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“Quello tra Hamas e Fatah è solo un accordo fittizio”

Notizia delle ultime ore è che l'Egitto ha invitato i leader palestinesi al Cairo la prossima settimana per firmare l'accordo di unità che metterà fine alla rivalità tra le due fazioni. L'accordo mediato dall'Egitto, annunciato inaspettatamente mercoledì scorso, prevede la formazione di un nuovo esecutivo che unisca il partito Fatah del presidente palestinese Mahmoud Abbas, al governo in Cisgiordania, ed Hamas, al potere nella striscia di Gaza. Dei dubbi sull'accordo, della posizione dell'Egitto e delle ripercussioni che ci saranno su Israele parliamo con Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati.

Onorevole, secondo lei cosa c’è dietro l’accordo tra Hamas e Fatah?

Ci sono svariate cose. La prima è l’intenzione da parte di Fatah, cioè di Abu Mazen, di sollevare a all'assemblea generale delle Nazioni Unite che si terrà a settembre, il tema del riconoscimento unilaterale dello stato palestinese, cosa che va contro la legge internazionale, viste le due precedenti risoluzioni e tutti gli accordi successivi, che vanno in una direzione diametralmente opposta perché perseguono il riconoscimento di tutti i termini già stabiliti con la trattativa e con la prosecuzione della trattativa stessa, sulla base di due principi: prima di tutto la sicurezza e il riconoscimento dello stato d’Israele e, in secondo luogo, l’indipendenza dello stato palestinese.

Perché Hamas ha scelto di siglare l'accordo?

Hamas sente tremare la terra sotto i piedi. La Siria che l’ha ospitata, l’ha nutrita, gli ha passato soldi e armi iraniane in quantità, adesso sembra essere in grave pericolo. Quindi in questo momento per Hamas è più comodo stringere un solido rapporto con l’Egitto, a cui è già legato grazie ai Fratelli Musulmani. Ed ecco che su indicazione dell’Egitto - che già dai tempi di Mubarak sponsorizzava un accordo fra Fatah e Hamas, anche sperando di alleggerirsi del problema di gestire il rapporto molto complesso con Gaza al confine - Hamas accetta questo momento di apparente accordo con Fatah per favorire l’avvicinamento alla fratellanza musulmana.

Perché lo definisce “apparente”?

Perché, a differenza di Hamas, Fatah vuole avere un rapporto di dialogo con Israele che non lo metta in cattiva luce davanti alla comunità internazionale, anche per motivi economici. Fatah è sempre stata in guerra, vera guerra, non solo a parole, contro Hamas. Una volta Abu Mazen ha detto: “Io parlare con questi signori delle tenebre? Giammai”. E aveva ragione perché una volta che entri in contatto con questo mondo entri in un rapporto intimo con il terrorismo.

Insomma, sorgono molti dubbi su questa alleanza...

La domanda legittima da farsi è di quale stato palestinese stiamo parlando, dato che questo è diviso in due parti, quella di Fatah e quella di Hamas che domina dal 2007 Gaza con una legge opposta a quella di Fatah. Queste sono due forze che si odiano vicendevolmente. Quello che hanno fatto è un accordo fittizio, in sostanza, per arrivare a presentare il loro progetto a settembre come un unico interlocutore. Ma è una cosa assurda, perché non si possono tracciare i confini della Palestina senza il consenso di Israele.

Ma Hamas riconoscerà mai Israele?

Non ci pensa nemmeno, è lontanissima da questa ipotesi. Hamas è un’organizzazione antisemita e non rinuncerà mai al suo obiettivo di distruggere Israele. Quindi la cosa è enormemente contraddittoria e non può che finire con la resa di Fatah di fronte ad Hamas, perché Abu Mazen è visto in questo periodo di rivoluzioni mediorientali come un leader molto simile a Mubarak e quindi per non essere defenestrato lascerà sempre l'ultima parola ad Hamas.

Cosa succederà una volta firmato l'accordo?

È stato stabilito che adesso ci sarà un anno di governo tecnico dei due. Mettiamo anche che ci riescano, cosa a cui personalmente non credo, poi dovranno andare alle elezioni e a queste le vincerebbe Hamas perché è più forte. A quel punto, West Bank diventerà una sorta di Gaza.

L’Egitto, che ha fatto da ponte per la mediazione, ha virato nettamente in politica estera assumendo posizioni quasi anti israeliane e cercando di accreditarsi agli occhi dell’Iran…

L’Egitto sta stabilendo una quantità di nuovi rapporti internazionali, tenendo molto conto di questa sua nuova componente integralista islamica, fermo restando che la sua è un'anima sunnita mentre quella iraniana è sciita. Anche se quest'ultima differenza è importante, in questo momento possiamo dire che è possibile un'intesa tra questi due paesi. In ogni caso, l’Egitto e l’Iran hanno già programmato un accordo e addirittura un cambio di ambasciatori. Probabilmente l’Iran ha messo in questo patto una serie di clausole che riguardano il suo coefficiente che è Hamas. Già lo si vede: l’Egitto ha smesso di scavare un muro sul confine con Gaza, cosa che invece Mubarak stava facendo. Adesso, per esempio, l’Egitto non impedisce più che siano importate nella Striscia armi e beni di ogni genere o il passaggio di uomini.

Allo stato dei fatti, per Israele è meglio avere un solo interlocutore?

Due o uno non ha nessuna importanza. Israele ha bisogno di un interlocutore che riconosca la sua esistenza come stato degli ebrei, cosa che neanche Fatah fa. Se questo “unico interlocutore” vuole sedersi al tavolo delle trattative e stabilire di comune accordo quali saranno i confini dell’uno e dell’altro paese va bene, purché  non dissemini le sue scuole, le sue televisioni con la relativa propaganda disgustosa che si può vedere sul sito di Palestinian Media Watch. Se Hamas, fulminato improvvisamente sulla via di Damasco, si trasformasse in questo interlocutore che faccia pure un accordo con Fatah o con chi gli pare. Il problema è che le posizioni di Hamas sono altamente incompatibili con quelle dal mondo civilizzato e lo sono in gran parte anche quelle di Fatah. Questo significa un accrescimento della parte cattiva, antisemita, che vuole la guerra e che è legata all’Iran.

 

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2 COMMENTS

  1. Israele ha ogni interesse a
    Israele ha ogni interesse a mantenere divisi i Palestinesi. La loro riconciliazione, ammesso che tenga, sarà un modo di presentare un fronte più compatto nelle trattative. Avrà più forza e peso una unità, anche solo di facciata, e va incontro ai desideri dei giovani palestinesi, stanchi della debolezza derivante dalla divisione. Il vuoto economico temporaneo (USA e UE taglieranno i fondi, perché Hamas non riconoscerà Israele, salvo miracoli) lo colmeranno Egitto, Iran e altri “amici” dei Palestinesi, a cui non mancheranno di certo i soldi. Il tutto in attesa di settembre, mese in cui potrebbe esserci la dichiarazione unilaterale di indipendenza, che sarà supportata da molti paesi arabi, asiatici, africani e sudamericani. Israele è preoccupata perché si troverà nelle condizioni di rifiutare il dialogo e passare per quello che non vuole la pace. Ecco perché dice a Fatah “o con noi o con Hamas”. Si sentono stringere la corda intorno al collo… ora l’Egitto aprirà il valico di Rafah per finire il vergognoso blocco supportato dall’altrettanto schifoso silenzio della comunità internazionale. Il vento sta cambiando, era ora…

  2. È lecito dubitare che la conciliazione sia definitiva
    È lecito dubitare che la conciliazione sia definitiva, ma già se dura fino alla proclamazione dello Stato Palestinese ha prodotto qualche frutto.
    Indubbiamente con al cacciata del satrapo Mubarak la probabilità di sopravvivenza dello Stato sionista diminuisce.

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