Quella in Libia non è una guerra “neocon”
01 Aprile 2011
I neoconservatori statunitensi stanno appoggiando la guerra in Libia. Strano. Strano perché, a parte quelli che usano “neocon” come un epiteto da scagliare sulla testa dei propri avversari al di là che quelli siano davvero dei neoconservatori o no, la guerra in Libia non è una guerra neocon. Ammesso che davvero esistano infatti cose come le “guerre neocon”, cioè ammesso che usare l’espressione “guerra neocon” non sia un altra scorciatoia per evitare di ragionare sulle cose, un conto sono gl’interventi militari statunitensi in Afghanistan e in Iraq, un conto la guerra dell’ONU alla Libia.
Con buon pace delle anime belle, infatti, l’attacco statunitense al regime dei talebani fu la conseguenza diretta di quel che successe l’Undici Settembre; cioè non la vendetta per gli attentati, ma la riduzione di quello Stato terroristico in condizioni di non più nuocere. E l’attacco all’Iraq il tentativo di fermare un Saddam Hussein che subito dopo si era offerto a Osama bin Laden come manovalanza terroristica in sostituzione dell’abbondantemente neutralizzato regime talebano. In entrambi i casi raccogliendo l’apprezzabilissimo risultato, concreto e limitato, d’impedire per dieci lunghi anni ad al-Qaida di fare il bis.
Alla buon’ora. Troppi infatti erano stati gli errori, i fraintendimenti e le sviste dell’Occidente che a lungo aveva sopportato, senza intervenire, la situazione gravissima venutasi negli anni a creare prima in Pakistan e poi in Afghanistan. Troppo a lungo gli Stati Uniti, negli anni Novanta, avevano sottovalutato la perniciosità di quello scenario centroasiatico e permesso ai progetti criminali di bin Laden di crescere e moltiplicarsi. Lo shock dell’Undici Settembre fece da sveglia: brutale, sgradita, ma non di meno necessaria. E in questo modo qualche prima pezza è stata messa.
Scorrendo le pagine del bel libro dell’inviato di guerra Gian Micalessin, Pakistan, il santuario di al-Qaida. Gli 007 di Islambad fra traffici nucleari e terrore islamico (prefazione di Nicolò Polledri, Boroli, Milano 2010) si del resto è percorsi da un brivido. Che precede e prepara una constatazione: abbiamo un problema Pakistan. Non sono stati gli USA a creare i talebani per combattere i sovietici in Afghanistan, come piace dire a certi commentatori di bocca buona; è stato il Pakistan, e per un preciso disegno strategico e ideologico. L’intervento militare in Afghanistan, improcrastinabile dopo che l’ombra nera della minaccia è diventata una realtà cruenta, è stata una risposta al problema pakistano-afghano. Neanche tardiva. Nonostante tutto, non era infatti possibile agli USA intervenire prima sul Pakistan che ha generato l’Afghanistan talebano, quanto meno non con una operazione bellica.
In Afghanistan si è dunque intervenuti per cominciare a fare i conti con quella partita da tempo aperta e a quel punto divenuta non più ignorabile, in Iraq ‒ a torto o a ragione ‒ per identici motivi, ma il problema Pakistan è ancora lì. E la pista che dalla prima bomba atomica islamista parte dal Pakistan arriva anche a un altro problema ancora tutto lì: arriva cioè all’Iran (e alla Corea del Nord e pure, nel recente passato, alla stessa Libia).
Infatti, troppo a lungo si è creduto che la rivoluzione iraniana del 1979 fosse solamente una questione sciita, ovvero un grosso problema ma comunque limitato geograficamente, poiché ‒ così si riteneva ‒ impossibile da estendere, per motivi interni all’islam, al mondo sunnita. Ma così non era e non è, sostengono i neocon. Se è infatti vero che sciiti e sunniti si scannano in ogni angolo del mondo musulmano in cui possono farlo, è anche pur vero che la rivoluzione iraniana del 1979 ha idealmente sugellato l’inizio della fine della prospettiva araba laica.
La rivoluzione iraniana è e resta un fatto sciita, certo; ma al contempo è servita all’intero mondo islamico per rinnovare il sogno del califfato universale nemico anzitutto dei laicismo arabo dei “traditori” e per vederne concretamente possibile ‒ almeno questa è stata la percezione ‒ la realizzazione. L’Iran sciita, del resto, oltre a tenere così strettamente sotto l’ala da sembrare apertamente fagocitare la Siria ‒ dove il potere della minoranza alauita (una forma estremista di sciismo, considerata eterodossa) comprime la maggioranza sunnita della popolazione ‒, non disdegna il sostegno ad Hamas sunnita e i legami nucleari con quel Pakistan che ha generato il problema talebano forte di un personale militare islamista fuoriuscito dall’Arabia Saudita (e pure di qualche altro aiuto logistico di emirati d’area); un’Arabia Saudita in cui vige il rigorismo puritano del sunnismo wahhabita che pur cozza con lo sciismo (nello Yemen e in Bahrein, per esempio, gl’interessi sunniti dei sauditi e dei governi filosauditi si scontrano con quelli di popolazioni ampiamente sciite, talora persino la maggioranza discriminata) e che con l’Iran sciita compete aspramente per l’egemonia geopolitica regionale. Nessuno scandalo, insomma, per l’Iran a farsela sul nucleare con l’estremismo sunnita pakistano che intreccia i propri destini con l’estremismo sunnita saudita.
Il problema Pakistan, insomma, che è il vero nome dell’islamismo talebano e qaidista, rimanda al problema Iran. Ed è con questo che torniamo, dopo un lungo giro istruttorio, ai neoconservatori americani.
Per i neocon, infatti, l’Iran è da sempre il problema numero uno. Quando hanno sostenuto l’azione militare contro diverso soggetto ‒ l’Afghanistan talebano ‒ il loro pensiero, anche solo il retropensiero, tornava costantemente lì. Concentrarsi sull’Afghanistan terrorista, per i neocon non ha significato dimenticare l’Iran: solo essere costretti dalle contingenze a percorrere una strada più lunga con una tappa intermedia in più allo scopo però di giungere comunque alla medesima meta. Nella misura in cui l’Iran non è solo una “questione sciita” ma il prepotente ritorno di uno spettro che si credeva estinto, l’islam politico votato al jihad per l’instaurazione del rule of shari’a, per i neoconservatori l’Iran è la prima e costante fonte di problemi geopolitici e di minacce per la sicurezza nazionale ‒ quand’anche fosse “solo” una minaccia contro Israele, imprescindibile avamposto in terra straniera ‒ americana. Tanto che si potrebbe dire che qualsiasi motivo d’interesse abbiano i neocon per il mondo arabo-islamico esso inizia e finisce con l’Iran.
Molto probabilmente è per questo che i neocon sostengono ora la guerra alla Libia, spingendosi persino tanto in là da vendere al mondo il proprio argomento attraverso l’ingestione dell’amaro boccone costituito dal presentare Barack Hussein Obama improbabilmente “convertito” alla “Dottrina Bush”. Tant’è che Obama rilutta. Insomma, ogni e qualsiasi pretesto per entrare nel mondo arabo-islamico viene sfruttato dai neocon per perseguire il loro unico obiettivo. Mettere le mani su Teheran. Oggi i neocon stanno pensando che per tornare in un certo modo in quel mondo occorra passare dalla Libia. Non si tratta di giustificare o di criticare i neoconservatori per partito preso: si tratta invece anzitutto di capire qual è il loro giro mentale onde non prendere lucciole per lanterne. Solo così si può comprenderli (fino al punto anche di apprezzarli), dissentendo fermamente dalla loro posizione sulla guerra ONU contro la Libia.
Marco Respinti è presidente del Columbia Institute e direttore del Centro Studi Russell Kirk.
