Quel sindaco comunista che ruppe con i No-Tav
18 Aprile 2012
La storia l’ha raccontata con dovizia di particolari il Corriere della Sera: un sindaco comunista, uno di quei pochi sindaci italiani di giunte guidate dal partito della Rifondazione Comunista, viene radiato perché, testardamente, aveva chiesto di abbattere una catapecchia abusiva dei No-Tav, eletta a luogo di raccolta per le manifestazioni e i cortei del movimento. A Paini, il sindaco, la Tav non piace ma gli piace ancora meno l’abusivismo edilizio, così denuncia la vicenda. In realtà è preoccupato dai finto-ambientalisti che prendono a sassate i poliziotti. Intorno alla baracca, dice, gira brutta gente. "Ci hanno lasciato soli, ma nessuno ha il coraggio di ammetterlo". Parole forti dette da uno che non vuole l’alta velocità. Ma l’ortodossia rifondarola non perdona e Paini viene cacciato via.
Questa storia andava scritta da un pezzo perché dimostra come, dopo il 2001, l’anno del Genova Social Forum e dell’11 Settembre, un parte importante della sinistra italiana sia finita nel vicolo cieco del movimentismo, del twittare con i centri sociali, da Bertinotti a Vendola, passando per Agnoletto, cosicché i capisaldi del PCI, il progresso, il lavoro, eccetera eccetera, sono stati progressivamente sostituiti dal gender e dal transgender, dall’orgoglio gay e da quello femminista, dal multikulti e dall’ekologismo, nella più generale temperie invernale del relativismo etico ed estetico.
La sinistra postmoderna ha dimenticato i suoi "valori non negoziabili", come li definisce il sindaco Paini. Il più forte dei quali, almeno dal ’56 in poi, è sempre stato il rispetto della legalità e delle istituzioni repubblicane: credere in quella idea di "democrazia progressiva", la via italiana al socialismo, secondo la quale essere comunisti voleva dire applicare alla lettera la carta costituzionale. Il poliziotto buono del film di Vicari sui pestaggi alla Diaz e a Bolzaneto, piuttosto che il commissario con i baffetti della serie televisiva "Romanzo Criminale", rappresentano, a livello macchiettistico, il desiderio del PCI tra gli anni Sessanta e Settanta di cambiare dal basso, e senza conflitti violenti, la società italiana, introducendo una nuova visione e nuove pratiche all’interno delle istituzioni, che fossero la polizia, la magistratura, l’università, e via dicendo.
La fermezza, il servizio d’ordine della CGIL, l’integrità morale che sconfinava nel monachesimo e aggiungeremmo le grandi opere, quelle necessarie, il progresso materiale della società. Come si dice convenzionalmente, la sfida della modernità. Che cosa invece abbia a che fare la sinistra di oggi con gli incappucciati e i finto-pacifisti che, oltre a decrescere, vorrebbero spazzare via il mondo; con gli avanzi dei no-global, i localismi anarcoidi, l’anti-stato, lo si può dedurre solo analizzando la piega – la brutta piega – presa dalla sinistra stessa dopo la fine della Prima repubblica, e più indietro dalla fine degli anni Settanta. Per farsi un quadro sullo scenario internazionale, rileggersi Eagleton.
