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La polemica

Quella vecchia tentazione di sostituire il popolo con gli ottimati. Anche a Sanremo.

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Per carità, quanto a espressione del suffragio universale e a corrispondenza tra rappresentanti e rappresentati da qualche tempo in Italia abbiamo altro di cui preoccuparci. Epperò vi sono situazioni che per la loro portata simbolica, e per la puntuale ciclicità con la quale si ripropongono, valgono assai più di un trattato di sociologia.

Una di queste riguarda il Festival di Sanremo e la rituale polemica – che neanche quest’anno ci è stata risparmiata – sulla giuria demoscopica: vale a dire su quel campione di trecento giurati proporzionalmente rappresentativi della popolazione italiana per sesso, età, distribuzione geografica eccetera, il cui giudizio concorre a decretare il verdetto finale e nelle prime due serate determina in esclusiva la classifica provvisoria dei concorrenti della categoria “big”.

Intendiamoci: poiché il mondo è vario e vari sono anche i gusti musicali, qualsiasi risultato farà contenti alcuni e scontenterà altri. E’ l’essenza stessa delle competizioni, che altrimenti non avrebbero ragion d’essere. Il punto è un altro: quale gusto abbia la dignità di prevalere, con quale criterio, per decisione di chi.

Se si riconosce che il popolo possa e debba avere voce in capitolo – e francamente appare difficile sostenere il contrario nella manifestazione nazionalpopolare per eccellenza – bisogna rassegnarsi al fatto che l’opinione prevalente non coincida con la propria. E’ probabile, ad esempio, che i più giovani possano non riconoscersi nel giudizio espresso dal campione rappresentativo di una popolazione come quella italiana, con un’età media piuttosto elevata (lo stesso direttore di RaiUno, nella conferenza stampa quotidiana sull’andamento della kermesse canora, ha reso noto come oltre la metà degli spettatori della rete ammiraglia del servizio pubblico siano ultracinquantenni). Ed è probabile che il verdetto di un consesso che in quanto specchio fedele di una realtà composita racchiude di tutto un po’ (giovani e meno giovani, uomini e donne, laureati e poco istruiti, meridionali e settentrionali…) possa più facilmente premiare artisti capaci di un consenso “trasversale” ai vari segmenti che non concorrenti dal seguito fortemente polarizzato, i cui fan sono destinati a restare più facilmente delusi.

In fondo, anche questa è democrazia. E, anche se la cosa è triste, c’è poco da stupirsi che ogni anno ciò non piaccia alle élite degli ottimati che si ritengono depositari esclusivi della capacità di giudizio e, ogni anno, imbastiscono una polemica con la solita proposta: abolire la giuria demoscopica in favore di una giuria degli “esperti”, i quali evidentemente si ritengono superiori alla popolazione media.

Non è un problema di competenza: ovvio che se ci si deve sottoporre a un intervento ci si affida al migliore chirurgo e non a un sondaggio a campione. Come è naturale che in un premio professionistico basato su parametri altamente tecnici la soluzione più indicata sarebbe una corte di musicologi e affini. In un festival nazionalpopolare, invece, è vero il contrario. Anzi: se una proposta è lecito avanzare, è che la giuria demoscopica possa avere un peso superiore a quello che oggi le è attribuito, perché è l’unica fedele specchio della popolazione nella sua interezza.

Siamo consapevoli del fatto che sia un tema sul quale potrebbe apparire ozioso esercitarsi, soprattutto in un momento nel quale tanti italiani faticano a mettere insieme il pranzo con la cena. Eppure non è così. Perché il riflesso delle élite ogni volta che c’è di mezzo la possibilità che sia il popolo a decidere, fosse pure su una classifica canora, è una delle cifre del nostro tempo. Ed è proprio in ambiti come questo che lo si percepisce più chiaramente.

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