Quella festa parrocchiale con John Lennon e un certo Paul McCartney

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Quella festa parrocchiale con John Lennon e un certo Paul McCartney

18 Settembre 2009

Questa è una storia di rivoluzioni. Musicali, culturali, economiche. Ma è soprattutto una storia di orizzonti e prospettive spostate in avanti. Ci sono il sole, la luna, il cielo, il giorno e la notte. E come spesso succede nelle trame più belle, perché questa oltre a essere una storia è decisamente un romanzo, tutti questi elementi vivono inizialmente nella stessa città. Solo che non lo sanno. Quella stessa città, e non può essere un caso, è la Liverpool della fine degli anni Cinquanta: un punto nevralgico del commercio via mare dell’Inghilterra del nord che viaggia verso il declino, gente dura che non va tanto per il sottile quando bisogna trovare i soldi per mettere in tavola la minestra alla sera, disoccupazione preoccupante, tanto senso dell’umorismo e un ancora più spiccata vena musicale che pervade le strade, i muri e le balere.

Sui mercantili arrivano i dischi della musica nuova che sta rivoluzionando l’America: da Chuck Berry a Elvis passando per Bo Diddley e Carl Perkins. Prima di John Lennon, che di questa storia è la luna, di Liverpool gli unici personaggi degni di nota del mondo dello spettacolo erano comici. ‘Perché sopravvivere qui, senza prenderla a ridere, non sarebbe possibile’ diceva la gente del posto.

Lennon è un diciassettenne praticamente senza genitori, col ciuffolone alla Elvis che è il suo primo eroe, tre accordi imparati alla chitarra e uno sgangherato gruppo skiffle, il sound della città suonato con strumenti di fortuna, di cui è leader indiscusso. E’ un pomeriggio appiccicoso e tipicamente nuvoloso, il 6 luglio del 1957, quando si esibisce a una di quelle feste di parrocchia un po’ pallose e pompose nel sobborgo di Woolton. Tra il pubblico c’è un certo Paul McCartney, il sole di questa storia, un mancino con un talento musicale strabordante che pure suona la chitarra. Quel giorno però, e in pochi lo sanno, non è mica lì per guardare il concerto: un amico comune suo e di Lennon lo convince a partecipare, lui che non avrebbe voglia, soltanto facendogli balenare in testa la possibilità di incontrare molte ragazze. Di ragazze non ne incontra, ma incontra Lennon: è più piccolo di John di due anni, ma lo impressiona lo stesso accordandogli a puntino la chitarra e dimostrandogli come sia possibile ricordare a memoria i testi delle canzoni, invece che inventarli di sana pianta. Quando il sole e la luna si incontrano fanno eclissi, e sono momenti che non potranno essere dimenticati. Infatti iniziano a suonare insieme: il sole mostrando appunto un carattere aperto, sorridente e luminoso. La luna con un genio ipnotico, riflessivo e introverso. Negli esordi stentati di sale da ballo arredate con risse e coltelli e qualche apparizione in night club dalla pessima reputazione, ecco che compare anche il cielo: si chiama George Harrison, è timido, ha le guance rosse tipiche del più giovane della combriccola e, parole sue, ‘nessun chitarrista ama la chitarra più di quanto io ami la mia’. Harrison parla poco, e parlerà sempre meno, ma capisce immediatamente qual è il suo ruolo: essere al servizio del sole e della luna, per farli risplendere mettendoli in evidenza, con fare discreto ma efficace.

Nel 1962 quei tre, più il batterista Pete Best, sono diventati i Beatles: gioco di parole, ovviamente a copyright Lennon, tra la musica beat che inizia a spazzare come un uragano l’isola e la parola beetles (che in realtà non significa scarafaggi, ma scarabei). Hanno suonato nel quartiere a luci rosse di Amburgo per sbarcare il lunario, sono diventati un’attrazione in città grazie alle esibizioni in una cantina claustrofobica e totalmente priva di norme di sicurezza famosa come Cavern. Hanno come manager un commerciante di dischi omosessuale/ebreo che si chiama Brian Epstein e che rivoluzionerà il business musicale come loro rivoluzioneranno la musica. Ancora più casualmente, dopo essere stati scartati dalla Decca che poi non ripeterà l’errore assoldando i Rolling Stones, la testardaggine di Epstein permette al gruppo di ottenere un’audizione con la Emi, a Londra. Lì incontreranno un produttore con la camicia bianca, la cravatta nera e la riga a sinistra, che si è occupato di teatro e musica classica, e il rock’n’roll non sa nemmeno che odore abbia: George Martin.

Sono pronti a entrare nell’industria, ma manca ancora un ingrediente fondamentale: puoi avere il sole e la luna e il cielo, ma senza il giorno e la notte a scandire i loro ritmi e i loro colori, non può essere un orizzonte completo. Il giorno e la notte sono un batterista nasone e pieno di anelli, Ringo Starr, anche noto come ‘l’uomo più fortunato del Ventesimo Secolo’, perennemente sottovalutato come musicista. Ringo è scherzoso e affabile, fa quello che gli chiedi sul palco e non sbaglia mai tempo. Pete Best, ovviamente per contrappasso l’uomo più sfortunato del secolo scorso, è più esplosivo sul palco ma ha gli occhi glaciali e non spiccica una parola: secondo Martin non è adatto alle registrazioni in studio; secondo Lennon e McCartney, ed è la colpa per la quale verrà escluso dalla storia, ha più successo con i fans, piace di più alle ragazze e uno smacco del genere il sole e la luna proprio non possono digerirlo. Una storia di rivoluzioni ha sempre bisogno di un innocente sacrificato in nome dell’alchimia del gruppo: e quella dei Beatles, con Ringo al posto di Best, ora è perfetta. Ci sono solo loro nel proprio regno e lì, nell’antro magico dello studio di registrazione di Abbey Road, cambieranno il mondo.

Prendete il primo disco, Please Please Me, registrato in 15 ore l’11 febbraio del ’63: c’è John Lennon che strilla senza voce su Twist And Shout (la stessa canzone per presentare la quale l’anno successivo, davanti alla Regina, chiederà al pubblico delle poltrone più economiche di battere le mani, e ai reali di scuotere i gioielli), ci sono armonizzazioni a tre voci che non si erano mai sentite prima, c’è il rock degli albori che viene masticato e rielaborato dalla band con personalità e talento. I Beatles degli esordi erano selvaggi e ritardatari, vestiti di pelle e scapigliati, ma Epstein capisce per primo la potenzialità dell’immagine in un’epoca in cui il concetto di immagine è ancora in stato embrionale: li riveste in abiti di tweed e stivaletti a punta. Il resto lo fa una biondina tedesca, Astrid Kircherr, che durante l’ultimo viaggio in Germania propone loro un taglio a caschetto. Da quel momento in avanti, ogni artista di successo ha diviso la propria carriera tra il palco e la sala trucco.

La band rivoluziona il concetto stesso di spettacolo: i giovani cresciuti in una nazione ancora ferita dalla guerra hanno bisogno di idoli, e i loro genitori tutto sommato prendono a ben vedere quei quattro ragazzi con l’accento del nord vestiti come vorresti vedere il fidanzato di tua figlia al pranzo della domenica. I primi Beatles scrivono prevalentemente testi d’amore, fanno il sound con semiacustiche Gretsch e Rickenbacker, parlano in terza persona del rapporto tra un uomo e una donna in She Loves You: anche questa non si era mai sentita. E’,  definizione dei giornali inglesi di quei giorni, Beatlesmania. La gente che va a vederli (e non sentirli) suonare, le ragazzine soprattutto, prendono a strillare e a sputare le tonsille appena li scorgono dietro il sipario. Sono, sempre, al posto giusto al momento giusto: quando l’America è sconvolta dall’assassinio di Kennedy e ha disperatamente bisogno di qualcosa, qualcuno cui aggrapparsi per non sprofondare nella depressione, loro se ne escono con I Wanna Hold Your Hand e l’album With The Beatles. I precedenti singoli tra le stelle e le strisce non avevano sfondato, ma stavolta l’America per mano ce la prendono davvero.

E’ soltanto l’inizio di due anni memorabili e impossibili, il 1964 e il 1965. I Beatles suonano ovunque siano richiesti, e sono richiesti ovunque, dalla Svezia all’Australia. Pubblicano un concitato album, Beatles For Sale, scrivendo canzoni in pullman e in aereo. Girano due film, A Hard Day’s Night e Help!, che sono anche due album: il suono delle loro Rickenbacker 360 12 corde, del basso Hofner, delle rullate al contrario di Ringo sono la colonna sonora del mondo che cambia. Nell’estate del ’65 suonano, primi nella storia della musica rock, all’aperto: lo Shea Stadium a New York. Davanti a 65.000 persone in delirio e con un impianto di amplificazione da 100 watt, che andrebbe stretto anche al piccolo pub che fa musica dal vivo sotto casa vostra. Traduzione: non si sentiva un bel niente. Guadagnano meno di quanto potrebbero ma fanno guadagnare ogni genere di impresario, si vendono anche a quadratini le lenzuola sulle quali hanno dormito. Entrano a contatto con i grandi nomi dello spettacolo: dai registi più importanti al loro idolo Elvis, fino a Bob Dylan che li introduce nel mondo degli stupefacenti e della marijuana.

Iniziano a cambiare, dentro e fuori: i capelli crescono, la consapevolezza interiore pure. Si vede già con Ticket To Ride, scritta dalla luna, e con Yesterday, venuta in sogno al sole dei Beatles: è la canzone che vanta più cover nella storia del pop eppure ‘non la pubblicammo come singolo, era imbarazzante per un gruppo che faceva rock’ dirà McCartney. Fumano spinelli a colazione e cambiano il modo di scrivere canzoni: non sono più solo interpreti, diventano anche autori completi. Sono Lennon e McCartney che impressionano i Rolling Stones, scrivendo per loro in dieci minuti I Wanna Be Your Man (ma andiamoci piano, mica vorremo dargli una canzone veramente forte’ confabulano i due), tanto che Jagger e Richards si convincono di potere buttare giù da soli la propria musica.

E’ incredibile come il sole e la luna, che conoscono non più di qualche nota blues della scala pentatonica e la scala maggiore naturale, riescano riescano a essere così originali in ogni loro composizione?  E per Natale del ’65 pubblicano Rubber Soul, l’album della svolta: non sono più le canzoncine per fare innamorare le adolescenti, ci sono elementi autobiografici, è l’inizio delle ‘canzoni commedia’: da Norwegian Wood a Drive My Car, passando per in My Life e Michelle, i Beatles entrano nella leggenda. Il produttore George Martin, considerato a buon diritto il quinto Beatle, li dirige in maniera impeccabile, ogni tanto suona un assolo di piano, più spesso suggerisce l’arrangiamento opportuno a ogni brano. E’ lui che introduce gli archi nelle canzoni del gruppo, che asseconda John Lennon che quasi casualmente scopre il feedback della chitarra durante I Feel Fine, che accelera l’assolo di chitarra di Harrison in A Hard Day’s Night. I Beatles intraprendono un percorso introspettivo, sempre più confidenti con la droga e gli acidi che provengono dalla controcultura americana, e iniziano a divertirsi a fare un passo indietro mentre tutti cercano di raggiungerli: per Revolver, nel 1966, si fanno disegnare una copertina collage in bianco e nero, proprio mentre nel resto del mondo esplodono i colori psichedelici. E’ l’anno in cui definitivamente si chiudono in studio e rifiutano di esibirsi dal vivo. Come dargli torto?

Nell’ultimo tour, mentre la gente continua a chiedere le hit degli esordi e loro non sanno come replicare dal vivo le complicate armonie che producono a Abbey Road, vengono assaliti nelle Filippine; e in America, dopo che John Lennon ha dichiarato che i Beatles sono più famosi di Gesù, vengono contestati e presi di mira anche dal Ku Klux Klan in un delirio crescente in cui i loro 33 giri vengono messi al rogo e si minacciano attentati in ogni città nella quale si esibiscono. George Harrison già qui vorrebbe abbandonare il gruppo, rimane solo a patto che le tournee impazzite diventino un ricordo spiacevole, inizia a dedicarsi alla meditazione trascendentale e alla religione indù, dopo che gli strumenti indiani erano già comparsi nelle tracce dei Beatles. Non suonano più dal vivo, e allora ne inventano un’altra: per promuovere i propri singoli, primo dei quali Rain e Paperback Writer, si fanno registrare davanti alle telecamere mentre cantano in playback e mandano il video alle televisioni di tutto il mondo. Il concetto di videoclip promozionale nasce esattamente in quel momento. Ed ecco un’altra rivoluzione: in studio il gruppo si sbizzarrisce con i loop ripetuti di Tomorrow Never Knows, con le tracce di chitarra suonate al contrario di I’m Only Sleeping.

Lennon nelle sue canzoni ora parla di droga; McCartney, da assoluto precursore, per la prima volta nella musica leggera tocca il tema della morte in Eleanor Rigby. Non devono più fare innamorare le figlie dei genitori, non devono più per forza sorridere e fare battute, i genitori perciò iniziano a dubitare che quei ragazzi sempre più fatti e sperimentatori possano essere i fidanzati giusti per le loro figlie. Viene il 1967, l’estate dell’amore che precederà le contestazioni studentesche dell’anno successivo, e con i Beatles arriva anche la prima forma di concept album della storia: Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Forse la più grande pietra miliare della musica moderna, anche se quelle canzoni tutto sommato in comune tra loro non hanno molto. E’ la rivoluzione più ardita e riguarda anche la copertina, che li vede vestiti in uniforme vittoriana accanto alla replica in cartone dei loro eroi: fino a quel momento, bastava una foto qualsiasi del gruppo; dopo, anche l’immagine stampata sul cartone diventerà parte integrante del successo di un album.

Ovunque si organizzano ascolti collettivi del disco, i Beatles sono i messia, sono la strada da seguire. Sono la dimostrazione che si può cambiare il mondo con una canzone. E mentre il resto del mondo impazzisce per provare a tenere il loro passo, mentre Brian Wilson dei Beach Boys perde la ragione nel tentativo di emularli e interi studi di registrazione vengono ribaltati nel tentativo di replicare il suono di Abbey Road, lo sforzo creativo immane manda inesorabilmente la strada della band in discesa. All’apice del successo, della ricchezza e dello stordimento, dopo essere stati i primi musicisti della storia a suonare in diretta e in mondovisione All You Need Is Love, i Beatles si convincono che basti un’idea qualsiasi per trasformarla in successo, che la fatica e il sudore spesi nei primi dieci anni di carriera non fanno la differenza per vendere milioni di copie. Il gruppo si lascia trascinare stancamente in un altro album/film, The Magical Mistery Tour, che per la prima volta li espone alle critiche: tanto era splendente, solare e ottimista Sgt. Pepper’s, quanto è ombroso, lento e spettrale questo.

Nel 1967 i Beatles perdono anche il manager: Brian Epstein, depresso dopo la fine dei concerti, ossessionato dall’idea di essere diventato inutile per il gruppo, ingoia qualche pasticca e qualche bicchiere di troppo il 27 agosto e va nel mondo dei più a soli 32 anni. La band, per ritrovare equilibrio e disintossicarsi dalle droghe, spinta da Harrison vola in India. A meditare, imparare la chitarra fingerpicking dal menestrello Donovan e scrivere canzoni. Tornano che non hanno smesso di drogarsi ma hanno una quantità gigantesca di nuovi brani: le registrano in una demo che si trova ormai ovunque in bootleg e diventa il primo, e poco conosciuto, esempio di concerto unplugged della storia. Quelle canzoni diventeranno il materiale per il White Album, il doppio bianco che sarà il più venduto tra i loro dischi. Decidono anche di fondare la propria casa discografica, la Apple, ma ci combineranno solo disastri perché, parole di Harrison, ‘nessuno di noi era in grado di fare l’uomo di affari. Sapevamo semplicemente fare i Beatles’.

Ma la verità è che i Beatles, con l’abbuffata bulimica e dolce del successo, hanno la carie di stare insieme: troppi anni passati a vivere ogni giorno l’uno con l’altro, troppe pressioni economiche da sostenere. Troppa voglia, soprattutto, di diventare uomini appagati, oltre che musicisti completi. La luna dei Beatles, vedete come è poetico il caso, incontra un’artista giapponese per la quale perde la testa: Yoko Ono, il cui nome si traduce con ‘figlia dell’oceano’. E appunto ci sarà anche l’oceano, in sala di registrazione, insieme alla luna, al sole, al cielo e al giorno e la notte da quel momento in poi. Non è più una rivoluzione, è un’invasione degli spazi dei quali i Beatles sono gelosi. E’ l’inizio della fine. E anche se nel 1968 il White Album è una copertina bianca con su scritto solo il nome del gruppo, se ci sono canzoni memorabili come I Will e Julia, se Helter Skelter è una rudimentale esplorazione nel campo dell’hard rock, se Eric Clapton firma l’assolo piangente di While My Guitar Gently Weeps, la distanza tra il sole e la luna è sempre più evidente. Lennon passa dai bed in di protesta contro la guerra in Vietnam alle produzioni di musica sperimentale con la sua nuova moglie, McCartney conosce la fotografa Linda Eastmann e anche lui, ultimo della band a mettersi la fede al dito, convola a nozze. Harrison da tempo pensa che anche il gruppo più grande del mondo è troppo piccolo rispetto all’universo.

Qualcosa di rivoluzionario succede sempre: c’è stato il cartone animato Yellow Submarine, un capolavoro di avanguardia, e prima ancora di Hendrix, di Jim Morrison e Janis Joplin parte la leggenda della morte di Paul, secondo la quale il bassista muore in un incidente di moto nel 1966 e i superstiti, dopo avere ingaggiato un sosia, si divertono a seminare indizi nelle copertine degli album e nei testi delle canzoni. Se ne parla ancora oggi. E’ proprio il mancino che non vuole rassegnarsi alla fine dell’avventura: trascina gli altri tre nel progetto di Let It Be, a inizio 1969, un album che avrebbe dovuto essere registrato dal vivo, prodotto dalla Apple per la prima volta senza l’ausilio di George Martin. Ma finisce in litigate clamorose, dispetti e sabotaggi, come quello che Lennon suonando il basso compie su The Long And Winding Road. I Beatles come al solito sono maestri dell’inaspettato: l’album sarà sistemato e pubblicato soltanto l’anno dopo da Phil Spector con il suo famigerato muro di suono, un tappeto di archi e cori che, dirà Lennon, ‘è servito almeno a sistemare quel mucchio di merda fumante che avevamo registrato’.

Ma il 30 gennaio hanno un’altra trovata che sarà replicata a non finire in futuro. Dovrebbero concludere il progetto con un grande concerto su una barca o in un anfiteatro romano, ma vogliono passare insieme meno tempo possibile e perciò qualcuno propone di ‘andare a suonare sul tetto e tornarcene tutti a casa’. Salgono in cima palazzo bianco al numero 3 di Savile Row e danno vita a una pioggia di note, da Don’t Let Me Down a Get Back, che manda in tilt il centro di Londra per quella che è la loro ultima esibizione insieme. Si separano, emotivamente e economicamente, in maniera definitiva: McCartney vorrebbe affidare la gestione economica del loro impero a Louis Eastmann, padre di sua moglie, gli altri tre sentono puzza di inciucio e propongono, come effettivamente sarà, Allan Klein per quel ruolo. Sembra finita, ma una rivoluzione deve finire con un picco, non con un addio rancoroso e incompleto. Si rivedono in primavera per un ultimo album e convincono George Martin a produrlo.

Lo sanno tutti che non ce ne sarà un altro dopo, ed è anche per questo che è considerato forse il loro migliore. C’è Come Together di Lennon e ci sono Something e Here Comes The Sun di Harrison, ormai maturo come compositore quasi al pari del sole e della luna cui non ha mai rubato spazio. C’è il long medley del lato b, ideato da McCartney e messo in piedi da Martin, l’ultima rivoluzione musicale del gruppo, che sfruttando un errore del tecnico del suono Geoff Emerick inventa anche la ghost track nascosta dopo l’ultima traccia, Her Majesty. E anche se col tempo i Beatles sono diventati un gruppo di solisti supportati a turno dagli altri tre, stavolta anche lavorando separatamente tornano il gruppo più grande di sempre. Poi in agosto se ne vanno sulle strisce di fronte allo studio di registrazione e si fanno fotografare in fila indiana: è la copertina dell’album che si chiamerà Abbey Road e regalerà a un’anonima strada alberata di Londra una fama altrimenti irraggiungibile. I Beatles, in otto anni di attività ufficiale, registrano 13 album e 211 canzoni insieme. Entrano nel linguaggio comune con i testi delle loro canzoni, nei cori degli stadi, nelle sigle dei programmi televisivi e nelle pubblicità. Sono una storia, una rivoluzione e un romanzo. Saranno, prima o poi, anche la sceneggiatura perfetta per un grande successo cinematografico. Sono un pozzo senza fondo di soldi e operazioni commerciali, ultime delle quali il loro catalogo completamente rimasterizzato e l’uscita del videogioco The Beatles Rock Band. Sono, semplicemente, il big bang dal quale è nata e si è alimentata l’industria musicale che conosciamo oggi. E l’ultima frase che lasciano come gruppo, nella canzone The End, è emblematica di ciò che hanno dato, e ricevuto, nel mondo: ‘the love you take, is equal to the love you make’.