Quattro idee liberali per il PdL sul patrimonio pubblico

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Quattro idee liberali per il PdL sul patrimonio pubblico

29 Febbraio 2008

Al di là del numero delle pagine, di cui si è parlato anche troppo, il “programmismo” veltroniano non è molto diverso da quello prodiano: un costante tentativo di smussare angoli, di cercare il lieto fine, di riproporre tecniche di ordinaria amministrazione sotto le mentite spoglie di una nuova visione. Se si intravede un profilo di rupture, subito lo si vela pudicamente. Prendiamo il caso della proposta sul patrimonio pubblico. La prima delle Dodici azioni di governo del Programma veltroniano (cap. 4), che si intitola Finanza Pubblica – Riprendere il controllo (ma non l’avevano già ripreso Prodi, Padoa Schioppa, Visco?) ha anche un paragrafo dedicato a come Valorizzare l’attivo patrimoniale.

Leggiamo%3A “I beni demaniali sono oggi, in Italia, multipli di quelli che troviamo altrove. Ridefiniamo le norme civilistiche per restringere in maniera europea la nozione di demanio pubblico e offriamo una tutela puntuale, ma flessibile, alla componente di patrimonio pubblico che smetterebbe di essere demaniale. Ne seguirebbe una diversa fruizione di quel patrimonio. Questa azione è indispensabile premessa di un’iniziativa volta alla valorizzazione della quota “non demaniale” del patrimonio pubblico”.

Dalla premessa ineccepibile che l’Italia ha un attivo patrimoniale molto superiore in proporzione  rispetto a quello della gran parte dei Paesi europei si trae, non si capisce perché, la conclusione che dovremmo “valorizzarlo”, dopo averne riformato l’impianto normativo.

La retorica delle “valorizzazioni” del patrimonio ci accompagna da anni, e ha già fallito. Ci ritroviamo con un debito monstre da 1.700 miliardi di euro e interventi micro di cessione di asset non hanno effetti sostanziali sulla riduzione del debito.

Le Amministrazioni Pubbliche hanno circa 1.600 miliardi di euro di attivo, una parte fondamentale dei quali è di proprietà di enti territoriali. 600 sono teoricamente “disponibili”per la vendita, qualora si scegliesse la strada di una “rivoluzione thatcheriana” (Tutti i dati derivano da rielaborazioni aggiornate sul Conto patrimoniale delle Amministrazioni Pubbliche. Stime 2001-2004, a cura di D. Siniscalco, A. Carpinella, E. Reviglio, Patrimonio dello Stato, 2005).  Siccome 100 miliardi di debito in meno equivalgono 5 miliardi circa di interessi in meno all’anno, è lecito chiedere a un candidato premier un po’ di chiarezza: vendere una quota consistente del patrimonio è o non è una priorità politica?

Guardiamo ora al centrodestra. Berlusconi ha avuto un’uscita felice: non facciamo miracoli, c’è la vecchia ricetta liberale di sempre.

Come tradurla in scelte politiche? Ecco un’ipotesi in quattro punti.

1. Torniamo alle privatizzazioni: le Amministrazioni Centrali conservino solo il controllo di ENI, ENEL, Finmeccanica, e il patrimonio demaniale. Mettiamo tutto il resto in appositi veicoli. Facciamo entrare investitori istituzionali e retail.

2. Legge obiettivo per le cessioni: un percorso simile ha bisogno di una normativa che “acceleri” la decisione. Non c’è tempo per una riforma organica della normativa sui beni pubblici. Ci vuole una legislazione straordinaria di scopo, tipo la “Legge Obiettivo” sulle infrastrutture. La dismissione di certi gruppi di asset deve diventare un obiettivo sancito dalla legge e non un “programma”. La Legge obiettivo subordina la legislazione concorrente.

3. Un bene, un rendimento: ll Patto di stabilità interno ha dimostrato di funzionare poco sul governo della spesa, nulla sull’efficienza patrimoniale. Va imposto un rendimento figurativo a tutti i cespiti pubblici non demaniali (crediti, partecipazioni, immobili), e dedotto il trasferimento di risorse pro quota a ciascun ente. Ciascuno sceglierà modi e forme di privatizzazione, ma il vincolo a vendere o a valorizzare davvero sarà cogente.

4. Più aiuti, meno case: vendiamo tutta l’Edilizia Residenziale Pubblica ai conduttori, e il residuo non acquistato a fondi immobiliari, con contributo pubblico sugli affitti. Il problema del social housing non si risolve con lo stato palazzinaro, ma aiutando economicamente le famiglie in difficoltà (detassazione, contributi), e agevolando l’acquisto (defiscalizzazione totale degli oneri transazionali per l’acquisto, prestito d’onore).