Cinema e storia

Quando il cinema italiano ci raccontava della crisi umana dei sentimenti

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“Le nuvole e la luna…”, inizia così il l’Eclisse, il terzo capitolo della trilogia dell’incomunicabilità, con la voce acuta e penetrante di Mina, muovendosi tra le intricate strade di una società italiana sempre più ricca e felice, baci di seta tra benessere e alienazione.
E’ una Roma diversa quella di Antonioni (il regista nda):  i monumenti emblematici vengono meno, ciò che invece si inquadra molto spesso sono le strade anonime dell’EUR, gli edifici squadrati che gettano sull’asfalto caldo ombre lunghe e oblique, come se ci si trovasse nelle piazze d’Italia di De Chirico.
Il tema dello spazio è una chiave di Volta per raccontare l’Eclisse e i suoi personaggi, sono proprio i luoghi infatti a trasmettere l’essenza di voci e staticità dei protagonisti, i quali sono una fedele rappresentazione del nuovo tipo d’uomo che inizia a delinearsi all’inizio degli anni ’60.
Vittoria, interpretata dalla sensuale Monica Vitti, è una giovane donna che decide di chiudere la sua relazione con Mario, architetto, interrompendo così un legame borghese che da tempo si era tramutato in mera abitudine: “a 20 anni eravamo felici, adesso non più”.
Nel corso della loro conversazione l’uomo comprende drammaticamente che qualsiasi tipo di contatto si annulla completamente con l’abbandono di lei: “non passerò più, non ti telefonerò, non ti scriverò.”
Ed appunto il film inizia esattamente con questa separazione, preannunciando de facto una sempre maggiore liquidità dei legami umani, i quali vengono disfatti con grande semplicità ed alienazione, quasi non comprendendo davvero perché si decide di andar via, lasciarsi un amore alle spalle, un uomo, come se fosse un granello di sabbia.

Neanche le amiche di Vittoria sono di gran conforto, con le stesse la donna non riesce a raccontarsi, evita di spiegare perché ha difficoltà a dormire, preferisce seppellire quel malessere che tanto emana il suo sguardo in una grassa risata, creando così una doppia di sé che sorride spesso e gode di tutto il benessere della propria posizione sociale.
Vittoria incontra il suo co-protagonista Piero, il personaggio dell’affascinante Alain Delon, durante una delle tante sedute in Borsa a cui partecipa anche la madre della ragazza.
Piero è un giovane broker finanziario e i suoi movimenti sono dinamici ed inarrestabili, è il figlio sincero di una società dallo sviluppo veloce ed immediato, uomo scattante alla ricerca della miglior opportunità per guadagnare sempre più.
La Borsa è un luogo emblematico a cui il regista dedica molti fotogrammi: è confusionaria, piena, anonima, rumorosa e contraddittoria.
E’ la rappresentazione di un’Italia che vuole diventare ricca, è una nazione affamata che desidera essere al pari delle proprie concorrenti estere e dimostrare che la miseria è solo un lontano ricordo.
Così quest’Italia grida ad alta voce, si affanna per il miglior investimento, rende lo statico edificio della Borsa un teatro vivente dove ci sono tanti fogli e penne che prendono vita insieme al vento estivo di Roma.

Vittoria e Piero non potrebbero essere più diversi di così, hanno entrambi una sensibilità che si dedica ad altro, non comprendono le reciproche passioni e sanno di conoscersi ancor meno.
La donna è caratterizzata da uno spleen esistenziale che la porta ai margini dalla vita di Piero: Vittoria non capisce nulla di borsa né di manovre finanziarie, è assorbita da tutt’altro ed è incapace anche lei a dare consistenza ai propri sentimenti, come quando dice a Piero “vorrei non amarti o amarti molto meglio.”

Forse la spinta necessaria è ciò che i critici chiamano noia borghese, ovvero la necessità di riempire giornate frenetiche ma al tempo stesso statiche, il bisogno di sentirsi amati e ricevere in cambio un affetto, seppur artefatto, capace di addolcire i ritmi violenti delle città in trasformazione.
Le inquadrature di Antonioni sanno essere soffocanti per quanto lo spazio che regala allo spettatore sembri immenso: tant’è che non mancano le sbarre, siano della finestra o di un cancello, nascondendo i diversi personaggi dietro queste, simboleggiando una costrizione esistenziale che imprigiona tutti i protagonisti nei loro sentimenti ed emozioni, rendendoli incomprensibili anche a loro stessi.
Con questo film Antonioni coglie perfettamente quello che poi sarà lo spirito di una nuova società d’italiani, risaltando debolezze e contraddizioni di una nazione che diventa sempre più prospera, come mai era stata in passato.
Ma è anche più chiusa e divorata nella propria interiorità, negando de facto l’espressione umana delle relazioni e abbracciando l’era liquida di cui oggi vediamo i terrificanti effetti.
L’Eclisse ha un duplice significato nell’opera Antonioniana, infatti com’è soltanto un fenomeno raro e misterioso da ammirare in cielo, al tempo stesso cambia la luce di ogni cosa.
A differenza di quanto cantava Mina, non è l’eclissi lunare ad interessare il regista, ma bensì quella solare, ovvero la luce che cambia in pieno giorno, modificando lo stato delle cose e persino le persone sotto di essa.
Lo stesso Antonioni dirà, ricordando di una eclissi vista nella Firenze del ’62, “silenzio diverso da tutti gli altri silenzi. Luce terrea, diversa da tutte le altre luci. E poi buio, immobilità totale. Tutto quello che riesco a pensare è che durante l’eclisse probabilmente si fermeranno anche i sentimenti.”
La crisi di sentimenti raccontata dal film è un elemento tipico della Nouvelle Vague, verrà ripreso anche da altri celebri registi, così come anche nel contesto letterario e poetico, pensando a Pasolini che però preferisce occuparsi di altri strati della società.
Tra Vittoria e Piero in fondo cade proprio un’eclissi che impedisce l’instaurarsi di una vera e propria relazione, i fotogrammi che ce li regalano insieme li mostrano sorridenti e felici, viene difficile da chiedersi se ci sia motivo di dubitare del loro interesse, eppure la semplicità viene catturata dalle piccole cose.
Così come Piero che si preoccupa della propria auto ammaccata piuttosto che dell’uomo morto, così come Vittoria che non sa se desidera sposarsi: parla di non avere alcuna “nostalgia del matrimonio”, pur non essendosi mai stata unita a qualcuno civilmente, i dettagli amorosi sono proprio i figli di un’emozione annoiata.
Quando i due stanno per salutarsi, si danno semplicemente appuntamento alla sera stessa, così come facevano sempre, è un arrivederci strano e lo spettatore se ne rende conto subito: perché quegli sguardi? Perché quel melodramma nel saluto? Come mai Vittoria scende le scale con grande lentezza?
Finirà così, senza rivedersi più, con un appuntamento a cui entrambi sapevano non sarebbero andati, un ennesimo incontro mancato mentre i luoghi del film continuano a vivere anche senza di loro.
Sicché inutile cercarli ancora, il pullman continuerà a passare alla stessa fermata, i lampioni illumineranno i volti dei passanti come accecandoli, le nuove case dell’EUR squadrate e dalle ombre oblique verranno costruite, persino le piante continueranno a far rumore, portando così su di loro il grido soffocante dell’assenza dell’uomo.

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