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Dibattito su "The Donald"/ 4

Quello che non dicono sul programma di Trump

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Le elezioni americane sono seguite dai nostri media commentando il populismo di Trump, chiedendosi se è simile a quello di Berlusconi o a quello di Grillo, zoomando su aspetti secondari come Ted Cruz che arrostisce la pancetta sulla canna del fucile o su un vecchio video del 1961 dove Sanders osanna Castro, mentre  la partita in corso negli Stati Uniti finirà per produrre, chiunque vinca, una svolta epocale.

 

Trump ha successo, sta sconvolgendo il GOP ("Grand Old Party", il nickname dei repubblicani, ndr), mentre il socialista Sanders, un outsider, mette in difficoltà Hillary Clinton e l’establishment democratico, perché – significativo il risultato del Michigan, un tempo simbolo del capitalismo americano, ora  deindustrializzato con centinaia di  fabbriche chiuse e tante famiglie disperate – perché la ripresa economica dell’auto ignora le vittime – non solo bianchi, ma anche latino e neri – della disoccupazione del settore manifatturiero prodotta dalla globalizzazione.

 

Trump ha successo quando dice di volere una muraglia con la Cina e il Messico, perché promette, come il socialista  Sanders, di riportare il lavoro a casa, di non volere il TTP (anche Hillary sta prendendo le distanze dalla "Partnership trans-pacifica"), perché l’America grandiosa e indebitata di Reagan e Clinton è stata messa kappaò dalla globalizzazione. Quando nel 2009 Niall Ferguson disse che "Chimerica" (l'alleanza tra Cina e America, ndr) si sarebbe trasformata in una chimera, perché era una relazione sbilanciata, aveva visto giusto.

 

La globalizzazione e la crescita dell’Asia hanno aperto nuovi mercati all’Occidente, ma hanno giovato  al ristretto mondo della finanza, non alle industrie, sulle quali si è abbattuta la crisi delle banche del 2008. Gli Stati Uniti, il simbolo di una società fluida senza classi, sono diventati un paese socialmente sempre più stratificato, dove  è drammaticamente aumentata la differenza tra ricchi e poveri.

 

Trump sta demolendo la vecchia destra americana, perché promette più tasse per i ricchi, esenzioni o diminuzioni  fiscali per i poveri, protezionismo commerciale, tariffe doganali e sulle questioni bioetiche è più vicino ai democratici che ai repubblicani alla Ted Cruz. Certo, la critica al politically correct fa rumore, ma l’asso nella manica del tycoon di New York è di rivolgersi a un elettorato più ampio di quello del vecchio GOP e di proporre un’altra visione degli Stati Uniti.

 

Trump critica anche la politica estera degli Stati Uniti, la guerra in Iraq, deplora la guerra di Libia, dice di volere un buon rapporto con la Russia e di ritenere necessari interventi bellici solo quando siano realmente in pericolo gli interessi americani. La fine di Jeb Bush dimostra quanto sia cambiato l’elettorato repubblicano. Paradossalmente, un assist all’isolazionismo di Trump  viene dal nemico assoluto Obama, intervistato da Jeffrey Golberg nell’ultimo numero del mensile "The Atlantic".

 

Obama dichiara di volere disimpegnarsi dal Medio Oriente, ripete la condanna della guerra in Iraq, deplora anche lui quanto accaduto in Libia nel 2011, è convinto che la minaccia per gli Stati Uniti sia il cambiamento climatico, non Isis (un chiaro messaggio a chi vorrebbe far combattere truppe americane in Libia), è felice di non avere bombardato la Siria nel 2013.

 

Obama si rammarica di aver fatto la guerra in Libia, dà la responsabilità a Cameron e soprattutto a Sarkozy, ma, senza nominarla, dà anche uno schiaffo a Hillary, perché gli americani sanno – è  famosa la vicenda delle email su cui è intervenuto a lungo anche il New York Times – che fu la Clinton a spingere un riluttante Obama a bombardare la Libia, fidandosi, come una piccola politicante dell’Arkansas, di un funzionario con affari poco edificanti in Medio Oriente.

 

Come scrive Niall Ferguson sul Times del 6 marzo, Hillary Clinton, il Nixon di questa tornata elettorale, potrebbe avere il suo Watergate ancora prima di essere eletta, perché sulla consorte di Bill incombe l’Fbi con l’accusa di avere messo in pericolo la sicurezza nazionale.

 

Per quanto riguarda l’Europa, Obama definisce scrocconi gli alleati europei, perché non vogliono pagare i costi degli impegni internazionali e scaricano tutto il peso sugli americani. Nel 2002 Robert Kagan rimproverò agli europei di stare chiusi in bei musei a discettare di Kant, mentre gli americani combattono. Da decenni, gli americani sono stanchi di fare la guerra per gli europei, che hanno una qualità di vita superiore a quella dell’americano medio e un welfare che gli americani si sognano.

 

Un intervento, quello di Obama, destinato a pesare, perché l’incubo di noi europei è dovere affrontare il problema della Difesa. Gli europei rimpiangono la Guerra Fredda, ma ormai c’è una pace rovente, come ha detto Ian Bremmer. Gli Stati Uniti hanno raggiunto l’autosufficienza energetica, vogliono abbandonare il Medio Oriente, concentrarsi su Asia e Sud America e possono, chiunque vinca le elezioni del 2016, abbandonare l’Europa al suo destino.

 

Anche in caso di vittoria di Hillary Clinton, come si augura Angelo Panebianco, l’obiettivo della first lady di Bill è dare agli americani un welfare europeo e quando si investe in welfare è difficile spendere per la guerra. La Guerra Fredda è archiviata. L’Ucraina – afferma Obama nell’intervista a The Atlantic – non è nella Nato. Come dire: discorso chiuso per gli Stati Uniti.

 

Anche il Pentagono è ormai fuori dalla logica della Guerra Fredda. Sulla "London Review of Books" del 7 gennaio 2016, Seymour Hersh, premio Pulitzer per la scoperta del massacro di My Lai, esperto dell’establishment politico-militare americano, ha rivelato che i capi del Pentagono sostengono attivamente l’impegno di Putin in Siria. L’establishment del Pentagono – continua Hersh – è grato  alla Russia, che durante la guerra di Bush Junior in Afghanistan permise il passaggio sul proprio territorio di armi, benzina, acqua, cibo e tutto il necessario per il rifornimento quotidiano della macchina militare americana.

 

La Russia dette informazioni su Bin Laden e autorizzò gli Stati Uniti a utilizzare una base aerea in Kyrgyzstan. L’intervista di Obama, dopo l’articolo di Samuel Hersh, è una conferma che gli Stati Uniti non vogliono più occuparsi di Medio Oriente e intendono lasciare agli europei il compito di occuparsene e anche di affrontare eventuali problemi con la Russia.

 

Per noi europei abituati a vivere sotto la protezione dell’amico americano, l’isolazionismo statunitense è l’incubo peggiore, perché da settanta anni  siamo abituati a non pensare alla Difesa, ed è impossibile, al momento, immaginare quali conseguenze potrebbe avere  prendere atto di dovere far fronte alla nostra sicurezza.

 

Però gli imperi costano e gli Stati Uniti potrebbero decidere, come l’impero russo sovietico quando rinunciò all’impero occidentale europeo, ritirandosi dai paesi dell’Est e dalla DDR, che l’Europa costa troppo e le guerre in Medio Oriente hanno prodotto troppi morti e  troppi reduci mutilati, grandi spese che hanno ulteriormente ampliato il debito con la Cina, e, soprattutto, danneggiato l’immagine americana.

 

Così, chiunque vinca nel 2016, gli umori e le convinzioni dei sostenitori di Trump e Sanders rimarranno comunque negli States e nessun presidente potrà ignorarli. Che stia per terminare la nostra eccezionale belle époque?
 

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