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Quella passione letteraria di Simenon per birra, vino e “prunella d’Alsazia”

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Maigret era un formidabile bevitore. Egli consumava preferibilmente birra: ne beveva in gran quantità, in ogni occasione, a diverse ore del giorno e della notte. Alla spina, nei bistrot e nella adorata Brasserie Dauphine, in giganteschi boccali di vetro o di ceramica (Signé Pipcus) o in ufficio, dopo averla acquistata in bottiglie di vetro da un litro (egli preferiva birra francese). Qui, spesso, durante i lunghi interrogatori, l’accompagnava con gustosi sandwich al prosciutto, condividendola malvolentieri (non gli bastava mai) con i suoi collaboratori, e talvolta offrendola, tra provocazione e compassione, alla malcapitata ed esterefatta persona sottoposta ai suoi atti istruttori.

Il Commissario non disdegnava gli aperitivi, il vino bianco fresco, il calvados e finanche la “prunella d’Alsazia” che gli inviava periodicamente la cognata; ciononostante si ha l’impressione che egli dichiarasse di apprezzare il “prezioso” distillato di frutta più per compiacere l’adorata moglie, che per intima convinzione.

Contrariamente a quanto accadeva per il fumo, per quel che riguardava l’alcol, Maigret spesso veniva esortato dalla consorte e dal suo amico e medico curante, Pardon, a limitarne il consumo.
Ma inaspettatamente (Maigret non amava ammettere proprie debolezze) egli stesso si rende conto di non coltivare un rapporto sereno con il bicchiere.

In un romanzo (Maigret se defend), proprio durante uno dei periodici incontri che invariabilmente aveva con Pardon, confida al suo amico di eccedere nel bere, di aver talvolta difficoltà a limitarne il consumo e (cosa assai singolare per lui) di vergognarsi, sia pur raramente, allorquando sente l’invincibile desiderio di entrare in un bar. Ciononostante Simenon non ci dice se il Commissario avesse poi avuto problemi per tale comportamento.

Solo in un romanzo (Maigret) lo scrittore lo “obbliga” a bere molto più del dovuto, imponendogli di restare seduto in un bistrot per un giorno intero, e in un racconto (Le client le plus obstiné du monde) lo costringe addirittura ad ubriacarsi al fine di giustificare la sua prolungata presenza in un bar da presidiare in attesa dell’arrivo del probabile colpevole.

In entrambe le circostanze, peraltro, gli eccessi del Commissario sono imposti da esigenze investigative.
In altre inchieste dirette dall’investigatore parigino (La guinuette à deux souns, Maigret et le client du samedi, Maigret et monsieur Charles) il bicchiere è – ad un tempo - conseguenza di contrasti familiari e causa di drammi umani.

In ogni caso Simenon conosceva bene l’alcol. Questo era già entrato prepotentemente nella sua famiglia d’origine e aveva praticamente distrutto il suo secondo matrimonio: egli, dopo anni di intensa passione, infiniti tradimenti, insopportabili gelosie e feroci controversie, si separò da Denyse Ouimet (dalla quale ebbe tre figli) allorquando la stessa era giunta quasi sull’orlo della follia, ormai schiava del bicchiere.
Lo scrittore era consapevole delle motivazioni che portavano al bere; conosceva i comportamenti del bevitore, i suoi atteggiamenti, le sue reazioni, i suoi stati d’animo.

Non era all’oscuro del fatto che nella bottiglia si nascondessero difficoltà nelle relazioni umane (soprattutto familiari), desideri di rivincite, rabbia, insoddisfazione, frustrazioni.
Egli sosteneva come il bevitore sentisse la necessità di vedere il mondo e gli uomini attraverso un caleidoscopio o un binocolo posizionato all’incontrario. In pratica non vi è romanzo o racconto di Simenon che non veda la bottiglia come protagonista principale o come comparsa di apparente secondo piano. Soprattutto negli scritti che descrivono le difficoltà del rapporto coniugale, il bicchiere assume un ruolo determinante. In Piano Inclinato il matrimonio dei due protagonisti è devastato dall’alcool.

Il romanzo inizia proprio con la descrizione dello stato d’animo di Antoine, marito frustrato ed insoddisfatto, desideroso di “strozzare il collo all’ansia” con il bicchiere.  Simenon ci introduce in quella che lui stesso definisce “l’entrata nel tunnel”: in quella situazione, cioè, nella quale il bevitore combatte inutilmente e violentemente con se stesso per decidere se iniziare a bere o abbandonare tale proposito, finendo invariabilmente con l’entrare in un bar. Vengono descritti i pensieri dell’alcolista, la ricerca di bar ancora aperti a notte fonda, l’illusoria convinzione di riuscire a bere moderatamente, gli inutili propositi di fermarsi in tempo, gli scrupoli, le paure, la vergogna nel trovarsi di fronte ancora una volta lo stesso barista, i vani e goffi tentativi di celare lo stato di ebbrezza, la invitabile scoperta di tale condizione stesso da parte di estranei e familiari, le discussioni, le inconsistenti promesse e, soprattutto, le drammatiche e umilianti conseguenze.

A tal proposito Simenon, che portava spesso i suoi protagonisti davanti a situazioni estreme, in cui gli stessi potessero in qualche misura determinare la propria sorte, conduceva il personaggio interessato davanti ad un bivio: sovente questi irrimediabilmente cadeva nel baratro (sia pur con onore e decoro), talvolta riusciva a intraprendere la strada del riscatto.

In alcuni romanzi, infatti, la bottiglia conduce ad una drammatica fine: è il caso, appunto, di Antoine e Julie, di Le negre, di La prison, di Quartier negre e, soprattutto, di Le fond de la bouteille. In quest’ultimo romanzo l’alcool è il protagonista assoluto. Il suo eccessivo consumo è determinato da difficoltà nelle relazioni familiari e soprattutto da enormi problemi di comunicazione tra due fratelli (alcuni ritengono di scoprire nel romanzo la descrizione del devastante rapporto che Simenon aveva con la madre Henriette e con il fratello Christian, prediletto dalla prima, della cui morte questa riteneva responsabile lo scrittore).

Nel romanzo il bere viene indicato come unico comportamento accettabile e come solo atteggiamento sostenibile; l’alcool come sola sostanza il cui consumo individuale o di gruppo possa in qualche misura giustificare i rapporti familiari e renderli appena tollerabili.

In altri scritti la bottiglia conduce alla conquista della consapevolezza.
Loursat de Saint Marc (Les inconnus dans la maison) è un avvocato fallito: abbandonato dalla moglie, disprezzato dalla figlia e dalla governante che abitano insieme con lui, vive le sue giornate invariabilmente chiuso nel suo vecchio e polveroso studio, seduto su una vecchia poltrona, attizzando continuamente il fuoco in una stufa di ghisa, leggendo antiche opere di diritto e – soprattutto – scolandosi le diverse bottiglie di Borgogna che, appena sveglio, personalmente preleva dalla sua cantina. Un evento tragico, straordinario ed imprevedibile (uno dei tanti che governano l’esistenza umana) lo porta ad una scelta drammatica e sofferta: egli abbandona il bicchiere, torna davanti alla Corte di Assise, risolvendo sorprendentemente un problema giudiziario che aveva sconvolto la figlia.
Simenon, che spesso viene indotto nei suoi romanzi a trovare soluzioni estreme ed irreparabili, è ora portato a raccontare il riscatto e la rinascita: l’Avvocato esce di casa per la prima volta dopo tanti anni, viene sorpreso dalla luce e dai colori, dall’aria, dalla gente; supera – inaspettatamente e senza la bottiglia – le ansie e le angosce, tornando all’antico lavoro.

Così in Feux rouges, il modesto, umile e frustato impiegato, che trova nell’alcool la forza di reggere l’altrimenti insostenibile rapporto con la affascinante ed affermata moglie Nancy, solo dopo una feroce violenza da questa subita, riesce a ritrovare la strada della sobrietà, dimostrando la capacità di saper iniziare a coltivare nuovamente (straordinarie le parole che riesce a sussurrare alla moglie, immobile in un letto di ospedale), un rapporto coniugale ormai completamente distrutto dalla incomprensione e dall’alcool.

Simenon aveva uno straordinario appetito per la vita e per gli essere umani, soprattutto per gli umili e gli indifesi. Di questi conosceva e tollerava le debolezze e le imperfezioni: non pretendeva da loro azioni che gli stessi non sapessero o volessero fare, non li giudicava per cose che non erano in grado di offrire.
Ciononostante apprezzava e valorizzava in loro, allorquando avessero manifestato di possederne sempre e comunque l’intima essenza, una cosa straordinaria: la dignità di uomo, nelle conquiste e nelle disfatte.

 

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