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Quel contagio che non deve scendere

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Sono trascorsi ormai venticinque giorni da quel lunedì 4 maggio che ha inaugurato la c.d. Fase 2 della gestione italiana dell’emergenza Coronavirus e ha segnato una dismissione parziale del lockdown. In questo periodo possiamo notare felicemente che a livello nazionale il rapporto dei nuovi contagi rispetto ai tamponi non accenna ad aumentare. Ma la narrazione giornalistica è spesso orientata in un’altra direzione.

Sulla scorta dei dati che vengono resi noti quotidianamente dalla Protezione civile si può, per chi abbia voglia di attingere alle fonti ufficiali e di confrontare i dati di volta in volta diffusi, agevolmente riscontrare un passaggio dal 3,24% del 4 maggio (1221 contagi su 37.631 tamponi, coerente con la media del 3,46% della settimana precedente) allo 0,78% del 28 maggio, che conferma ben nove giorni consecutivi con valore inferiore all’1%.

La diffusione del contagio diminuisce, dunque, nonostante voci contrarie, secondo le quali starebbe aumentando. La discrasia delle notizie pubblicate sui mezzi di informazione rispetto alla realtà è dovuta al fatto che vengono presi in considerazione e sottoposti all’attenzione dei lettori i valori assoluti, e non quelli percentuali.

Ad esempio, venerdì 22 maggio veniva diffusa dall’ANSA in primo piano la notizia che, secondo i dati della Protezione civile, i contagi sarebbero stati in leggero aumento rispetto ai giorni precedenti, poiché in quella giornata i nuovi contagi erano di ben 10 (dieci!) unità superiori rispetto al giorno precedente. Ma la notizia si sarebbe dovuta opportunamente accompagnare con l’informazione significativa che i 10 contagi ulteriori erano da raffrontarsi a 3.700 tamponi in più: 652 nuovi contagi su 75.380 tamponi del 22 maggio contro i 642 nuovi contagi su 71.679 tamponi del giorno precedente. Fatto il dovuto raffronto, si sarebbe scoperto con poca fatica che i contagi non erano in leggero aumento ma, anzi, in diminuzione poiché la percentuale era calata dallo 0,89% allo 0,86%. Stessa tecnica adoperata la sera di mercoledì 27 maggio: l’ANSA ha titolato “più contagiati” senza dare adeguata evidenza al fatto che il valore percentuale dei contagi rispetto ai tamponi era in ogni caso inferiore al valore medio della settimana precedente. Giovedì 28 maggio, ancora, la notizia pubblicata su alcuni quotidiani è stata: “contagi stabili”, e l’ANSA nuovamente ribadiva “contagiati salgono”. Anche in questa occasione si sorvolava sul fatto che i 9 (nove!) contagi in più rispetto al giorno precedente erano da rapportarsi a oltre 8.500 tamponi in più.

Mentre c’è chi definisce letteralmente “assassini” (sic!) i giovani che vanno a fare aperitivo nel capoluogo senza rispettare il distanziamento sociale e invoca l’intervento severo della forza pubblica, a livello regionale il Piemonte – una delle regioni più attenzionate insieme a Lombardia e Emilia-Romagna – offre i dati di un trend di decrescita dei contagi passando dal 4,96% del 4 maggio (e con una media del 7,04% della settimana precedente) all’1% del 28 maggio (valore inferiore anche alla media dell’1,48% della settimana precedente). Ma nonostante i dati siano confortanti, dal 29 maggio al 2 giugno sarà obbligatorio – come previsto del decreto n. 64 del Presidente della Regione – l’utilizzo della mascherina “in tutti i luoghi pubblici all’aperto dei centri abitati del territorio regionale”, senza alcuna differenziazione comunale (se non per eventuale intervento derogatorio da parte dei sindaci) e senza aver subordinato l’obbligo all’impossibilità di mantenere il distanziamento. Ci si chiede quale sia la ragionevolezza nell’obbligare all’utilizzo della mascherina ad esempio persone che vivono (o che trascorreranno il “ponte”) in comuni montani con poche centinaia di abitanti e con una densità di popolazione di 1 persona per km2. Insomma, in Piemonte ci sarà un fine settimana in maschera, come se il 2 giugno fosse martedì grasso.

Allo stesso modo, anche la Lombardia vede abbassarsi la percentuale dei contagi, che passa dal 7,23% del 4 maggio al 2,46% del 28 maggio (con valori settimanali che scendono dal 2,98% del periodo 14-20 maggio al 2,31% dei giorni 21-27 maggio), nonostante alcune agenzie di stampa e quotidiani nazionali commentino i dati di volta in volta distribuiti con la consueta dicitura i “contagi tornano a crescere in Lombardia”. Così è avvenuto, ad esempio, quando si sono confrontati i 175 nuovi contagi del 18 maggio con i 462 del giorno successivo: ma se si fosse tenuto conto che il numero dei tamponi effettuati nella Regione era quasi triplicato da un giorno all’altro, il triplicarsi dei contagi non avrebbe dovuto allarmare. E anche in questa occasione la percentuale era scesa dal 3,44% del 18 maggio al 3,1% del giorno dopo.

Anche all’Emilia-Romagna viene, di tanto in tanto, assegnata la maglia nera del contagio, senza dare contezza del fatto che la percentuale dei nuovi contagi sui tamponi è da alcuni giorni consecutivi sotto l’1%, con una tendenza decrescente dal 1,31% (14-20 maggio) allo 0,97% (21-27 maggio).

Insomma, nel mettere a confronto la narrazione di taluni media con i dati ufficiali distribuiti dalla Protezione civile si potrebbe quasi pensare che questo contagio non debba scendere. Magari anche solo per assecondare il paternalismo sanitario statale e per continuare a legittimare ex post le durissime limitazioni e sospensioni dei diritti fondamentali imposte dal Governo a 60 milioni di italiani senza alcuna differenziazione regionale. O quasi che la durata del Governo sia condizionata dalla presenza del contagio.

Ancorché si possano comprendere i timori per una eventuale ripresa del contagio – che comunque al momento, dopo quasi quattro settimane, non c’è! – non è accettabile il modo “terrorizzatore” con cui viene fatta informazione, che contribuisce a creare un clima di perdurante e sistematica paura collettiva, scollegata da un riferimento fattuale alla realtà epidemiologica e sicuramente neanche lontanamente compatibile con l’auspicata ripresa dell’economia nazionale.

Come ha affermato alcuni giorni fa, ospite da Fabio Fazio alla trasmissione “Che tempo che fa”, il professor Alberto Zangrillo, primario dell’Unità Operativa di Anestesia e Rianimazione Generale e Cardio-Toraco-Vascolare dell’Ospedale San Raffaele di Milano: “bisogna mettersi d’accordo se continuare a trattare gli italiani come dei “beoti”, considerandoli dei bambini che non sono in grado di proteggersi e di tutelare il prossimo, oppure se dare retta a ciò che emerge dalla clinica”.

*Dipendente dell’Amministrazione Universitaria. Dottore in Giurisprudenza. Master di II livello in Data protection officer presso il Politecnico di Milano.

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