Quella fronda 5 Stelle che potrebbe diventare una spina nel fianco per Grillo
01 Marzo 2013
Dopo le campagne elettorali, si sa, si apre la stagione dei nuovi propositi. In realtà, questa volta più delle altre il centrodestra deve preoccuparsi di dare un seguito a tali propositi, se è vera (come lo è) la risultanza della chiamata alle urne degli italiani, se è vero che l’Italia al voto si è divisa in tre, se è vero che il bipolarismo corre il rischio di essere scardinato in favore di non sappiamo cosa. Se è vero, appunto. In realtà, il risultato potrebbe celare un forte desiderio di bipartitismo, in cui il voto al M5S è il segnale di allarme lanciato dai cittadini ai partiti perché si redimano da quella autoreferenzialità che, ove più ove meno, ha invaso il campo del dibattito politico.
Semplificando le variabili, si può dire che il PD abbia perso (pur vincendo) a causa della monotematica proposta “zoologica” che è emersa preponderante sul resto del programma; il PdL abbia vinto (pur perdendo) perché almeno a livello centrale la comunicazione ha iniziato ad incentrarsi sulla necessità di parlare alle persone e soprattutto delle persone, coinvolgendo l’elettorato senza far sentire troppo l’importanza della sua rilevanza numerica per assicurarsi la vittoria (come, invece, spesso è successo nelle campagne elettorali locali, in cui molti comizi hanno dato l’idea di un partito che si avvitava sui sondaggi e i ringraziamenti allo staff) e perché è riuscito ad evitare la polemica mediatica intorno ad alcuni nomi storici, esclusi dalle liste.
Il PdL a livello locale ha giocato bene anche la carta di aver dimostrato agli elettori di essere una formazione compatta; il M5S si è rivelato in tutta la sua portata di fenomeno sostenuto dal sentimento legittimo di protesta, se si pensa che gli elettori hanno votato ignorando i nomi e la storia dei candidati che hanno portato in Parlamento, talvolta anche il programma e la sua fattibilità. Anzi, l’obbligo dei grillini di presentarsi tutti vestiti in bianco alla prima convocazione delle Camere suona più come un sistema pensato perché si riconoscano e sappiano di dover stare dalla stessa parte, dal momento che allora saranno non più candidati (per cui il bianco non avrà più senso) ma eletti.
Legittima è la protesta. Ma si deve comprendere, e ci arriveremo forse troppo tardi, che i partiti abbiano ruoli importanti, da cui non si può prescindere e che non si possono surrogare con la semplice presa visione o il decreto online di community virtuali, numericamente non corrispondenti alla maggioranza. La mediazione e la sintesi spetteranno sempre ai partiti mediante gli eletti: la consapevolezza e la responsabilità devono essere degli eletti, non dei cittadini, ognuno dei quali porta istanze differenti ed individualistiche (come quelle che si rilevano nel programma di M5S). E non solo: il cittadino medio finirebbe comunque per delegare, stanco di fare il controllore (di ricevute fiscali) o di decidere al posto di chi ha eletto per farlo! Si deresponsabilizza e dequalifica ulteriormente la classe politica implementando meccanismi che sanno più di scarica-barile che di democraticità e partecipazione alla vita del Paese.
In ogni caso, emerge la sensazione di una leadership che già vacilla nel M5S: in questi concitati momenti in cui si richiede la responsabilità per dare la fiducia al governo, in cui si passa dalla politica virtuale a quella reale, il portavoce del movimento che ascolta la base, rifiuta il confronto con i suggerimenti della base stessa che invoca il sostegno al PD. La testa non controlla il corpo e viceversa, orientati su bussole diverse come sono: era prevedibile.
Se una lezione sta dando l’ultima tornata elettorale è che per lavorare bene per il Paese i partiti si devono aprire e chiudere al tempo stesso: cioè devono smarcarsi la definizione odiosa di roccaforti di potere e di nefandezze, come suggerisce il senso comune, promuovendo una presenza sempre più vivace dei cittadini; insieme è necessario che si chiudano, lavorando con metodo sulla propria base.
