Quel no del Consiglio regionale alla legge sulla parità di genere

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Quel no del Consiglio regionale alla legge sulla parità di genere

04 Dicembre 2012

Chissà come commenterebbe il Segretario di Stato del presidente Barak Obama, Hillary Clinton – magari durante un summit in Egitto per risolvere la “Crisi di Gaza” – la bocciatura da parte del Consiglio regionale pugliese del disegno di legge sulla parità di genere, più noto come “50-50”? E la Cancelliera tedesca, Angela Merker, come commenterebbe – magari fra un vertice europeo e uno mondiale sulla crisi economica – una riforma per l’elezione del Consiglio regionale pugliese che prevede liste composte da un identico numero di uomini e donne?

E ancora San Suu Kyi, da sette mesi parlamentare della Birmania (eletta nelle liste della Lega nazionale per la democrazia, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1991 e che a causa della lunga prigionia a cui è stata sottoposta dalla dittatura del suo Paese ha potuto ritirare solo nel giugno scorso), come giudicherebbe – mentre combatte le sue battaglie politiche per la difesa dei diritti dell’uomo – la possibilità di esprimere sempre nell’elezione del Consiglio regionale pugliese la doppia preferenza purché una di genere, ovvero donna? E infine Michelle Bachelet, primo presidente donna del Cile (lo è stata fino al marzo del 2010), quale giudizio darebbe della Puglia – interpellata durante le tante riunioni per le crisi del Sud America – se per portare più donne in Politica lo si deve prevedere per legge?

E allora la vera domanda è: come è possibile che in America, in Europa, in Asia le donne assumano ruoli fondamentali per la risoluzione delle vicende politiche dei loro Paesi e in Puglia, ma in Italia, c’è bisogno di leggi che facilitino l’ingresso nelle Istituzioni? Il tentativo, l’ennesimo ma sicuramente il più incisivo, è stato espletato con scarso successo in questi giorni in Puglia. Nei mesi scorsi, un Comitato di donne denominato “50-50” (variamente composto da professioniste di diverse categorie) è riuscito a raccogliere 30mila firme e presenta alla Regione un disegno di legge d’iniziativa popolare per prevedere, appunto, che le liste elettorali – a cominciare da quelle delle prossime elezioni regionali – siano composte da un identico numero di candidati donne e uomini e che sulla scheda elettorale il pugliese potesse esprimere una seconda preferenza purché una delle due fosse quella di una donna.

Il testo arriva nella massima assise pugliese il 27 novembre scorso e non viene approvato: questione di numeri. Essendo una legge che modifica il sistema elettorale ha bisogno di 36 voti (la metà più uno del Consiglio regionale) per essere approvato. Il centrosinistra che governa la Regione – che tanto si è detto favorevole a questa legge – avrebbe potuto approvarla da solo, ma proprio in quella seduta registra molte assenze fra i suoi banchi. Il centrodestra – che non si è mai entusiasmato veramente alla proposta – ha votato contro. Ma siccome il voto è stato segreto, è difficile che si conosca con certezza chi ha affossato davvero la “parità di genere”: è probabile che ci sia stato un passaparola bipartisan a non far approvare la legge. Si dirà: i soliti maschilisti (il Consiglio regionale pugliese su 70 componenti ha eletto solo tre donne nel 2010). Macché, si è trattato solo di “conservazione della specie”: nella prossima Legislatura regionale la massima assise sarà composta da 50 consiglieri, 20 di meno. Una legge che prevedeva donne “per forza” di fatto tagliava le gambe alle velleità di tanti uscenti di essere rieletti.

Un’occasione persa? Hanno tuonato gli esponenti del centrosinistra, da Nichi Vendola a Onofrio Introna (rispettivamente presidente della Regione e presidente del Consiglio regionale) passando dal Pd, Sel e Comitato Pari Opportunità. Ma persa per chi? Siamo sicuri che la legge proposta dal Comitato “50-50” fosse davvero un’occasione per le donne pugliesi di “occupare” politicamente via Capruzzi (sede del Consiglio regionale a Bari)? O, invece, lo era per i grandi gruppi (imprenditoriali e non) che riescono a portare in Consiglio un proprio candidato, quelli in grado di sostenere campagne elettorali a suon di centinaia e centinaia di migliaia di euro? Allo stesso “prezzo” i “grandi elettori” avrebbero fatto propaganda elettorale non per uno, ma per due candidati e quindi in Consiglio sarebbero magari riusciti a piazzare due che di fatto hanno più potere di uno sia nel gruppo consiliare sia nel partito. Si dirà: ma uno sarebbe stata una donna. E allora, quale sarebbe stata la differenza? Se Caio è un “fedele” di questo o quel gruppo di potere, e lo è anche Tizia, perché il sol fatto di essere una donna la nobiliterebbe politicamente? Insomma, per essere concreti, le “grandi famiglie” baresi e pugliesi avrebbero piazzato in Regione non uno ma due consiglieri, per altro spendendo gli stessi soldi in campagna elettorale.

Un pensiero finale, invece, va a coloro che materialmente compilano le liste elettorali. Chissà che sospiro di sollievo avranno tirato all’annuncio che la legge era stata bocciata, terrorizzati dal pensiero di dover trovare, per ogni lista di partito o movimento politico in gara per le Regionali, 25 donne pugliesi disposte a candidarsi. Gli addetti ai lavori sanno che convincere una donna a farlo è un’impresa immane. Qualcuno/a obietterà ma questa volta la “speranza” di essere “portata” (proprio così, questo è il termine usato nei corridoi di via Capruzzi) da un candidato maschio forte le avrebbe fatto accettare più volentieri una candidatura che poteva davvero significare un’elezione quasi certa.

Già, ma la parità si raggiunge non quando si va al traino di qualcuno. La si raggiunge quando il presidente Obama per risolvere una delle crisi politica più difficile fra Hamas e Israele manda Hillary in Egitto per cercare di ottenere una tregua per il cessate il fuoco. La si raggiunge quando un popolo (sia esso tedesco, birmano, cileno) vota Angela, San Suu o Michelle per governare il proprio Paese. E allora è chiaro che non sono le leggi a poter dare più donne alla Politica, ma sono le donne che possono dare al Paese più elettori disposte a votarle.