la fermata dice Trentino Alto Adige. Non una città o una nazione-città, ma un’intera regione. Anzi due.

Fondata nel 1993, negli anni che seguivano la caduta del muro di Berlino, Manifesta è nata con l’intento di rispondere in modo flessibile alle condizioni di cambiamento che l’Europa stava attraversando sia dal punto di vista sociale sia da quello artistico. Muovendosi di città in città ogni due anni essa ha cercato di mettere in luce istanze globali comuni a tutti i luoghi e problematiche propriamente locali. Sia pur nata con la volontà di portare l’arte anche in posti periferici, essa si è spesso concentrata nel cuore pulsante dell’Europa e l’unica volta che ciò non è avvenuto, nel 2006 a Cipro, essa è stata cancellata per problemi di natura logistica e politica che a dirla tutta sono tutt’oggi ancora pressoché sconosciuti.

La settima edizione quindi si presenta così dopo 4 anni dalla sua più recente presentazione e lo fa di nuovo al centro dell’Europa, in Italia. In Trentino - Alto Adige, che poi è Italia per metà.

Il Trentino Alto Adige, regione piena di contrasti e divisioni mai realmente superate, ha trovato la sua arma vincente proprio nella necessità politica e sociale di suddividere il territorio allettando così la Fondazione Manifesta attraverso la possibilità distribuire la mostra su un territorio più esteso che avrebbe permesso di mettere  l’accento sulle difficili convivenze culturali, linguistiche e sociali, tanto care a Manifesta sin dai suoi esordi.

 Quella appena inaugurata è un’edizione divisa in 100 giorni (dal 19 luglio al 2 novembre) distribuita in 100 miglia quadrate (da Rovereto a Fortezza) e che coinvolge cinque locations ricavate da aree dismesse e stabilimenti industriali abbandonati nelle città di Rovereto, Trento, Bolzano e Fortezza.

 La mostra di Rovereto, la città più piccola ad aver mai ospitato Manifesta, si sviluppa tra l'edificio industriale novecentesco Ex-Peterlini e l'ottocentesca Manifattura Tabacchi.  Il curatore è Adam Budak, originario di Cracovia. Principle Hope, questo il titolo della sua mostra, è incentrata sui concetti di spazio pubblico e spazio privato, della capacità di convivenza degli stessi nelle recenti pratiche contemporanee che vanno dall’installazione, al video e alla performance. Un contributo speciale è quello che si svolge alla stazione ferroviaria in cui gli artisti Christian Teckert e Andreas Spiegl hanno investigato le conseguenze della costruzione della ferrovia in una regione come il Trentino.

Circa 30 chilometri più a nord, Trento ospita la mostra di Anselm Franke e Hila Peleg. I due hanno dedicato la loro attenzione alla storia cittadina concentrandosi sul Concilio ecumenico del 1545. I contenuti di questo e in particolare quelli della confessione sono le basi del tema della mostra. Il concilio aveva, infatti, dichiarato che anche i pensieri e desideri dell’uomo sarebbero stati soggetti alla confessione esponendo così “l'anima” ai meccanismi esterni del controllo e dell'ordine. Questo diventa il punto di partenza per pensare alle modalità attraverso le quali l'anima viene considerata come un oggetto, ai processi che trasformano l'interiorità soggettiva in un elemento oggettivo. La mostra The Soul, ospitata nel Palazzo delle Poste, include circa cinquanta artisti che indagano proprio il concetto dell’anima e della sua rappresentazione come avviene nel caso di Luigi Ontani a cui è dedicato l’ingresso della mostra e la cui produzione, fatta di fotografie e sculture in cui l’artista si cala nelle vesti di qualcun altro, costituisce un esempio dell'incrocio tra arte e vita. Un’opera che solleva questioni sull'immagine dell’io e del feticismo del corpo, che indaga il rapporto fra l'anima di una persona e le maschere sociali o rituali che esso indossa.

Proseguendo nel viaggio sempre più a nord, a Bolzano il collettivo curatoriale Raqs Media Collective ha deciso di utilizzare gli spazi industriali dell’Alumix, vecchia fabbrica di produzione dell’alluminio. In un magnifico spazio razionalista si snoda la loro mostra basata sul concetto di “residuo”. Il progetto, intitolato The Rest of Now, si fonda sull’idea che i residui, i resti, rimandino al ricordo di qualcosa che è sì andato perduto ma che rappresentino anche uno spunto per il futuro.

Infine, nell’ultima tappa delle 100 miglia quadrate in cui si propaga questa ultima edizione di Manifesta, il forte di Fortezza è la sede di Scenarios, mostra curata collettivamente dai tre team curatoriali. Qui la scelta è stata quella di lasciare il campo a installazioni sonore basate su testi concepiti per questo contesto.  

Installati individualmente come registrazioni voce negli spazi interiori ripetitivi della fortezza, i lavori sonori dei dieci artisti selezionati per la sede, accompagnano lo spettatore nelle meravigliose sale del forte.

 Tra pochi spunti interessanti dovuti ad alcuni intensi lavori sopratutto nelle sedi di Trento (Javier Tellez, Klaus Weber, Rosalind Nashashibi, Keren Cytter e Luigi Ontani) e Rovereto (Ragnar Kjartansson e Christian Philipp Müller) Manifesta 7 delude un po’ le attese. Delude perché rappresenta l’ennesima dimostrazione di come queste grandi manifestazioni siano sempre più il frutto non già della magnifica visionarietà degli artisti e delle potenza delle loro opere ma della necessità dei curatori di dimostrare attraverso opere d’arte, utilizzate come mere illustrazioni, i loro concetti politici, sociali e intellettuali, pensati spesso in modo aprioristico e non determinati da spinte che provengono dall’arte stessa.

Ma delude anche perché, sia pur avendo il merito di presentare giovani artisti che non hanno ancora avuto la possibilità di affrontare palcoscenici così importanti, mette lo spettatore avanti una serie di lavori, degni d’attenzione se considerati singolarmente, ma giustapposti senza un criterio leggibile neanche ai più attenti e vogliosi di capire. A meno che non si voglia comprare il catalogo, dove di certo si leggerebbe tanto e soprattutto tanta teoria ma dove, qualora si volesse approfondire i lavori degli artisti, ci si dovrebbe accontentare di una piccola paginetta con una sola immagine formato tessera. Tanto da leggere, poco da guardare. Ma non si parlava di Arte?

 

 

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1 COMMENT

  1. Pensiero di un misantropo …
    Tanto fumo e niente arrosto. Si potrebbero fare innumerevoli altri esempi sulla presunta “cultura” oggi imperante in Italia ed in Europa, ma è meglio lasciar perdere. Non ne vale proprio la pena. Un “mondo culturale” dove regna l’immobilismo, la superficialità, la vacuità, l’effimero, il servilismo, il politicamente corretto; un mondo dove spesso non è il merito ad essere il requisito che determina la selezione e dove le doti dell’artista (se ve ne sono) non sono certo ciò su cui si fonda la sua carriera. Un segno tristissimo del declino culturale e morale della vecchia Europa; un segno che in Italia è tangibile più che altrove, grazie soprattutto alla presenza di una certa classe politica per la quale la cultura si identifica fondamentalmente nel Cinema, nelle canzonette ed in una pseudo-cultura (spesso universitaria e accademica) che sa soltanto essere penosamente autoreferenziale. Solo a pensarci mi viene un disgusto ed una depressione … Mi consolo suonando Bach e la musica francese al mio clavicembalo. Perdonatemi per la misantropia, ma non saprei cosa altro fare. E speriamo di non fare la fine di Bisanzio … Ma se un giorno ciò dovesse davvero accadere, spero almeno di poter avere, prima di quel giorno, il tempo di fare le valigie …

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