Quello che dice Wilders e chi lo vuole morto

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Quello che dice Wilders e chi lo vuole morto

Secondo i canoni imperanti del politicamente corretto, il leader del partito per la libertà olandese, Geert Wilders, è certamente “blasfemo”. Lo stanno processando per incitamento all’odio razziale perché, durante un comizio di tre anni fa, disse di volere “meno marocchini” nelle città arancioni. Ha detto anche altro, e molto peggio, sul Corano e sulla religione islamica. Wilders, che i sondaggi danno per favorito alle prossime elezioni politiche nazionali, ed è stato ospitato alla Convention repubblicana che ha incoronato Trump, nei giorni scorsi si è rivolto ai giudici in aula, dicendo, in sostanza, due cose. La prima è che la libertà di espressione non si tocca.

Per Wilders, la libertà di parola è uno dei bastioni della identità olandese e per questo motivo lui ha il diritto di dire quello che pensa sulla immigrazione incontrollata, anche se significa incorrere in qualche reato o eventuale condanna. Wilders, più di Trump, vuole bloccare il processo di islamizzazione in corso nella società olandese. La seconda cosa che ha detto il chiomato leader anti-jihadista, invece, suona più o meno così: cari signori giudici, provate a immedesimarvi un secondo nella mia vita. Da anni, in virtù delle mie dichiarazioni, sono recluso, protetto da una scorta, c’è qualcuno di guardia fuori dalla porta anche quando vado in bagno. Una volta, noi dell’Occidentale abbiamo incontrato Wilders a Roma, nel corso di un evento, e in effetti girava circondato dalle guardie del corpo, armi alla mano mentre uscivano dall’auto blindata. 

Wilders è sulla lista nera di Al Qaeda, ISIS ed altri gruppi del fondamentalismo islamico. Il 2 novembre del 2004, Mohammed Bouyeri, un immigrato marocchino legato al gruppo terroristico Hofstad, tagliò la gola per strada al regista Theo Van Gogh, nei pressi di Sarfaati Park ad Amsterdam. Van Gogh era un amico di Wilders. Si scoprì che nel mirino della cellula jihadista c’erano anche Wilders e la scrittrice Ayaan Hirsi Ali. Hirsi Ali oggi vive negli Stati Uniti, Paese che, a quanto pare, ha ritenuto un posto più sicuro dell’Europa per sfuggire a chi le dà la caccia. Nel suo caso, per quello che scrive sull’Islam.

Chi va contro il pensiero unico, dunque, incorre nel reato di blasfemia, che sta trionfando un po’ ovunque nel Vecchio Continente. Nel Regno Unito, per esempio, il ginnasta ventisettenne Louis Smith è stato sospeso dalla British Gymnastics non perché risultato positivo all’antidoping bensì perché l’olimpionico, un po’ brillo dopo un matrimonio, si era permesso di scherzare, stendendosi sul tappeto come se volesse pregare rivolto verso la Mecca. Smith è stato ripreso in un video. La stampa ha subito trasformato la vicenda in un caso nazionale. E’ stata aperta una indagine. Smith, per non vedere compromessa la sua carriera, si è fatto intervistare dicendo che lui non è un razzista. Ha anche visitato una moschea. Ma la gogna del politicamente corretto non si accontenta. Così l’atleta ha scritto su Facebook: “Possiamo tutti esercitare il diritto alla libertà di parola, ma essendo una celebrità e uno sportivo influente è mia responsabilità farlo con buon gusto”. Wilders non si piega. 

A Glasgow, sempre in Gran Bretagna, un deejay radiofonico è stato licenziato dopo che aveva provato a difendere il cristianesimo in un dibattito televisivo con degli ospiti musulmani. A Birmingham, due cristiani sono stati allontanati dalla polizia mentre pregavano: “qui non si può predicare, questa è zona musulmana”, gli è stato detto. In una contea dell’Inghilterra, due liceali sono stati puniti dal loro insegnante dopo che si erano rifiutati di pregare Allah. In Irlanda, dal 2010 è entrata in vigore una nuova legge, il Defamation Act, che prevede il reato di diffamazione blasfema a mezzo stampa, con multe fino a 25mila euro.

Secondo l’Irish Times, la legge sulla blasfemia irlandese viene citata come esempio di giurisprudenza da altri Stati islamici, come il Pakistan, che alle Nazioni Unite ha evocato il modello irlandese per legittimare le sue leggi. In Pakistan, la cristiana Asia Bibi marcisce in prigione dopo che volevano condannarla a morte, ancora per blasfemia. Sulla scrivania del primo ministro inglese Theresa May c’è una ricerca, pubblicata dalla politologa Machteld Zee, che studia la penetrazione della giurisprudenza islamica nel sistema giudiziario inglese: un mondo parallelo, fondato sulla Sharia, che agisce al fianco della common law.

Le corti islamiche funzionano come tribunali arbitrali. “Oggi in Gran Bretagna ci sono oltre cento corti che applicano la sharia,” dice la Zee, “Si tratta di un sistema giuridico completo e in contrasto con le nostre leggi laiche. Le donne, per esempio, nei tribunali islamici devono poter chiedere se il loro matrimonio può essere sciolto, anche se vengono maltrattate dai mariti. I tribunali islamici hanno invitato le donne ad accettare la poligamia e a non denunciare i casi di violenza domestica. Padri che picchiano i loro figli ne ottengono comunque la custodia”.

Insomma siamo alle solite. Le società occidentali devono accettare tutto in nome di una malintesa idea di integrazione ed accoglienza, anche la giustizia parallela islamica. Gli artisti d’avanguardia possono essere blasfemi se prendono di mira il crocefisso o la fede cristiana (e a chi obietta qualcosa si risponde di solito che il cristianesimo è una religione aggressiva); se invece, come fece Van Gogh, irridono l’islam, finiscono nel migliore dei casi nella spirale del pubblico ludibrio, nel peggiore con la gola tagliata. Se le cose nel Vecchio Continente non cambieranno, un giorno forse le corti islamiche chiederanno l’impeachment del primo ministro Wilders.