Quello che Epifani non ha capito sulla deindustrializzazione italiana

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Quello che Epifani non ha capito sulla deindustrializzazione italiana

30 Settembre 2013

Durante il lungo intervento di Guglielmo Epifani a Porta a Porta, si è parlato di tante questioni marginali per gli italiani, quali la data del congresso del Pd e le sue regole, o il modo di vestire del segretario (dieci minuti buoni spesi a parlare dei suoi vestiti e della sua vita privata). La serata sarebbe scivolata via nella noia generale se non fosse stato per le domande del giornalista tedesco Tobias Piller che ha incalzato l’ex capo della CGIL sui temi economici.

In particolare, Piller ha chiesto al segretario del PD "come pensa di attirare investitori esteri se Fiat sta lasciando l’Italia" e ancora "come pensate di attrarre la Volkswagen se anche Marchionne scappa?". Epifani ha ribaltato il concetto spiegando che la Fiat non è l’Italia e che in Italia ci sono tante altre imprese che esportano e che vanno bene. Una classica frase da politico senza il supporto dei dati.

In economia, più delle parole contano i numeri e i numeri sono impietosi: l’Italia nel 2000 produceva 1 milione e 422 mila autovetture. L’anno scorso siamo arrivati a poco più di 390.000.(- 72.5%!). La produzione è diminuita di 1/4 rispetto a 12 anni fa, lo dice la Organisation Internationale des Constructeurs d’Automobiles OICA.

Confrontando la produzione di autovetture in Italia con quella in Gran Bretagna c’è un’altra brutta sorpresa. Nel 2000 la produzione inglese era di 1 milione e 640 mila auto. E’ scesa a 990.000 al culmine della crisi del 2009 ma poi si è ripresa e nel 2012 la produzione è ritornata a 1.460.000 veicoli (fonte OICA). In Gran Bretagna la stragrande parte dell’industria automobilistica appartiene a multinazionali estere in gran parte americane o giapponesi.

Le statistiche dei produttori sono fuorvianti e il consumatore italiano quando acquista una FIAT pensa di acquistare un’auto prodotta in Italia mentre in realtà la maggior parte delle vetture sono costruite in Polonia o negli Stati Uniti. Invece molte auto vendute in Europa da giganti come Ford o Toyota pur non avendo un marchio inglese sono prodotte in Gran Bretagna.

Ecco il primo paradosso: un paese pressoché privo di marchi propri sta riprendendo alla grande a costruire auto con gli immensi benefici per l’occupazione diretta e quella dell’indotto, mentre l’Italia ha il proprio campione nazionale (FIAT) che fa di tutto per andarsene a produrre all’estero. Piuttosto che nascondersi dietro alle parole Epifani dovrebbe spiegare i veri motivi di questa debacle.

Sono principalmente 2 le motivazioni della deindustrializzazione del nostro paese: la politica monetaria europea e l’avversione all’impresa e all’economia di mercato di una parte della classe politica italiana. La politica monetaria UE non permette ai diversi paesi di sviluppare politiche economiche anticicliche. L’esempio inglese è lampante. Di fronte alla crisi del 2009 la Gran Bretagna ha stampato moneta favorendo gli investimenti (Quantitative Easing) ed ha svalutato la Sterlina nei confronti dell’Euro permettendo in pochi mesi alle sue aziende di tornare competitive.

Epifani questi concetti sembra ignorarli. Il suo partito è stato per anni il sostenitore dell’austerità e anche ieri sera non ha perso occasione per incensare la neo eletta Cancelliera Merkel. Ma Epifani è stato anche il vero paladino del sindacato politico, poco o nulla interessato a trattare con le imprese su come migliorarne la produttività per poi suddividere tali miglioramenti con i lavoratori.

Cosa dovrebbe fare allora l’Italia? La ricetta è una sola e assume ormai i contorni di un cambiamento epocale. Il governo di larghe intese deve rinegoziare con la UE la politica economica e costruire un clima positivo per chi vuole investire.