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Quel ramo del Lago di Como infestato da vampiri e “Promessi Morsi”

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Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, è un posto molto più inquietante di quel che Manzoni voleva farci credere. Dimenticate il moralismo che pervade le pagine de I promessi sposi, lasciate perdere la provvidenza che tutto aggiusta: la notizia è che Renzo, Lucia, Don Rodrigo, l’Innominato e padre Cristoforo sono realmente esistiti, ma erano persone molto diverse da quelle immortalate nel classico per eccellenza della narrativa italiana. Anche il titolo è una farsa: la vera storia dei fidanzati lecchesi s’intitola I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII, è stata scritta da un misterioso anonimo lombardo e - dopo anni di oblio - esce finalmente in libreria per i tipi di Rizzoli.

Dell’autore la quarta di copertina dice solo che “compare nella Tavola dei sottoscrittori dell’edizione critica del Fermo e Lucia, Milano, Casa del Manzoni, MMVI”. Per capire di chi stiamo parlando, non resta che leggere tutto il romanzo fino alla conclusiva - geniale - “Nota dell’autore”. Per quanto riguarda il contenuto, è vero che il Manzoni ha trovato un manoscritto seicentesco e l’ha riscritto in italiano corrente, ma - spaventato da alcuni aspetti della storia - ha pensato bene di edulcorare il tutto. L’anonimo lombardo si prende così una bella rivincita: oggi i lettori - circondati da vampiri e forze del male in libreria, al cinema e in televisione - sono pronti ad accettare la realtà. Una realtà macabra, dove nulla è quel che sembra.

Anche I promessi morsi si aprono con una bella panoramica sul lago di Como, ma si tratta di un paesaggio che “suggerisce l’idea di una natura selvaggia e crudele, in cui forze oscure e ostili abbiano infinite opportunità di tendere agguati agli abitanti”. Prima ancora che Don Abbondio incontri i bravi sulla via di casa, del resto, l’autore racconta l’assalto a una fanciulla che cammina per i boschi lombardi: “Il cavaliere spicca un balzo, piomba su di lei, la butta a terra, la morde alla gola”, e “l’aria viene lacerata da un inumano grido di trionfo”. L’urlo giunge anche alle orecchie del curato, che di lì a poco - come racconta anche il buon Manzoni - scoprirà che il matrimonio tra Renzo e Lucia, previsto per il giorno dopo, “non s’ha da fare”.

La prima parte del libro, con i dovuti accorgimenti da “storia gotica”, ricalca l’impianto de I promessi sposi. Poi, capitolo dopo capitolo, le vicende narrate dall’anonimo lombardo prendono tutta un’altra piega: a devastare la Lombardia, con la carestia e con la peste, sono i vampiri del consiglio segreto, determinati a sterminare buona parte degli umani per riprendere vigore e dominare il mondo nel nome del sangue e delle tenebre. Contro di loro si schiera una pattuglia di valorosi combattenti, formata - tra gli altri - da Renzo Tramaglino, il Nibbio (fedele servitore dell’Innominato, licantropo convertito dal cardinale Federigo Borromeo) e padre Cristoforo. Uno scontro in piena regola tra il bene e il male, dove i confini tra luce e buio sono più sfumati di quanto si possa pensare.

Ciò che più sorprende ne I promessi morsi è la vitalità che pervade i personaggi manzoniani. Lucia non è una “madonnina infilzata” tutta casa e chiesa, e proprio “poiché Renzo non aveva sposato un angelo, il matrimonio fu felice”; la monaca di Monza è una strega, come molti studenti avranno forse sospettato sui banchi di scuola; la conversione dell’Innominato assume poi un nuovo significato alla luce della sua natura di licantropo. L’anonimo lombardo è un vero fuoriclasse nel mescolare l’opera fondante dell’Italia unita con Dracula di Stoker, Twilight e True Blood, serie rivelazione della rete americana HBO. Il risultato è strepitoso: perfetto per gli adolescenti innamorati dei vampiri, certo, ma anche una miniera di divertimento per i filologi che Manzoni lo studiano da anni.  

Anonimo Lombardo, I promessi morsi. Storia gotica milanese del secolo XVII, Milano, Rizzoli, 2011 pp. 378, € 16.50

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