Quando Renzi twittava “Vola Alitalia, viva l’Italia”…

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Quando Renzi twittava “Vola Alitalia, viva l’Italia”…

26 Aprile 2017

Nel 2014 l’ex premier Matteo Renzi twitta “Vola Alitalia, viva l’Italia”, salutando l’accordo con Etihad, la compagnia di bandiera emiratina accorsa al capezzale di Alitalia sull’orlo di uno dei suoi tanti scampati fallimenti. Renzi si rivende l’accordo come un salvataggio dai costi coperti unicamente dai privati che servirà a rendere più competitiva Alitalia, grazie alla presenza di un vettore con dimensioni globali come Etihad. 

Il controllo dell’azienda viene preso da Etihad (49%) con le banche (Unicredit e Intesa). Le nuove uniformi delle hostess ammiccano all’epoca d’oro della nostra ormai ex compagna di bandiera, una retorica da boom anni Sessanta alimentata ad arte dall’allora premier, dalla sua corte e dai giornaloni complici, come se fossimo davvero entrati nell’era dei viaggi interstellari. Ma le perdite continuano. 

Nel 2014, Alitalia perde circa 600 mln di euro. Nel 2015, dopo l’accordo, le perdite si riducono, scendendo a circa 200 milioni, ma le cose non vanno come previsto, e per mettere le mani avanti sui risultati del 2016, dai piani alti dell’azienda si inizia a parlare di crisi internazionale del comparto, ricordando gli attentati in Francia, Belgio e Turchia, la paura che c’è in giro di salire su un aereo. 

Gli effetti del terrorismo e di una situazione incandescente, però, ha scritto ieri il Financial Times, in questi anni si sono fatti sentire per tutte le compagnie, grandi e piccole, ma nel caso di Alitalia hanno reso evidenti “tutte le debolezze della strategia e del modello di business” adottato per il salvataggio del 2014.

Sulle lunghe rotte, per esempio verso il Nord America, Alitalia paga la forte concorrenza di altri vettori, come pure sulle rotte a corto e medio raggio, l’Europa per intenderci, l’effetto della concorrenza delle compagnie low cost continua ad essere agguerrito e devastante. Vale la pena chiedersi cosa hanno fatto i governi Renzi e Gentiloni per verificare come stava procedendo il piano industriale annunciato come la svolta del secolo ma che adesso necessita di altri tagli ai salari e ai posti di lavoro, visto che non regge la concorrenza. 

La proposta è dunque una nuova riduzione dei costi di un miliardo in tre anni e l’asticella del ritorno agli utili spostata in avanti nel 2019. Ma i dipendenti di Alitalia votano No nel referendum sul pre-accordo con l’azienda. I lavoratori giocano ormai a carte scoperte: diteci qual è un modo per tornare a fare utili, visto che fino adesso il piano non ha funzionato come doveva. Il governo mette le mani avanti, Alitalia non verrà nazionalizzata, insomma nessun salvataggio di stato, anzi il rischio della liquidazione.

Si parla di un prestito ponte gentilmente fornito dalla Ue che al momento, però, nicchia, visto che ha appena approvato la “manovrina” in debito. In una intervista alla Stampa di oggi, il ministro Delrio annuncia 300 milioni di euro di garanzie pubbliche. La domanda in ogni caso resta la stessa: dal 2014 a oggi qualcuno al governo del Paese si è chiesto come l’Italia stava tornando a volare? Quello che sappiamo al momento è che, dopo “l’arabizzazione”, è arrivato l’immancabile commissariamento. Gira voce che il boccone, o per meglio dire lo spezzatino Alitalia, potrebbe prenderselo Lufthansa, ma per adesso sono solo voci da hangar. Un altro giro di ruota, un altro fallimento?