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La situazione italiana a kabul

Quanto ci costa l’Afghanistan e cosa abbiamo ottenuto finora

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Come è ormai chiaro l’uccisione di Bin Laden non ha e non avrà un impatto solo per gli Stati Uniti. Anche per noi si aprono scenari nuovi, a partire dalla situazione in Afghanistan. La nostra missione a Kabul si dovrebbe esaurire in pochi anni e le mutate condizioni in scenari più caldi come la Libia dovrebbero facilitare il processo.

In questo senso si possono leggere le ultime dichiarazioni che vengono dal ministro della difesa, Ignazio La Russa, secondo cui “da tempo c'è un impegno per ridurre tutte le missioni militari”, con particolare riferimento a Libano, Kosovo e, appunto, Afghanistan. Il ministro ha poi aggiunto che “in Afghanistan cominciamo a ridurre dal 2012”. La linea è chiara e offre lo spunto per spiegare in breve come è organizzata la spedizione italiana e i costi, non solo economici.

I conti sono presto fatti, dopo circa 10 anni di missione hanno raggiunto i 3,5 miliardi di euro, così ripartiti: 70 milioni di euro nel 2002, 68 nel 2003, 109 nel 2004, 204 nel 2005, 279 nel 2006, 336 nel 2007, 349 nel 2008, 540 nel 2009 , 773 nel 2010 e circa 700 nel 2011. Da un punto di vista dello sforzo bellico, l'incremento della spesa è logico. Negli ultimi due anni, in concomitanza con il "surge" americano, anche il nostro contingente è stato esposto a rischi e ad un impegno maggiore. Anche il numero delle nostre perdite in Afghanistan, 40 connazionali, è cresciuto parallelamente. 

Dopo anni di conflitto si devono affrontare i costi del ricambio del personale e l'usura dei materiali. Soprattutto questa seconda voce ha un peso notevole sul sempre maggiore impegno economico della missione: il trasporto e l’installazione in loco delle basi e dei mezzi blindati, la logistica, richiedono uno sforzo importante che va sostenuto con finanziamenti adeguati.

Dal punto di vista strategico invece si è arrivati, come ha ricordato La Russa, al momento di un graduale disimpegno. Nel corso degli ultimi due lustri sono stati portati a termine i progetti più importanti come la stabilizzazione di intere zone del paese, anche attraverso l’uso della forza, e la preparazione dei corpi che lo controlleranno dopo che saremo andati via, almeno si spera. Dal 2012 si tratterà quindi di scaglionare il personale, fino a una completa ritirata, per poi continuare con il personale civile entro il 2014.

Il discorso si allarga se ci occupiamo per un momento anche del Kosovo, di Libano e Libia. I primi due paesi sono assimilabili all’Afghanistan per impegno e costi profusi, mentre la Libia è un "hot spot" che per i primi 3 mesi dovrebbe costare 700 milioni di euro. L’unico modo per non chiedere nuove tasse ai cittadini italiani è perciò quello di iniziare a ripensare la nostra presenza in altre missioni nel mondo. Va ricordato, cosa non di poco conto, il ringraziamento rivolto da Barack Obama al nostro paese, durante il vertice NATO di Lisbona dello scorso novembre. Il presidente americano spese parole di particolare apprezzamento per "l'attività degli addestratori italiani in Afghanistan", giudizio confermato anche dal generale Petraeus, ora a capo della CIA. Con dei riconoscimenti pubblici del genere non si potrà certo dire che l'Italia ha "abbandonato" l'Afghanistan.

L’onda lunga dell’uccisione di Bin Laden si inizia già a propagare. Il nostro paese ha colto l’occasione per ribadire le intenzioni già espresse sul ripensamento della missione a Kabul, ma il triangolo Usa-Pakistan-Afghanistan è ancora pieno di tensioni. A questo punto, il lavoro maggiore spetterà alle diplomazie. Il tempo degli eserciti è finito. Almeno in Afghanistan.

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