Quello sulla Luna fu un gigantesco salto nel vuoto

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Quello sulla Luna fu un gigantesco salto nel vuoto

26 Luglio 2009

Bene, vediamo… Fu "un piccolo passo" per Neil Armostrong, "un grande passo" per l’umanità e una vera ginocchiata nelle palle della Nasa.

Il programma spaziale americano, la grande, la più grande, la più prometeica – va bene se aggiungo “divina”? – avventura nella storia del mondo, morì nella culla alle 10.56 p.m. ora di New York del 20 luglio 1969, nel momento in cui il piede del comandante dell’Apollo 11 toccò la superficie della Luna.

Non fu una morte ordinaria e non sarebbe finita lì. Fu un conclamato purgatorio – essendo il purgatorio qualcosa di simile a un’apparecchiatura per macellare il bestiame, un luogo per i morti più recenti, dove le anime nervose aspettano ancora il giudizio di una Autorità più Alta.

Come molti altri ragazzi di allora, o forse nel mio caso anche più giovani, rimasi affascinato dagli astronauti dopo la missione dell’Apollo 11. Non mi sono mai azzardato a sognare di scrivere un libro su quei giorni. Se qualcuno nel luglio del 1969 mi avesse detto che il suono emesso dal più piccolo passo di Neil Armstrong (il più grande per l’umanità), era come lo strascicare di chi porta una bara al cimitero, avrei distolto lo sguardo e scrollato la testa provando compassione. Pover’uomo che corre dentro un buco.

Perché mandare un uomo sulla Luna sarebbe stato solo l’inizio, il preludio, il prologo! La Luna era nient’altro che un satellite della Terra. La grande avventura sarebbe andata avanti con l’esplorazione degli altri altri pianeti, per primo Marte, poi Venere, poi Plutone, Giove, Mercurio, Saturno, Nettuno, e Urano? La Nasa avrebbe calcolato come inserirli nella programmazione in scadenza. In ogni caso, noi americani non avremmo dovuto fermarci prima di aver esplorato l’intero sistema solare. E dopo il sistema solare… le galassie che c’erano oltre.

Da allora la Nasa ha cercato a lungo di preparare tutto per mandare l’uomo su Marte, iniziando con un volo di ricognizione sul pianeta nel 1975. Wernher von Braun, lo scienziato dell’industria missilistica tedesca che era passato dalla nostra parte nel 1945, aveva iniziato a progettare l’invio di un equipaggio su Marte dal momento del suo arrivo in America. Nel 1952 pubblicò il “Progetto Marte”, una serie di articoli immaginifici intitolati L’uomo conquisterà presto lo Spazio su Collier’s Magazine. 

Fecero scalpore. Von Braun fu uno dei protagonisti quando nel 1961 la Nasa si impegnò nel “Project Empire”, che si concluse con un piano operativo per una missione dotata di equipaggio da mandare su Marte. Dopo l’epica, la saga, il trionfo del "Progetto Apollo", Marte sarebbe arrivato quasi naturalmente come il passo successivo. Tutta la Nasa e von Braun aspettavano la benedizione del Presidente e del Congresso e la grande avventura sarebbe partita.

Tre mesi dopo all’allunaggio, tuttavia, nell’ottobre del 1969, cominciai a stupirmi… Ero in Florida, a Cape Kennedy, nell’area di lancio del programma spaziale, a bordo di un bus della Nasa per gli ospiti. L’autista del bus era un maturo 30enne alto bello e biondo… e un vero pezzo di legno quando iniziò a spiegare ai turisti che cosa stavano vedendo. Era così scarso che non riuscii a resistere nell’intavolare una conversazione con lui alla fine del tour.

Parlandoci, avrebbe dimostrato di non essere stato messo al servizio della Terra per questo lavoro. Era un ingegnere che fino a poco tempo prima aveva lavorato come specialista dello “scudo termico” alla Nasa. Poi era iniziata una sconcertante ondata di licenziamenti a il suo lavoro originale era stato eliminato. Le cose andavano così male che poteva dirsi fortunato ad aver conservato questo giro in carrozza fatto in piedi sul bus della Nasa.

Neil Armstrong e i suoi due compagni dell’equipaggio, Buzz Aldrin e Mike Collins, invece erano ancora in giro nel loro trionfante tour per il mondo… mentre di nuovo a casa, l’insostituibile team di scienziati spaziali altamente motivati – insostituibili! – non ce n’erano altri! …da nessuna parte!… non avresti potuto semplicemente correre e mettere un inserzione: “Cercasi Aiuto: Esperti in scudo termico”… l’insostituibile team era stato smantellato, disperdendosi in nessuno sa quante direzioni senza speranza.    

Com’è potuta accadere una cosa del genere? Con il senno di poi, la risposta è ovvia. La Nasa non si è curata di assumere un corpo di filosofi.

Dal momento in cui i sovietici lanciarono lo Sputnik I in orbita attorno alla Terra nel 1957, tutti i presidenti da Eisenhower a Kennedy e Johnson, in avanti, guardarono alla cosiddetta Corsa nello Spazio” solo in un modo: in un contesto militare. All’inizio fu lanciato l’allarme sulla conquista del “campo strategico” spaziale da parte dei sovietici. Loro c’erano già stati, proprio sopra di noi! E quindi avrebbero potuto scagliare le loro folgori quando e dove avessero voluto. E cosa avremmo potuto farci? Niente. Ka-boom! Avrebbero raggiunto Bangor… Ka-boom! Sarebbero arrivati a Boston… Ka-boom! New York… Baltimora… Washington… St. Louis… Denver… San Jose – avrebbero colpito lontano – proprio nello stesso modo.

I fisici furono rapidi nel mettere in chiaro che nessuno avrebbe scelto lo Spazio come un luogo da cui lanciare attacchi contro la Terra. Le navette spaziali, i missili, la Terra stessa, o meglio la rotazione terrestre, si sarebbero mosse a delle velocità estremamente differenti, sulla base di piani geometrici altrettanto variabili. Chi ci avesse provato sarebbe incorso nel noto “problema degli n-corpi” e anche di più. Sarebbe uscito pazzo. L’obiettivo probabilmente sarebbe rimasto integro e chi aveva attaccato sarebbe rimasto a volteggiare in una bolla fetale, contraendosi e farfugliando qualcosa. D’altra canto, i missili che avevano spinto 5 tonnellate di equipaggio sovietico in orbita, a pensarci bene, erano  abbastanza potenti da raggiungere ogni punto del mondo montati su delle testate nucleari.

Ma non era questo ciò che passava nella testa del presidente Kennedy quando convocò l’amministratore della Nasa, James Webb, e il suo vice Hugh Dryden, alla Casa Bianca nell’aprile del 1961. Il presidente aveva una fifa blu. Si trattenne a stento dal borbottare: “Se qualcuno può dirmelo, spiegatemi come possiamo fare a raggiungere i russi. Trovate qualcosa – qualsiasi cosa… Non c’è niente di più importante”. E aggiunse ancora: “Dobbiamo raggiungerli”. Raggiungerli era diventata la sua ossessione. Kennedy non fece alcun riferimento ai missili.

Dryden rispose che, onestamente, non c’era alcuna strada per raggiungere i sovietici dopo che avevano effettuato i loro voli orbitali. Una buona idea sarebbe stata quella di annunciare un programma che facesse chiasso, qualcosa sulla scala del “Progetto Manhattan” con cui era stata prodotta la bomba atomica. Stavolta lo scopo sarebbe stato quello di mandare il primo uomo sulla Luna entro 10 anni.

Appena un mese dopo Kennedy tenne il suo celebre discorso davanti al Congresso: “Credo che questa Nazione debba impegnarsi a raggiungere l’obiettivo di mandare un uomo sulla Luna e di riportarlo in salvo sulla Terra, prima che questo decennio sia finito”. Ma dimenticò di menzionare Dryden.

Intuitivamente, non consciamente, Kennedy aveva scelto un’altra forma di contesto militare, un contesto stranamente arcaico e antico. Venne soprannominato “il duello”. Il più conosciuto tra tutti i duelli fu quello tra Davide e Golia. Prima di incrociare le armi in uno scontro totale, ogni esercito manda avanti i suoi “campioni”, e i due lottano fino alla morte, di solito con le spade. Il vincitore stacca la testa al perdente e la brandisce in alto tenendola per i capelli.

Il duello mortale non doveva sostituire il combattimento totale. Era considerato piuttosto come un segno della parte verso cui propendevano gli Dei. Poi i due eserciti si sarebbero incontrati sul campo di battaglia… se uno dei due non fosse fuggito prima terrorizzato, vedendo il proprio campione massacrato. Così abbiamo i Filistei quando il piccolo Davide uccise il loro gigante, Golia… lo decapitò e brandì la sua testa in alto tenendola dai capelli (Samuele, I, 17:1-58).  I filistei erano sopraffatti da un pazzo desiderio di essere altrove. (Gli ebrei li inseguirono e distrussero il loro esercito.)

Oltre due millenni dopo, l’atmosfera mentale della “corsa spaziale” era precisamente quella.  I dettagli del duello erano diversi. I cosmonauti e gli astronauti non lottavano corpo a corpo e non si tagliavano via la testa uno con l’altro. Piuttosto, il campione più coraggioso di ogni schieramento, incluso una donna (Valentina Tereshkova), rischiava la propria vita seduto sulla punta di un razzo, mentre i suoi compagni rimasti a terra accendevano i razzi e li sparavano nello spazio come gli “uomini-cannone” di una volta.

I sovietici si lanciarono subito in testa. Furono i primi a mettere un oggetto nell’orbita terrestre (lo Sputnik), i primi a mettere un animale in orbita (un cane), i primi a mettere un uomo in orbita (Yuri Gagarin). Appena la Nasa mandò due astronauti (Gus Grissom e Alan Shepard) in un volo suborbitale di 15 minuti alle Bahamas – le Bahamas!15 minuti!due piccoli e miserabili palloncini di mortaio! – i sovietici misero in orbita un secondo cosmonauta (Gherman Titov). Ci rimase per 25 ore facendo per 17 volte il giro della Terra.  Volò per tre volte sopra gli Stati Uniti. Altroché se gli Dei avevano mostrato da che parte stavano!

A questo punto, l’atmosfera mentale della corsa nello spazio alimentata dai razzi degli anni Sessanta e quella degli antichi duelli con il loro rumore metallico di spade erano diventate così simili che ti saresti chiesto: Cambia mai veramente la bestia umana – oppure soltanto i suoi manufatti? I cosmo-campioni sovietici avevano sconfitto i nostri astro-campioni così abilmente che la tristezza si era diffusa come se fosse un gas. Ogni volta che prendevi in mano una rivista leggevi titoli con frasi tipo “Gap spaziale”… “Gap spaziale”… “Gap spaziale”…

I sovietici avevano prodotto una generazione di scienziati geniali – mentre noi dormivamo, bolsi e soddisfatti di noi stessi! Appena lo Sputnik era salito in cielo, i nostri insegnanti avevano cominciato a fare a pezzi i vecchi programmi di studio, introducendo la “Nuova Matematica” e insistendo su un’altra novità, la "Teoria dell’Autostima".

Alla fine, nel febbraio del 1962, la Nasa era riuscita a mandare un uomo nell’orbita terrestre, John Glenn. Avreste dovuto vivere in quel periodo per capire la reazione della Nazione, praticamente tutta. Lui era rimasto in orbita solo per 5 ore, paragonate alle 25 di Titov, ma divenne il nostro… Difensore! Aveva rischiato la pelle avendo tutte le probabilità contro di noi… e l’aveva fatto per noi! – ci aveva protetto dal nostro nemico mortale! – aveva risposto al duello nei cieli! – mostrando al mondo che noi Americani eravamo nati per combattere e non avremmo mai ceduto nulla al nemico! John Glenn ci aveva di nuovo reso un’unica nazione!

Durante la sua parata sotto i coriandoli a Broadway, non avreste mai sentito così tanti ringraziamenti o visto tante migliaia di persone che piangevano. I giganteschi poliziotti irlandesi, la classica razza newyorkese, erano all’angolo degli incroci, davanti al mondo, piangendo, frignando, singhiozzando, con le lacrime che gli solcavano il volto. John Glenn ci proteggeva tutti, poliziotti compresi. Tutte quelle lacrime avevano a che fare con questa protezione…  Nel 1962, John Glenn fu l’ultimo vero eroe nazionale che l’America abbia mai avuto.

Ci furono altri tre voli del “Progetto Mercurio”, e in seguito iniziò la serie di quelli del “Progetto Gemini” con due uomini a bordo. Con Gemini, osammo l’impossibile anche se forse in quel momento non eravamo troppo vicini ai sovietici nella più grande di tutte queste sfide a duello. Ma trattenevamo il respiro, timorosi che un anonimo Chief-Designer sovietico potesse calare un asso con qualche altra inimmaginabile e spettacolare impresa eroica.

Certamente, la Cia inseriva nei suoi report solo abbozzati informazioni sui sovietici, dicendo che erano sull’orlo di fare il colpo sulla Luna. Così la Nasa entrò nel suo più fragoroso programma di tutti i tempi, l’Apollo. Lanciò cinque missioni lunari in un solo anno, dal dicembre del 1968 al novembre del 1969. Con l’Apollo 11, alla fine vincemmo la corsa nello spazio, facendo sbarcare un uomo sulla Luna prima della fine del decennio e riportandolo a Terra sano e salvo.

Ognuno, compreso il Congresso, fu catturato da questa marcia adrenalinica. Ma poi, dal mattino dopo, i politici rimasero stupiti da qualcosa che non avevano intuito all’epoca del discorso di Kennedy. Dopotutto cos’era tutta questa storia del duello? (loro non usarono questo termine). Si era trattato di una battaglia morale in casa e di immagine all’estero. Va bene, ok, avevamo vinto, ma quella battaglia non aveva avuto alcun senso da un punto di vista tattico-militare. E ci era costata una fortuna, 150 miliardi di dollari o giù di lì. E il business di mandare un uomo su Marte? Che cosa lodevole… Che cosa lungimirante… ma perché non farsi uno Scarlett O’Hara e pensarci su domani?

E il budget della Nasa! Ora c’era dell’ottima carne di porco in cui avresti potuto affondare i denti! E loro non avevano bisogno di altro! I giochi erano fatti, la Nasa aveva vinto, congratulazioni. Chi non avrebbe usato un po’ di quella carne succulenta per rendere felice la gente? Era un nettare d’ambrosia… fatto apposta per pensare alla rielezione…

Il budget annuale della Nasa rotolò come un sasso da 5 miliardi di dollari a metà degli anni Sessanta a 3 miliardi di dollari della metà degli anni Settanta. Fu a questo punto che la mancanza di uno staff di filosofi alla Nasa divenne un problema reale. Il fatto era che la Nasa aveva solo un filosofo, Wernher von Braun. Verso la fine della sua vita, von Braun sapeva che sarebbe morto di cancro e divenne davvero contemplativo. Mi è capitato di ascoltarlo a una cena in suo onore a San Francisco. Sollevò la questione di cosa fosse diventato il programma spaziale americano.

E’ passato molto tempo, ma ho un vivo ricordo di von Braun che dice più o meno qualcosa del genere: Qui sulla Terra viviamo su un pianeta che è in orbita intorno al sole. Il sole stesso è una stella che brucia e che un giorno potrebbe esplodere, rendendo il nostro sistema solare inabitabile. Per cui dobbiamo costruire dei ponti verso le stelle, perché per quello che possiamo sapere siamo le uniche creature senzienti nell’intero universo. Quando abbiamo iniziato a costruire questo ponte verso le stelle? Abbiamo iniziato non appena ne siamo stati capaci, ed è la nostra epoca. Non dobbiamo fallire questo obbligo, dobbiamo mantenere vivo il solo comprensibile senso della vita che conosciamo.

Sfortunatamente, la Nasa non avrebbe potuto presentare come suo portavoce e grande filosofo un ex membro di alto grado della Wehrmacht nazista con un forte accento tedesco. 

Il risultato è stato che il nostro programma spaziale è stato ucciso da 40 anni di progetti orbitali… Skylab, la missione comune Apollo-Soyuz, la Stazione Spaziale Orbitante, lo Space Shuttle. Questi programmi hanno richiesto un coraggio e la stessa brillantezza negli studi di ingegneria che avevano caratterizzato i programmi con equipaggi umani che li avevano preceduti. Ma il loro scopo sarebbe stato quello di tenere i riflettori accesi sul Kennedy Space Center e lo Houston Johnson Space Center – togliendo i voli con equipaggi umani dal cielo per portarli molto spesso a terra. Il programma Shuttle, per esempio, in realtà  avrebbe dovuto servire per attrarre il pubblico offrendo viaggi turistici in orbita, se non fosse che è finito con il disastro del Challenger, in cui morì il primo di questi passeggeri, Christa McAuliffe, una maestra di scuola.

Ben quarant’anni! Per 40 anni, chiunque alla NASA sapeva che l’unico e logico passo seguente sarebbe stata una missione terrestre su Marte, ma qualsiasi approccio a questo piano è stato preso in considerazione dai presidenti e dal Congresso solo di sfuggita. Hanno così tanti progetti molto più attraenti e invitanti per poter fare un miglior uso dei quasi 10 miliardi di dollari all’anno di cui ha bisogno il programma per Marte. Persino in questo momento c’è un’altra apertura anche se, malgrado la Grande Depressione II, il programma non ha comunque nessuna possibilità di successo.

“Perché non mandiamo dei robot?”, è il ritornello ormai diventato comune. E ancora una volta, è il Wernher von Braun dell’ultima fase che salta fuori con la risposta giusta. Una delle cose che gli piaceva dire di più era che, nel mondo, non esiste un esploratore computerizzato in grado di avere più di una minuscola frazione del potere che ha un computer analogico chimico come il cervello umano, lo stesso che viene facilmente riprodotto con il lavoro non qualificato.

Ciò di cui ha bisogno adesso la NASA è il potere del mondo. Lo stesso Darwin diceva che il mondo ha creato un rivoluzionario, che poi è la quasi universale concezione della natura degli esseri umani, anzi, delle bestie umane. Freud riteneva che il vero significato del mondo è rappresentato dal fatto che, probabilmente, in questo esatto momento si stanno verificando parecchi orgasmi che non ci sarebbero mai stati se Freud stesso non fosse mai nato. Nonostante il fatto che sia stato dimostrato che era un ciarlatano, la sua Parola non ha perso il suo potere.

Il 20 luglio del 1969 è stato il momento di cui la NASA aveva bisogno, più di qualsiasi altra cosa al mondo, della Parola. Ma si trattava di qualcosa a cui gli ingegneri non erano stati preparati. Per il momento, questa rimane l’unica soluzione se vogliamo recuperare il vero destino della NASA, che senza dubbio è quello di costruire quel ponte verso le stelle.

Tom Wolfe ha scritto "Il Falò delle Vanità". Ha anche pubblicato "The Right Stuff", un racconto sugli astronauti del Mercury Seven

Tratto da The New York Times

Traduzione di Roberto Santoro e Ashleigh Rose