Quel vaso di Pandora aperto da Paula Broadwell dopo i fatti di Bengasi

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Quel vaso di Pandora aperto da Paula Broadwell dopo i fatti di Bengasi

18 Novembre 2012

David Petraeus non è stato ‘dimesso’ dalla Cia perché adultero, ma perché trafficava con Paula Broadwell, non una escort, una D’Addario americana, con cui dopo una notte di sesso ha fatto quattro chiacchiere su come erano stati bene. Paula Broadwell, come Jill Kelly, la gemellina di Tampa, con cui intrallazzavano Petraeus e John Allen, capo delle forze USA e Nato in Afghanistan, non aspiravano a una licenza edilizia per ristrutturare un rustico in Puglia, né a fare le veline, le meteorine o ad apparire in una fiction di Mediaset. 

Paula Broadwell è ritenuta pericolosa per la sicurezza degli Stati Uniti dall’FBI proprio perché non era una escort o una ragazza in cerca di una parte in tv, ma perché, come Jill Kelly, che aveva accesso anche alla Casa Bianca, ha il profilo perfetto della spia. Broadwell era considerata a Harvard la futura star della politica estera americana: perse il posto a Harvard, dove stava facendo la tesi di PhD sulla strategia militare di Petraeus, perché non rispettò alcune date. 

Scelse un percorso diverso da quello di Condoleeza Rice: rinunciò alla carriera accademica e fece diventare la sua tesi un bestseller, la biografia di Petraeus. Era diventata un personaggio mediatico, un’esperta di politica estera e di strategia militare. Broadwell e Kelly sono realisticamente pericolose per la sicurezza USA, perché avevano accesso, via Petraeus & Allen, alla Cia e al comando degli Stati Uniti in Afghanistan, ma non erano della Cia, né di qualsiasi altra istituzione militare o di intelligence americana e, quindi, potenzialmente avrebbero potuto dare informazioni segrete a potenze nemiche degli States. 

Gli americani non sono così puritani da licenziare presidenti, capi della Cia e generali a quattro stelle perché fanno sesso extraconiugale. Se Petraeus avesse avvertito la Cia che stava frequentando Broadwell e la Cia avesse dato l’ok, non sarebbe accaduto nulla. Se David Petraeus avesse avvertito la Cia di frequentare escort o ballerine di lap dance, l’FBI non si sarebbe mai messa a indagare su lui, né lo avrebbe costretto a dimettersi. 

L’FBI sorvegliava tutte le donne di John Kennedy: non intervenne per quelle inoffensive, intervenne per Marilyn. Era una mina vagante, aveva contatti con la mafia via Sinatra e, in piena guerra fredda, in Messico aveva conosciuto un gruppo di comunisti americani, vicini a Castro, che voleva aprire all’Unione Sovietica. Un’attrice famosa, instabile, sempre piena di alcol e tranquillanti, che passava da uno psicanalista all’altro, fissata di sposare il presidente, era realisticamente pericolosa per la sicurezza USA. 

Se Petraeus fosse stato lasciato dalla moglie, fosse stato single e avesse frequentato una prostituta o aspiranti star tv, l’FBI non sarebbe mai intervenuta. Se queste ragazze, poi, fossero entrate pubblicamente, sotto gli occhi degli agenti di scorta, nell’abitazione privata di Petraeus, all’FBI non sarebbe passato per la testa di chiedere le dimissioni del direttore della Cia. 

Clinton non rischiò l’impeachment per del sesso orale con una prostituta o una velina, ma perché l’aveva fatto con un stagista nella Sala Ovale della Casa Bianca e, principalmente, perché Bill aveva negato di avere una relazione con Monica Lewinsky. Non rischiò l’impeachment perché aveva detto una bugia e il popolo americano non permette si dicano bugie (gli americani non sono così stupidi), ma perché si sospettò che la bugia nascondesse non il sesso orale, ma qualche lato oscuro della personalità di Monica, che affidabile non era se conservò religiosamente il vestitino con la macchia di sperma di Bill per azzopparlo. 

Qualsiasi nemico interno o straniero di Bill avrebbe potuto usare Monica per ricattarlo e, per questo, l’FBI intervenne. Se Paula Broadwell o Monica Lewinsky avessero poi registrato i commenti di Petraeus e Clinton post-sesso e tutte le tv li avessero trasmessi e se Petraeus e Bill fossero stati single, il problema di David e Bill si sarebbero ridotti al gossip di un giorno. Non li avrebbe danneggiati: il presidente e il generale scopano: tutto qui. Non si sarebbe certo mobilitata la magistratura, né le femministe americane. Sul New York Times, Martha Nussbaum avrebbe scritto un articolo sui benefici della prostituzione nell’esistenza di leader stressati dalla politica citando Platone e Aristotele e tutto sarebbe finito lì. Com’è noto, Clinton non è uscito distrutto dal caso Lewinsky, è diventato la star del partito democratico, il padre nobile, e Obama deve al suo appoggio la rielezione. Gli americani non sono così stupidi da bruciare un leader politico, né di sputtanarlo all’estero per il sesso.

Broadwell e Petraeus erano già stati interrogati sulla loro relazione dall’FBI e non era accaduto nulla.  L’affaire tra Paula e David era già stato rivelato tra le righe dal Times anni fa e non occorreva fantasia per capire che tra i due c’era qualcosa. Una biografa sexy, senza neppure un PhD, alla sua prima biografia, diventata celebre grazie al biografato, con cui si presenta in pubblico in atteggiamenti fin troppo amichevoli, fa pensare che i rapporti tra i due non erano proprio come quelli di Kissinger e Nixon. 

L’FBI sapeva della relazione, li aveva interrogati in passato, ma non è successo niente finché, dopo l’11 settembre 2012, Broadwell non ha rivelato che nel consolato di Bengasi c’erano due miliziani prigionieri. Questa è stata la bomba. Il povero Chris Stevens era morto, il consolato assaltato, la versione ufficiale della Cia e della Casa Bianca per alcuni giorni fu quella di una rivolta provocata dal fantomatico video del film antislamico postato su Youtube. La versione non reggeva, il cielo di Bengasi era pieno di droni (esiste un video dell’attacco), la Cia a due passi, nessuno si è mosso da basi Nato come Sigonella per fermare l’attacco. A questo punto l’FBI si è mossa per far dimettere Petraeus. Perché Broadwell ha rivelato un’informazione segreta? 

Dal Wall Street Journal e dal Washington Post ormai sappiamo tutti che il biondo Chris era un agente della Cia coperto dal titolo di ambasciatore, che gli uomini morti con lui erano della Cia, che il consolato di Bengasi era una base Cia. Maurizio Molinari su La Stampa ha rivelato particolari già noti sul web dai giorni successivi alla morte di Stevens. 

L’ambasciatore era gay (i suoi amici ex-partner  hanno postato foto eloquenti), aveva rapporti con jihadisti e l’11 settembre era a Bengasi per mandare armi (missili) ai ribelli siriani e a dare consigli strategici ai jihadisti libici in partenza per la Siria. Questo il maledetto imbroglio per cui Petraeus è stato costretto a dimettersi, evocando qualcosa peggiore dell’Iran-Contras. 

Il WSJ ha usato un titolo come The fog of Benghazi già il 2 novembre per un articolo dal contenuto esplosivo. Sul web era già comparsa la foto di Stevens in posa accanto al cadavere di Gheddafi. Stevens arrivò a Bengasi nel 2011 appena cominciò la rivolta per aiutare i suoi amici jihadisti, per armarli e aiutarli  a conquistare Tripoli, mentre la Nato bombardava la Libia. Il WSJ rivela che la Cia fin dall’inizio del 2011 aveva realizzato una presenza insolitamente grande a Bengasi.

Il 10 novembre il Washington Post ha svelato che nel 2007 l’intelligence USA aveva segnalato un’inquietante presenza di Al Qaeda a Bengasi: all’inizio della rivolta Gheddafi denunciò la presenza di jihadisti a Bengasi e dichiarò di volerli combattere, non poté farlo perché scattò la no fly zone della Nato, la Libia fu bombardata e in agosto Tripoli cadde. Al Qaeda controlla ora gran parte della Libia e invia jihadisti in Siria. Stevens era amico del più importante leader alqaedista del CNT libico, uno strano jihadista liberato da Guantanamo. Come conclude il WSJ e il Washington Post, il mondo potrebbe pensare che gli Stati Uniti fanno guerre e colpi di stato con Al Qaeda, il nemico numero uno degli Stati Uniti, autore dell’attacco dell’11 settembre 2001 alle due torri per cui gli americani e la Nato hanno invaso l’Afghanistan. 

Questo è il vaso di Pandora aperto dalla dichiarazione di Broadwell dopo Bengasi e si comprende perché abbia mandato in tilt la grande macchina degli Stati Uniti, con versioni diverse sulla morte di Stevens, di cui ancora non sono stati dati i risultati dell’autopsia, eseguita di settembre, dopo il rientro del corpo in patria. Tanta difficoltà a dichiarare com’è morto Stevens nasce forse dal timore di essere immediatamente smentiti da qualche sito arabo, o, peggio ancora, dal leader di Al Qaeda, un logo sempre più enigmatico. 

Sui siti arabi e su quelli degli amici gay di Stevens circolò subito la notizia che Stevens era stato sodomizzato con un palo e un coltello, poi ucciso. Il corpo fu trascinato per le strade di Bengasi ed esposto per essere fotografato. Le foto del povero Chris pubblicate dai media occidentali sono state ritoccate e tagliate. Non si vedono i tanti cellulari intorno al cadavere di Stevens per riprenderlo. Del corpo nudo trascinato sulle spalle, si vede solo la parte fino alla cintola, il resto è stato tagliato. 

I siti degli amici gay dicono che Stevens sarebbe stato conciato così perché gay. L’omosessualità, però, potrebbe non entrarci affatto. Gli amici di Chris dicono che i jihadisti omofobi hanno fatto all’ambasciatore ciò che avevano fatto a Gheddafi, sodomizzato prima di essere ucciso ed esposto, e che Stevens, come Gheddafi, era un nemico dei jihadisti. In realtà, Stevens era un amico dei jihadisti. Il biondo californiano ha combattuto con uomini che non conosceva fino in fondo, ha creduto alleato chi non lo era. E’ stato uno strumento dei jihadisti per abbattere Gheddafi e nel caos del post-Gheddafi, con le milizie che si sparano tra loro, i jihadisti sono ritornati antiamericani, anche se hanno aiutato gli americani ad abbattere Gheddafi, il loro nemico.

Broadwell ha davvero aperto il vaso di Pandora americano: forse Petraeus ha preso troppi tè con i jihadisti, di certo Bengasi è la spia della fragilità di tutta la politica americana in Medio Oriente. Forse se l’ambasciatore Spogli e i suoi colleghi, invece di allarmarsi perché un Presidente del Consiglio italiano era amico di Putin e faceva tardi la sera, avessero dato un’occhiata in casa propria, oggi agli States sarebbe risparmiata questa débâcle. E forse, visti i risultati, andrebbe anche riconsiderato il detto di Chicago “tieni stretti gli amici, ma soprattutto i nemici”.