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Quando la Stasi spiava le vite di tutti

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Victor Zaslavsky ha appena visto il film “Le vite degli altri” e qualcosa nella sua memoria si è subito messa al lavoro. “Ho vissuto a Berlino Est per motivi di studio per un certo tempo e ho riconosciuto molto bene il clima raccontato dal film e vicende simili hanno toccato anche persone che ho conosciuto”. Il film di Florian Henckel von Donnersmark, vincitore del premio Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2007, racconta di un’operazione di spionaggio messa in piedi dalla Stasi per controllare la vita di un famoso scrittore e della sua compagna,  un’attrice bella e affermata. La storia inizia nel 1984 e scavalca di poco la caduta del Muro.

Zaslavsky, nato a San Pietroburgo, ha esperienza diretta del regime sovietico ma conosce bene anche le vicende della DDR: “Se in Urss si diceva che almeno il 2 per cento della popolazione lavorasse per il Kgb, nella Germania Est questa percentuale poteva arrivare al 5 per cento o forse più. Questo vuol dire che su una popolazione attiva di 8 milioni di persone ci potevano essere più di 400.000 tra dipendenti e collaboratori della Stasi, i cosiddetti Inofizieller Mitarbeiter,  o più semplicemente MI”.

Zaslavsky  rievoca subito la parte finale del film, quando si aprono gli archivi della Stasi e si vedono i molti chilometri di schedari dove era minuziosamente catalogata la vita e i pensieri di ogni tedesco dell’Est. “Quello che si trovò fu solo una parte della marea di documenti prodotti dalla Stasi: nei giorni prima del crollo del muro e anche in quelli successivi, in tutti gli uffici statali si lavorò giorno e notte a distruggere tutto quello che era possibile con apposite macchine trita documenti. Molto venne distrutto e qualcosa venne anche trafugato: fu il caso di due vice di Marcus Wolf, il capo della Stasi, che vendettero molti documenti agli americani, documenti che solo ora stanno tornando in Germania”.  Nonostante i furti e le distruzioni però, negli archivi rimase una mole incommensurabile di dati, e il film mostra la processione di cittadini in cerca dei propri “file personali” dove scoprire chi li avesse spiati o traditi negli anni del regime. “Fu un fenomeno di massa – racconta Zaslavsky – centinaia di migliaia di persone decisero di andare a scavare negli archivi per scoprire magari  che la moglie, o il marito, o il miglior amico li aveva traditi. Furono pochissimi quelli che rinunciarono a sapere. E fece bene la commissione Gauck, che all’epoca venne incaricata di gestire gli archivi della Stasi, a consentire l’accesso a tutti: diede sfogo a un bisogno profondo e diffuso che non doveva essere represso”. Un bisogno non del tutto esaudito se, come ci dice Zaslavsky, sono ancora al lavoro gruppi di esperti che, con tecnologie all’avanguardia, stanno rimettendo insieme i documenti fatti a coriandoli dai tritacarta e si prevede che ne abbiano ancora per vent’anni.

“Fu da quei documenti che venne fuori il caso di Christa Wolf, che per molti versi la vicenda del film mi ha ricordato”.  Zaslavsky si riferisce alla celebrata scrittrice della Germania Est  che si scoprì legata per diversi anni alla Stasi come Inofizieller Mitarbeiter  e come l’attrice protagonista del film, accettò anche di tradire amici e colleghi. “La Wolf scrisse un libro molto ambiguo sulla vita nella DDR, “Was Bleibt” (Quello che resta), in cui non ebbe il coraggio di fare i conti con il suo passato: aveva in mano materiale degno di Dostoevsky ma scelse di non andare fino in fondo”.

“Il film – osserva ancora Zaslavsky – mostra come il perfezionismo tedesco avesse portato alle estreme e più tragiche conseguenze il sistema di controllo sociale sovietico. In Russia  le cose erano un po’ più improvvisate e imprecise, nella Ddr non c’era scampo. Ma fa anche vedere come ‘il pesce comincia a puzzare dalla testa’. Quella perfetta macchina di persecuzione che era la Stasi e che doveva servire a proteggere il regime dal nemico interno, veniva invece usata dai vertici del regime per i loro scopi privati, come nel caso del Ministro della Cultura nel film che ricorda un po’ la vicenda di Beria in Urss”.

Qualcuno ha osservato come la storia dell’inappuntabile ufficiale della Stasi che vede incrinarsi le sue convinzioni e si commuove spiando “la vita degli altri” non sia poi così plausibile. “Non è così – dice Zaslavsky – ci sono stati casi del genere, i “defectors”, anche se non moltissimi specie in Germania Est. In fondo la storia di Vasilij Mitrokhin non è tanto diversa: un funzionario del Kgb rimosso dal servizio attivo e spedito all’archivio dei “casi chiusi”, che mette da parte con pazienza e minuzia il materiale che gli passa tra le mani, coltivando l’idea di farlo conoscere all’estero.

Verso la fine del film, il ministro della Cultura ormai decaduto, dice al protagonista: “Prima o poi tutti si ricorderanno com’era bella la Ddr”. “Lì c’è la previsione del fenomeno della Ostalgie, la nostalgia dell’Est – spiega Zaslavsky – un fenomeno che ha variamente colpito tutti i paesi della ex Urss. Anche nella stessa Russia oggi molti pensano all’era Breznev come all’età dell’oro. Non è difficile capire perché: con la destalinizzazione la parte più violenta e repressiva venne meno e le cose cominciarono a funzionare. C’erano posti di lavoro a sufficienza, i prezzi dei generi di prima necessità erano stabili e contenuti, gli alloggi erano quasi gratuiti. La gente si abituava a vivere in un contesto stabile e prevedibile”. Questo è l’aspetto che più intriga Zaslavsky nelle sue riflessioni sulle dittature comuniste. “La cosa interessante, spiega, non è tanto il dissenso, quanto l’organizzazione del consenso. Esiste una forma di adattamento anche alla più insostenibile delle situazioni. Molta gente che si era adattata alla dittatura e non è stata capace di adeguarsi alle novità della desovietizzazione. Pensate ad un altro film sulla Berlino di quegli anni, “Good bye Lenin”, racconta proprio lo spaesamento e l’incapacità di adattarsi al travolgente cambiare dei tempi”.  Ma non c’è solo questo elemento nella “Ostalgie” e in genere per la nostalgia per Brezhnev e la sua epoca. “C’è anche la tendenza a trasfigurare il proprio passato e quello del proprio paese. – dice Zaslavsky – Oggi il lavoro degli storici in Russia è molto più facile di prima, si scrivono molti più libri di storia, ma se ne leggono molti meno.  Non c’è interesse, la gente non vuole ricordare i piccoli o grandi compromessi cui ha dovuto soggiacere, le volte in cui il coraggio è venuto a mancare, in cui si è fatta una scelta di comodo, in cui ci si è girati dall’altra parte. Sono cose che succedono quando si vive in una dittatura e con cui spesso si preferisce non fare i conti. Quando Solzhenitsyn lanciò ai concittadini l’appello “vivere senza menzogna”, il suo contenuto eversivo fu pienamente apprezzato dalle autorità che lo privarono della cittadinanza e lo espulsero dal paese. Il film di Von Donnersmark ha però avuto molto successo in Germania, anche nella ex Ddr. “E’ un buon segno, vuol dire che torna la voglia di ricordare o di sapere. E il film riesce bene in questo perché restituisce la dimensione vera di quel periodo, senza forzare la mano e senza dare giudizi”.


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