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La minaccia iraniana

Questa volta la pace in Medio Oriente è nelle mani degli arabi

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La guerra di questi giorni nella striscia di Gaza risolleva, in una forma acuta ma familiare, la domanda più difficile: che tipo di accordo è possibile, se è possibile, tra Israele e gli Arabi?

 

Per lungo tempo si è creduto, sia nella regione che altrove, che la pace fosse impossibile e che la lotta degli arabi contro Israele sarebbe continuata fino al raggiungimento del suo scopo finale: la distruzione dello Stato ebraico. Nello stesso tempo Israele poteva sopravvivere e persino servire come fonte ufficiale di ostilità per le varie dittature del mondo arabo, fornendo uno strumento relativamente innocuo per il risentimento e la rabbia dei cittadini che altrimenti si dirigerebbe verso i propri governi. In questa fase, l’unica pace possibile era la pace della morte.

La storia più recente del Medio Oriente mostra alcuni significativi cambiamenti e in particolare due possibili percorsi verso la pace. Uno di essi è limitato e perciò più fattibile; l’altro è più generale  e perciò remoto e problematico.

Un approccio verso la pace è esemplificato dalla politica di Anwar Sadat, presidente dell’Egitto fino al suo assassinio nel 1981. Sadat voleva la pace e dichiarava pubblicamente di essere pronto ad andare a Gerusalemme. E non si decise a questo perché improvvisamente conquistato dai meriti del sionismo. Le sue ragioni erano più pratiche e immediate: la consapevolezza, condivisa da un crescente numero di egiziani che l’Egitto stesse rapidamente trasformandosi in una colonia sovietica. La presenza dell’Urss era infatti in quegli anni più diffusa e intrusiva di quanto fosse stata quella inglese.

Sadat comprese che, con la migliore valutazione della potenza israeliana e con la peggiore valutazione delle sue intenzioni, Israele rimaneva un pericolo molto minore dell’Unione Sovietica. Così decise la sua epocale iniziatica di pace.

Nonostante le molte difficoltà, l’accordo firmato nel 1979 tra Israele e l’Egitto dura da allora, preservato dal vantaggio che esso rappresenta per entrambe le parti. E’ stato poi esteso con la firma di un accordo di pace con la Giordania nel 1994 e con dialoghi informali tra Israele e alcuni governi arabi.

In Iran, l’assassino di Sadat e venerato come un eroe dell’Islam, e una strada di Tehran porta il suo nome. Oggi, in molti paesi arabi c’è la crescente percezione di dover fronteggiare, ancora una volta, una minaccia ben più pericolosa e mortale del peggiore Israele : la minaccia dell’Islam sciita, militante e radicale diretto dall’Iran.

Questa è vista come una doppia minaccia. L’Iran, uno stato non arabo con una lunga tradizione imperiale, cerca di estendere il suo controllo sulle terre arabe fino al Mediterraneo. Il tentativo è quello di sollevare e rafforzare le popolazioni sciite in Iraq, in Arabia Saudita e nei paesi del Golfo, da tempo soggette alla dominazione sunnita. I tentacoli iraniani si stanno allungando verso ovest, in Iraq, e verso nord in Siria e Libano, e verso sud, nei territori palestinesi e specialmente a Gaza.

La doppia minaccia, dell’impero iraniano e della rivoluzione sciita, è percepita da molti arabi e in particolare dai governi, come molto peggiore di quella che Israele possa mai costituire: una minaccia alla loro stessa identità e esistenza. Così alcuni governi arabi stanno reagendo allo stesso modo di Sadat verso la minaccia sovietica: guardando verso Israele per un possibile accordo.

Durante la guerra in Libano del 2006 tra Israele e la milizia sciita degli Hezbollah sostenuti dall’Iran, il consueto supporto arabo verso la parte araba in guerra fu incredibilmente assente. Era chiaro che alcuni governi arabi e i loro stessi cittadini facessero il tifo per una vittoria israeliana. E quando questa non arrivò la loro delusione era palpabile.

Nella situazione di Gaza si possono notare simili ambiguità. Da un lato, la solidarietà pan-araba richiede sostegno per Gaza; dall’altro molti vedono Hamas – un gruppo sunnita ma sempre più sotto il controllo iraniano – come una minaccia mortale agli arabi sunniti della regione. In questa situazione non è impossibile che emerga una qualche consenso – secondo le linee dell’accordo Sadat-Israele – per il mantenimento dello status quo. Una pace di questo genere, come quella tra Israele e l’Egitto, sarebbe nel migliore dei casi una pace fredda, sempre minacciata dalle forze radicali sia all’interno che all’esterno. Ma sarebbe sempre meglio di uno stato di guerra e potrebbe durare a lungo.

La seconda speranza per un cambiamento sarebbe la crescita di una reale democrazia nel mondo arabo. Per quanto questo possa sembrare irrealistico al momento, ci sono però segnali che un tale esito non sia impossibile.

Ci sono arabi che hanno parlato pubblicamente in favore di Israele come di un pioniere della democrazia in Medio Oriente e un modello che può aiutarli a sviluppare le loro istituzione democratiche. Altri hanno attirato l’attenzione al fatto che la minoranza degli arabi israeliani, per quanto a volte discriminata, gode di una libertà di protesta e di dissenso ben maggiore di qualsiasi gruppo in un paese arabo. Un esempio evidente è l’attuale ondata di proteste tra gli arabi israeliani contro l’azione militare a Gaza: aperta, pubblica e non repressa. Questo non è passato inosservato.

Nei paesi arabi parlare a favore di Israele è impopolare, perfino pericoloso e a volte fatale. Per questo è molto problematico capire quanto queste opinioni siano diffuse. Ma ci sono chiare indicazione che esse esistano, e alcuni hanno rischiato le loro vite per esprimerle. Se queste opinioni prendessero piede e portassero a l’accettazione e alla collaborazione reciproca, il Medio Oriente potrebbe riprendere il suo posto nel mondo, quello che aveva nei tempi antichi e medievali, di grande centro di civilizzazione.

Nel passato qualsiasi previsione di pace nella regione avrebbe assegnato un ruolo importante se non decisivo a potenze esterne. Oggi non è più così. L’America, non subendo più la minaccia di un nemico globale e avendo a disposizione petrolio a basso prezzo, è molto poco motivata a rientrare nell’intrico politico mediorientale. La Russia non è più rassegnata ad un ruolo marginale e ha ripreso qualche influenza anche in medi oriente. Ma rimane un fattore minore, in più condizionato dai problemi che la Russia ha con l’Islam dentro casa.

Un tempo si sarebbe assegnato un ruolo importate all’Europa, ma oggi la questione non è tanto il ruolo europeo in Medio Oriente quanto il ruolo del Medio Oriente in Europa.

Un importante intellettuale siriano ha notato come la domanda più importante sul futuro dell’Europa sia oggi questa: ci sarà un’Europa islamizzata o un Islam europeizzato?

Resta la possibilità che non ci sia alcuna pace. In questo caso il risultato più probabile per la regione nel suo complesso è la discesa nel caos e nella reciproca distruzione - forse questa volta coinvolgendo anche quell’Europa islamizzata-  lasciando il futuro del mondo diviso o conteso tra Asia e America.

 

Bernard Lewis è professore emerito di studi Mediorientali all'Università di Princeton ed è considerato uno dei massimi studiosi dell'Islam.

 

Bloomberg

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