Quello di Tunisi non è terrorismo ma una rivoluzione culturale

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Quello di Tunisi non è terrorismo ma una rivoluzione culturale

12 Gennaio 2011

Oggi si parla tanto, soprattutto in Occidente, di libertà religiosa, senza considerare elementi storici e umanistici fondamentali, come fosse un contentino o una bandiera nuova da concedere alla società perché ormai civilizzata. Spesso, però, non si considera affatto il lavoro che da anni compie una parte della stessa società che denuncia ogni tipo di restrizione a questo e ad altri diritti fondamentali.

Fino a ieri chi parlava di libertà religiosa nel mondo islamico, ad esempio, poteva subire delle fatwa, cioè le sentenze dei tribunali sharitici; oggi per chi "si macchia" di conversione a qualsiasi altra religione, buddista, ebraica o indù, esprimendola pubblicamente, rischia non solo le fatwa ma ancor di più l’allontanamento dalla propria comunità, se immigrato, dalla società civile o addirittura l’esclusione dal proprio Paese d’origine.

Ben più preoccupante è il caso della conversione di un fedele al Cristianesimo. È lì che insorge la vera paura, quella che mette in pericolo la vita stessa. Per queste ragioni si è voluto organizzare il dibattito "L’uomo è la soluzione: libertà religiosa senza se e senza ma" (giovedì 13 gennaio, presso Palazzo Marini) con i rappresentati delle diverse comunità di immigrati in Italia per portare all’attenzione di tutti, istituzioni e società, il ruolo svolto dalle persone moderate in lotta contro ogni forma di estremismo e di diniego alla vita.

Un brain storming tra intellettuali e esperti, insomma, che possa monitorare costante anche la situazione dei convertiti prima di tutto in Occidente e bloccare l’avanzata estremista. È pur vero, d’altro canto, che attaccare tutti i musulmani, come accaduto in questi giorni, e definirli tutti integralisti senza compiere una dovuta distinzione tra coloro che inneggiano alla guerra tra i popoli per una supremazia tutta politica e coloro che combattono per la vita e la libertà, come i moderati, spesso considerati una costola orfana e senza ascolto nel mondo, è un grave atto che si compie contro la stessa umanità.

Basta porgere un orecchio e un occhio a quanto accade in Tunisia e in Algeria in queste ore, dove si sta consumando un’esibizione colorata della difesa dei diritti universali e delle libertà. Proprio quei ragazzi ripresi col volto scoperto e con le mani alla bocca parlano di questo, inneggiando agli stessi identici valori del popolo moderato, e gridando a tutti noi il loro riscatto. E invece di alimentare e tenere viva questa forza positiva che contrasta le dittature e le prigioni in cui hanno dovuto vivere per decine di anni popolazioni ammutinate, dalle nostre sedie puntiamo contro di loro tutte le dita, deprimendo ancora di più quella speranza (anche presunta) che un giorno qualcosa lì cambi in meglio.

Questi giovani che amo definire "rappisti" sono studenti, uomini e donne acculturati, illuminati anche dalla stessa cultura occidentale e cresciuti nella modernità come tutti i ragazzi del mondo, interconnessi e sincretici grazie al world wide web e conoscono benissimo l’Europa, anche senza averla mai toccata, anche se non lo faranno mai. È triste pensare che siano dei fanatici terroristi, come qualcuno ha voluto infelicemente categorizzarli. Non è affatto così.

Si tratta di energie che esplodono nei loro Paesi, attanagliati dalle dittature, dal clientelismo e dalla povertà, che non è, come alcuni vogliono far credere, il punto estremo che conduce alla loro ribellione, ma un ulteriore motivo per dissentire dai loro governi.

Basti considerare, infatti, che l’Algeria è un Paese che potrebbe sostenere metà Africa per le sue ricchezze petrolifere e invece costringe il suo popolo a vivere nella miseria. Questa gente che da giorni muore nelle strade e manifesta la sua rabbia per la discriminazione subita da oggi è censurata e chissà quale fine farà.

La nostra riflessione pertanto dovrebbe partire da lì, da quelle voci, dalle immagini più cruente che cercano di esprimere il dolore di popoli rinchiusi in un pentolone e lasciati bollire fino alla loro inevitabile e ancora più giustificabile esplosione. Considerarli dei terroristi è un processo mentale fuorviante e mediaticamanete scorretto da ogni punto di vista, anche morale, che semplifica e mortifica le vite umane e i diritti che difendono i protagonisti di questa ribellione a rischio di compromettere il loro domani.

È facile dunque etichettare come mostri queste popolazioni nuove senza aver compiuto un’analisi appropriata e dettagliata di quanto accade in queste particolari zone del mondo. È facile parlare così da qui quando l’Africa è sempre lontana. Ma l’Africa Mediterranea è geograficamente e culturalmente a noi vicina. Lo è sempre stata e questi ragazzi, insieme a tutti i moderati del mondo, anche per noi rappresentano l’alternativa all’estremismo, di cui sono stati malamente accusati, perché parlano di libertà, non solo specificatamente religiosa, ma quella ancor più grande e universale d’espressione.

Non soffochiamo questo pensiero, ma ascoltiamo la loro richiesta d’aiuto per poter agire anche noi contro quel terrore che, se non fosse per la costola orfana dei musulmani moderati e per tutte le vittime del terrorismo, oggi avrebbe inghiottito il mondo intero.

Basta vedere il modo in cui parlano, gli abiti che indossano, le mani che alzano per capire che il terrorismo è lontano da questa immagine colorata e meravigliosa di musica, arte e rap. Una vera e propria rivoluzione culturale è quella che si sta compiendo oggi in questi Paesi e noi non possiamo regalargli solo la nostra indifferenza, i nostri ragionamenti scarni, ma dobbiamo incoraggiare questa forza, prima che le loro voci si perdano nel vento, e muoia la voglia di ribellione contro tutti gli autoritarismi. È questa la libertà. Il coraggio di morire e gridare per difenderla ad ogni costo.