Quando si parla di euro, la Germania non sa quello che vuole

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Quando si parla di euro, la Germania non sa quello che vuole

13 Settembre 2011

Cosa vuole la Germania? L’interrogativo viene fuori ogni volta che si discute di euro. Abbastanza evidente, invece, è ciò che non vuole: no a una “transfer union”, no alla condivisione dei debiti nazionali e no alla smantellamento della moneta unica. Ma non è semplice sapere come essa intenda conciliare questi obiettivi, e ancora più complicato è riconoscere il fine ultimo della politica europea tedesca.

Tutt’a un tratto, però, a Berlino si discute febbrilmente di riformare l’Unione europea: emettendo eurobond comuni, rinegoziando i trattati, persino dando vita a un’Europa federale. Nessuno sa se tutto questo avverrà. Gli ostacoli verso un cambiamento sostanziale sono così proibitivi che i vari leader hanno sempre la tentazione di volersi salvare in calcio d’angolo. Eppure, i termini del dibattito in Germania stanno cambiando. I politici tedeschi sembrano aver deciso che è giunto il momento di iniziare a ridisegnare le istituzioni europee. Ancora una volta.

Gli euro-federalisti tedeschi si sono svegliati dopo un lungo sonno. Non è una sorpresa che Joschka Fischer, il più anziano uomo di Stato nelle file dei Verdi, invochi gli “Stati Uniti d’Europa”. Più eclatante è il fatto che, a pronunciare le stesse parole, sia stato Gerhard Schröder, ex cancelliere social-democratico, così come Ursula von der Leyen, ministro del lavoro e uno dei leader dei Cristiano-Democratici. Questa settimana (la scorsa, ndt) Schröder è stato a Bruxelles insieme ad altri ex leader – lo spagnolo Felipe Gonzáles, il belga Guy Verhofstadt e il finlandese Matti Vanhanen – per invocare gli eurobond, il potere per la Ue di aumentare le tasse, “beni pubblici su base europea” e una “federazione” europea.

Questo potrebbe suonare come il delirio di un politico che ha fatto il suo tempo. Certamente, risponde al crescente euro-scetticismo che attraversa il continente. Eppure, lo stesso governo tedesco sta discutendo sull’opportunità di riformare le istituzioni europee. Il cancelliere Angela Merkel afferma che la riapertura dei trattati non costituisce un tabù. Il Ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha parlato della possibilità che un giorno si rinunci a parte della sovranità sui bilanci nazionali.

Il mutamento di pensiero della Germania scaturisce da due fallimenti similari: il primo, quello delle misure finanziarie così a lungo portate avanti nell’area euro, e il secondo, quello della strategia politica tedesca. Non appena si è aggravata la crisi del debito, la Germania ha dovuto fare passi indietro uno dopo l’altro. Il salvataggio della Grecia dello scorso anno era stato concepito come un’una tantum; da allora, sono stati soccorsi anche l’Irlanda e il Portogallo e la Grecia è tornata alla carica per un ulteriore aiuto. Il grande fondo di salvataggio europeo doveva essere una misura temporanea; ora sta diventando permanente.

La debacle sta indebolendo la coalizione di governo tedesca. I sondaggi segnalano che i tedeschi sono stufi dell’euro. Ma né l’opposizione agli eurobond da parte dei Cristiano-Democratici né la propensione dei Liberal-Democratici verso un euroscetticismo più esplicito stanno facendo guadagnare voti alle due formazioni politiche. Al contrario, chi sale nell’indice di gradimento sono i Social-democratici e i Verdi, che pure vogliono la creazione degli eurobond, mediante i quali il super-affidabile debito tedesco e la spazzatura greca potrebbero fondersi

“Questo è uno strano Paese”, afferma Hans-Olaf Henkel, ex capo della Confidustria tedesca, che in passato ha sostenuto l’euro, ma che ora è fautore di una scissione tra una moneta dell’Europa settentrionale e una dell’Europa meridionale. “All’opinione pubblica non piace l’euro, ma non ne vuole sapere di una soluzione alternativa”. La stranezza è dovuta, in gran parte, ai disastri della storia. La Germania del dopoguerra si è dotata di regole e trattati al fine di resistere alle tentazioni del passato: una Costituzione forte, con cui tenere a bada i politici, regole fiscali per evitare una super-inflazione, l’Unione europea per domare il nazionalismo.

La crisi dell’area euro è stata un banco di prova per l’efficienza di queste regole europee e ha portato i tedeschi a chiedersi perché loro dovrebbero pagare quando ci sono Paesi che queste regole cercano di forzarle. Ma, come ha mostrato la Corte costituzionale questa settimana (la scorsa, ndt), l’integrazione europea fa troppo parte della ricostruzione della Germania nel Dopoguerra per poter essere accantonata troppo facilmente, nonostante tutti i problemi che comporta. Pertanto, alcuni Cristiano-Democratici vogliono ora recuperare l’eredità filo-europeista di Konrad Adenauer e Helmut Kohl. Il modo migliore per affrontare l’euro-scetticismo, sostengono, passa per il miglioramento e il rafforzamento dell’Unione europea.

Ci sono alcune differenze tra la Merkel e il filo-europeista Schäuble sui metodi di applicazione di questo principio. Entrambi concordano sul fatto che i problemi dell’area euro sono stati causati dal lassismo dei Paesi che hanno accumulato debito e perso competitività. Entrambi pretendono nuove soluzioni per far rispettare le regole di bilancio. Entrambi pensano che, se entrassero in vigore oggi, gli eurobond ucciderebbero quel poco di impegno che esiste nei confronti della riforma. Entrambi sperano che regole più severe non solo possano risolvere la crisi, ma che siano in grado di garantire che essa non si ripresenti. I due, però si differenziano sul futuro e sugli eurobond. Per la Merkel, le regole e la discplina ridurebbero i differenziali sui titoli di Stato, rendendo gli eurobond superflui. Per Schäuble, invece, norme più severe costituiscono una condizione necessaria per gli eurobond e per una maggiore unione politica.

Non sappiamo quello che vogliamo, ma siamo felici di discuterne

La Germania, inoltre, non sa quello che vuole, ma è pronta a parlarne. I suoi politici riconoscono che l’attuale sistema non può fornire una stabilità a lungo termine per l’area euro. Sanno inoltre che i pericoli si annidano in ogni tentativo di rinegoziare quel sistema.

La resistenza all’interno del Parlamento tedesco, e non solo, significa che persino le misure di salvataggio parziale, concordate a luglio, si stanno impantanando. Che possibilità ha l’Unione europea di trovare un accordo su un salto ancora più grande verso l’integrazione fiscale? E che possibilità ci sono sul fatto che i cittadini voterebbe a favore? Forse la crisi potrebbe essere uno stimolo per l’impulso federalista, ma nessuno ci mette la mano sul fuoco. Ciò che è certo è che ogni accordo di riforma delle istituzioni europee sarebbe dirompente. La Ue ha speso gran parte del decennio per scrivere una costituzione, rigettarla e infine riproporla nelle vesti del Trattato di Lisbona del 2009. Qualsiasi perdita ulteriore di sovranità potrebbe portare la Germania a modificare la propria costituzione. La Gran Bretagna cercherebbe di riacquistare poteri nazionali. Inevitabilmente, un’area euro più integrata farebbe aumentare gli interrogativi riguardo ai dieci Paesi, molti dei quali limitrofi alla Germania, che non ne fanno parte. Senza economie liberali, come il Regno Unito, che resistono al protezionismo, il mercato unico potrebbe essere in pericolo. E la Germania non vorrebbe nemmeno questo.

(Tratto dall’Economist)

Traduzione di Stefano Fiori