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Quel potere dei giudici che minaccia il liberalismo

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Il potere e l’autorità, insegnava il conte Joseph de Maistre, stanno sempre da qualche parte. In questo senso, la ‘società aperta’ è contro natura giacché le rare volte che è riuscita a realizzarsi nel tempo e nello spazio ha operato il miracolo di mettere il potere e l’autorità “da più parti”. Sennonché il miracolo non dura molto. Nel tiro alla fune tra Stato e società civile, il primo riesce spesso a prevalere sulla seconda incorporandone i massicci blocchi di interesse che di volta in volta vi diventano egemoni. Lo Stato dei notabili viene superato dallo stato borghese e questo dallo stato popolare: ogni fase ha la sua cultura specifica, le sue istituzioni, i suoi codici, i suoi simboli. Può verificarsi, però, una situazione di stallo: la storia non va più avanti, il regno della borghesia è stato abbattuto ma l’ascesa delle classi popolari è bloccata dalla stessa democrazia rappresentativa. Lo ‘stato sociale’, i ‘diritti sociali’ costano troppo a una parte consistente del popolo sovrano che decide di frenare il ‘treno del progresso’, votando per i partiti legati al ‘mondo di ieri’.

Questi ultimi, però, in quanto percepiti come non in linea con lo ‘spirito del tempo’ possono vincere le elezioni ma non ottengono, pertanto, quella piena legittimazione etica su cui riposa, in ultima istanza, la fiducia dei cittadini e che attutisce gli errori dei governanti e le disillusioni dei governati. D’altra parte, i partiti progressisti, ‘bloccati’dalle urne, scontano l’usura del potere, l’incapacità di rinnovare le classi dirigenti, i compromessi (inevitabili) coi poteri forti quando avevano nelle mani le redini del governo, il tradimento delle speranze ‘escatologiche’. Al loro ‘popolo’ appaiono custodi del tutto inaffidabili di ‘valori giusti’ – e talora come i classici porci ai quali non si buttano le perle. Se si considera che le vecchie agenzie spirituali, come le chiese, per quanto ancor vive e vegete, ormai non hanno più presa sulla maggioranza delle anime, non meraviglia che l’auctoritas, che rinasce sempre “da qualche parte”, finisca tra le braccia di un corpo, la magistratura, che gode di una rendita di posizione a dir poco strategica. Basta che i giudici – e i giuristi – si facciano carico dei’valori forti’ iscritti nel disegno oggettivo della ‘modernità, per subentrare agevolmente ai discreditati politici progressisti : hanno la sacralità dell’ecclesiastico, perché incarnano in maniera eminente lo Zeitgeist ovvero l’archetipo in riferimento al quale l’agire è onesto o disonesto, lecito o illecito, ma, altresì, godono dell’immunità di chi non deve dar conto a nessuno del suo operato, giacché le sue decisioni non si mettono ai voti. Come i pontefici del Medio Evo pretendevano di giudicare le azioni e le leggi di re e di imperatori in quanto illuminati dallo Spirito Santo, così essi ritengono loro dovere passare la legislazione ordinaria al vaglio dello Spirito Santo della Costituzione anche quando si tratta di leggi discutibili, sì, ma non in contrasto con i principi posti a fondamento della Carta repubblicana.

 La partita del potere si gioca, come si sa, non nel campo delle competenze certe e indiscusse che spettano a quanti esercitano ruoli di comando ma nella sfera ambigua della ‘discrezionalità’ che le autorità, vecchie e nuove, cercano costantemente di allargare. Per questa ragione, sempre più si leggono articoli di giuristi che non solo richiamano i politici e i legislatori all’osservanza delle leggi ma li vorrebbero impegnati anche sul fronte di beni impalpabili, un tempo blindati nella società civile, come il ‘rispetto’, la ‘dignità’, la ‘stima’ etc. In quest’ottica, le scelte sessuali (ovviamente le più libere possibili), quelle religiose, le appartenenze etniche, le morali di gruppo non solo non debbono incidere in alcun modo nei rapporti di lavoro e nell’attribuzione dei diritti di cittadinanza - com’è giusto che sia in una società libera - ma debbono essere vivamente apprezzate, incoraggiate, sostenute. La giuristocrazia non pretende certo di legiferare in prima persona - ciò che in un regime democratico la esporrebbe all’incerto esito della competizione elettorale - ma si riserva un assoluto potere - super partes - di tipo censorio, di cui gli elzeviri e gli editoriali pubblicati su ‘Repubblica’ dagli esperti di diritto rappresentano un esempio da manuale. Vi si stagliano, in maniera nettissima, le tre caratteristiche cruciali che accomunano l’ecclesia dell’età di mezzo e della Controriforma al nuovo potere spirituale laico:

1.Una posizione sopraelevata e inattaccabile - i magistrati avvertono come una ferita recata non alle loro persone ma al Diritto ogni critica delle loro sentenze o delle loro manifestazioni di dissenso nei confronti di qualche disegno di legge governativo;

2.Un potere censorio esercitato con la più ampia discrezionalità - come il sempre citato vescovo di Prato espelleva dalla chiesa i concubini ,così certi giudici vorrebbero espellere dall’arena politica gli attori indegni, corrotti e corruttori e, a tal fine, mobilitano procure, polizie,tecnologie avanzate per poterli ‘incastrare’;

3.L’autolegittimazione come custodi Verità e di Diritti che trascendono gli individui, i loro meschini interessi, le loro compromissioni terrene.

 A differenza di quella ecclesiastica, naturalmente, l’ideologia dei giuristi non è volta al passato, a una Rivelazione che irrompe nel tempo e si mantiene poi identica a se stessa ma è proiettata nel futuro, verso le “magnifiche sorti e progressive” la cui realizzazione non deve essere ritardata dai detriti e dagli ostacoli della tradizione e del vecchio che si rifiuta di morire. Di qui una quarta caratteristica che le è peculiare: il compito di far da lievito della politica, di tenere acceso il fuoco sacro che i compromessi e i patteggiamenti col fango di Romolo rischiano di estinguere. Da mastini dell’esistente - come i giudici sono stati nel futuro e sono ancora negli Stati Uniti - gli operatori del diritto diventano, in tal modo, le avanguardie del nuovo che avanza e che minaccia di invadere tutti gli ambiti vitali, individuali e collettivi, anche se si muove all’insegna del ‘diritto mite’. Di qui l’insofferenza contro i ritardi della storia ‘provinciale’ e la collaborazione entusiastica che garantiscono a quanti, come Zapatero nella riforma del diritto familiare, sono disposti a sperimentare le vie nuove.

E’ non poco emblematica al riguardo la sentenza con la quale il tribunale di Valladolid ha dato ragione, dopo tre anni di battaglie giudiziarie, all’Associazione Culturale Scuola Laica’ che chiedeva - come nel 2001 il Presidente dell’Unione Musulmani d’Italia Adel Smith - la rimozione del crocifisso nelle aule. A ingenerare una profonda inquietudine sul destino del liberalismo in Occidente non è la sentenza in sé del giudice Alejandro Valentin Sastre - degno collega del magistrato di Camerino Luigi Tosti, che si è rifiutato di presenziare le udienze in aule che esponevano il crocefisso - ma il fatto, su cui non si rifletterà mai abbastanza - che la sfera pubblica, rappresentata dal tribunale, cancella d’emblée secoli di storia, manomette l’immaginario della società civile, elimina dal paesaggio spirituale un elemento che aveva identificato, per credenti e non credenti, una comune civiltà. Se la decisione fosse stata presa da un Consiglio d’Istituto, composto ad esempio da una maggioranza di genitori atei, non ci sarebbe stato granché da ridire: le credenze, le affezioni, le sensibilità cambiano e con esse i simboli. Ma che sia una legge dello Stato o una sentenza del giudice - che il gruppo socialista di Castiglia e Leòn propone di far valere in tutte le scuole della comunità autonoma - a cambiare gli abiti del cuore e della mente questo significa che la fuoruscita dall’orizzonte liberale è vicina.

 In un bell’articolo su ‘Libero,Vincenzo Vitale scrive che “Il crocifisso ricorda a tutti che le istituzioni sanno di non essere perfette, conoscono la possibilità di errare e che mai perciò - proprio per questo motivo - potranno aspirare alla totalità del potere e del sapere, dovendo invece sempre misurarsi con ciò che sta oltre e che esse non possiedono”. La strategia di difesa è eccellente ma non pare ineccepibile sotto il profilo liberale. D’accordo sulla necessità del senso del limite - Piero Calamdrei diffidava dei giudici che vogliono ‘far giustizia’ e non limitarsi ad applicare il diritto - ma perché esso dovrebbe venir ricordato e imposto dal solo simbolo della croce? Dietro lo scranno del magistrato non potrebbe esserci, che so io?, il busto di Marco Tullio Cicerone o quello del Chief Justice John Marshall?

 Un liberale ( che non sia un libertario o, meglio, che sia nutrito di illuminismo empiristico inglese e non di illuminismo razionalistico francese) dà per scontato che la nostra civiltà abbia una radice fondamentalmente cristiana e, coerentemente, si augura che tutti ne prendano coscienza e che negli edifici pubblici la quadreria renda omaggio al “disonor del Golgota”. Ma se l’accordo non c’è, lo si imporrà per legge o si chiederà ai giudici di imporre la morale laicista con le loro sentenze?

La filosofia dei Valentin Sastre e dei Luigi Tosti, portata alle estreme conseguenze, significa la liquidazione pura e semplice del liberalismo. Poniamo, infatti, che per la formazione di cittadini laici, liberi e autodiretti, sia necessario il divieto dei simboli religiosi negli edifici pubblici e che le famiglie cattoliche ( o di altre confessioni cristiane), riluttanti a una secolarizzazione così radicale, iscrivano i loro figli a istituti religiosi e poniamo che questi ultimi, per numero di allievi e di insegnanti, diventino sempre più importanti al punto di eguagliare, e persino superare, le scuole statali, cosa succederà a questo punto? Lo Stato si rassegnerà al fatto che una parte rilevante della popolazione riceva una formazione decisamente cattolica, per la quale le fedi non stanno affatto sullo stesso piano ? Imporrà anche alle scuole religiose, in quanto legalmente ammesse e dispensatrici di titoli di studio riconosciuti, di togliere dalle pareti santi e crocifissi? Negli istituti gestiti da religiosi - quelli seri, naturalmente, non le cliniche ortopediche per gli infortunati della scuola pubblica - , come s’è accennato,non c’è pluralismo stricto sensu, in teoria, si studiano tutte le concezioni del mondo antiche e moderne ma nel presupposto che ce ne sia una sola vera e autentica, quella cristiana: per queste caratteristiche ‘di parte’ dovranno essere chiusi ?

 Brutta cosa quando lo Stato, i legislatori, i giudici s’intromettono nelle credenze sia pure per tenerle fuori della porta e impedire che vengano a conflitto. La pretesa che, negli uffici e negli istituti educativi, gli uomini diventino asettici, si spoglino totalmente di ogni simbolo di identità (dal velo - che non nasconde il viso - al crocifisso) è, per certi aspetti, non meno illiberale della pretesa dell’Incorruttibile di rendere obbligatorio il culto dell’Essere Supremo. Sono quanti vi operano quotidianamente autorizzati a decidere se le pareti di un’aula o di un ente pubblico debbono essere spoglie o possono rivestirsi di immagini e di volti che emanano il calore degli affetti e degli ideali intensamente vissuti.

“Libertà in tutto!” diceva Benjamin Constant. E perché no anche nei simboli quando il buon ‘senso comune’non li identifichi, in maniera univoca, con le tragedie che hanno devastato la storia dell’uomo? Nel mio studio universitario, dietro la scrivania, troneggia la gigantografia del Principe Antonio De Curtis nei panni di Dante Cruciani, il ‘professore’ dei ‘Soliti ignoti’, che, sul terrazzo di casa, tiene lezione sui modi di svaligiare una cassaforte. Che non lo sappiano Tosti e Valenti Sastre, potrei avere dei guai…

 

 

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1 COMMENT

  1. La ligua batte dove ……
    Peccato che prende sempre presunti punti “negativi(?)” cattolici e mai islamici o altri! Forse c’è di mezzo la paura o l’antipatia! I liberali inglesi, si sa da molti secoli, ce l’hanno con i cattolici: la lingua batte dove il dente duole! Per il resto è un articolo non in controtendenza. Saluti.

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