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Parla Antonio Carioti

Quel “Sessantotto nero” che contestava Occidente e comunismo

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Abbiamo chiesto ad Antonio Carioti, scrittore e giornalista del Corriere della Sera, di parlarci delle differenze e affinità fra la nostra generazione e quella protagonista del suo ultimo libro Gli Orfani di Salò. Il “Sessantotto nero” dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951  (Mursia, 2008). L’intenzione di scrivere un libro sui giovani del mondo missino era un progetto che l'autore aveva in mente da molto tempo. "Negli anni Novanta - ricorda - avevo partecipato ad un convegno all’Università Luiss con una ricerca sui giovani neofascisti e qualche tempo prima avevo pubblicato un volume sul Msi dalle origini fino alla svolta di Fiuggi insieme a Marco Tarchi. Ma alla fine sono riuscito a studiare la questione in modo più approfondito soltanto tra il 2006 e il 2007”.

Lo “spiritualismo” di Julius Evola, più volte citato nel libro uscito per Mursia, può aiutarci a comprendere l’ardore politico dei giovani dell’Msi nel secondo dopoguerra: “critici verso un mondo dove prevalgono ragioni edonistiche e materialistiche rispetto al senso del dovere, avversari convinti del bolscevismo e dell’americanismo, visti come due facce della stessa medaglia. Si tratta di una visione del mondo, quella delle nuove leve missine, che giustifica e in parte nobilita la caduta del fascismo, se si vuole spiegare un periodo di decadenza con delle ragioni deterministiche”. Oggi il pensiero evoliano, benché appartenente all’elite filosofica, “ può trovare terreno fertile fra i giovani di estrema destra, fra chi, in particolare, non accetta la svolta di Alleanza Nazionale. E’ un pensiero aristocratico, non favorisce aggregazioni politiche ampie. Molti giovani missini dei primi tempi, infatti, hanno abbracciato nel corso degli anni, una volta cresciuti e maturati, il tradizionalismo cattolico, radicato nella storia d’Italia, mentre quello evoliano, che si richiama al mondo pagano, finisce con l’essere piuttosto astratto”.

Alla domanda “se c’è qualche punto in comune fra i reduci di Salò e gli studenti e intellettuali che hanno lottato per abbattere il Muro di Berlino”, la risposta (almeno apparentemente) sembra quasi scontata. “Al di là del rifiuto del comunismo, non ci sono altre similitudini. Da Est si scappava per cercare un maggiore benessere economico, mentre gli evoliani rifiutano sia l’Occidente che il bolscevismo”. Anche se, ci dice Carioti, “i giovani missini erano decisamente a favore della riunificazione tedesca”. La ragione è da ricercare in quel “complesso di inferiorità che la destra del secondo dopoguerra nutriva nei confronti del nazional-socialismo. Il comportamento di Hitler, che muore nel bunker insieme ai suoi fedelissimi, era considerato più onorevole rispetto alla sorte di Mussolini”, tradito dal re e dai gerarchi più vicini. Neanche gli “orfani di Salò”, però, sono privi di contraddizioni, perché “l’idea di un’Europa costruita di nuovo lungo l’Asse Roma-Berlino, con una Germania pronta ad ergersi come fulcro principale contro il gigante russo, si scontrava con la battaglia per l’italianità dell’Alto-Adige, ormai un surrogato della causa di Trieste agli occhi dei giovani missini”.

Nel libro Carioti tenta il parallelismo fra i giovani della Repubblica Sociale italiana e i sessantottini di qualche anno dopo, parlando non a caso di “Sessantotto nero”. I ragazzi che combatterono a Salò “avevano tutti un’età media molto bassa, più o meno intorno ai sedici o diciotto anni e quindi alla fine degli anni Quaranta, quando l’Msi cominciò a scendere in piazza, erano ancora degli studenti”. In secondo luogo, spiega il giornalista, “come i protagonisti del Sessantotto contestavano la sinistra imborghesita e la società capitalista, allo stesso modo nel dopoguerra, i giovani di estrema destra criticavano la linea generale dell’Msi. Reo, a loro avviso, di aver accettato il Patto Atlantico e soprattutto di aver stretto un’alleanza con i monarchici”. Da qui la “metafora” del Sessantotto nero, quando il rapporto fra giovani e partito diventa sempre più precario e porta ad inevitabili scissioni, come quella del movimento “Ordine Nuovo” di Pino Rauti nel 1957. Una storia in parte scritta, in parte, forse, ancora incompleta.

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