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Le derive della 'giustizia'

Quid est veritas? Dove finisce la giustizia

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Dal sito del Centro Studi Livatino, intervento al Piccolo Festival dell’essenziale, promosso da Davide Rondoni.

 

  1. Cominciamo da Pinocchio. Sì cari amici, quel libro per adulti che è Le avventure di Pinocchio è in grado di dirci “dove finisce la giustizia” in modo più efficace dei codici o dei trattati di diritto. Sfogliamo il libro, e arriviamo al capitolo 19: dove si narra che Pinocchio si rende conto che il Gatto e la Volpe gli hanno rubato gli zecchini d’oro, e per questo “andò difilato in tribunale, per denunziare al giudice i due malandrini, che lo avevano derubato”.

 

Il magistrato è decritto in un modo non particolarmente lusinghiero: “Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri”. A lui Pinocchio chiede giustizia, dopo aver riferito nel dettaglio quanto gli era appena accaduto.

 

Prosegue il testo: “Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello. (…) accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro: — Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione ―”.

 

Pigliatelo dunque”: ogni volta che lo rileggo, la crudeltà di quel “dunque” continua a farmi rabbrividire. Quel “dunque”, una sorta di equivalente del “p.q.m. per questi motivi” – le tre parole che segnano il passaggio dalla motivazione al dispositivo di una pronuncia giudiziaria-, quel “dunque” è parola inquietante ma vera, come osservava il card. Giacomo Biffi, autore di un mirabile commento teologico a Pinocchio: perché noi possiamo rassegnarci a tutto, ma non al diniego di giustizia. Possiamo sopportare ogni malvagità, ma riteniamo insopportabile l’ingiustizia. Perché la giustizia è la nostra patria: nostra di uomini e donne, prima ancora che di magistrati o di avvocati. Per questo ci sentiamo così di frequente in esilio.

 

  1. Dov’è il corto circuito? Quale salto logico fa sì che da una motivazione che descrive il burattino quale persona offesa – quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro – si passi a un dispositivo di condanna: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione?

 

Collodi descrive il giudice come un personaggio benevolo, attento, financo pronto a commuoversi. Peccato che i suoi occhiali, pur d’oro, siano senza vetri, e quindi gli impediscano di vedere; e gli precludano quella decisione giusta che sarebbe stata coerente con la consapevolezza del proprio ruolo. Quel che gli manca non è il profilo esteriore della rispettabilità: quello c’è tutto, pur se egli resta sempre “uno scimmione della razza dei Gorilla”. Quel che gli manca è l’umiltà di cogliere la realtà che gli si presenta davanti; è l’onestà intellettuale di mantenersi stretto fra il vincolo della legge e la ricostruzione obiettiva del fatto.

 

La storia poi, come ricordate, non finisce qui perché dopo quattro lunghissimi mesi “il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappacitrulli, avendo riportato una gran vittoria contro i suoi nemici, ordinò (…) che fossero aperte le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.

— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere.

— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero….

— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io.

— In questo caso avete mille ragioni, — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprì le porte della prigione e lo lasciò scappare”.

 

Il che mostra quanto Collodi sia stato non soltanto felice nel rappresentare i limiti del giudizio dell’umano, ma pure in qualche misura profetico: perché ha descritto con un po’ di anticipo la degenerazione del pentitismo, in virtù del quale uno evita la pena se ammette il reato, e magari ci aggiunge qualche altra cosa.

 

  1. Ma io non voglio annoiarvi con la solita tiritera dei “pentiti” e della certezza della pena.Qui siamo al Festival dell’essenziale. Allora andiamo all’essenziale; e a un giudizio che non viene dalla fantasia di uno scrittore geniale: è un giudizio che si è svolto realmente. E, benché dalla sua celebrazione siano trascorsi circa 2.000 anni, ne abbiamo quattro convergenti e puntuali verbalizzazioni “ufficiali”.

 

Adopero quella di un testimone che non riferisce de relato: ha assistito alla scena di persona. E la adopero non, come si fa di solito, per trarne motivo di contemplazione spirituale. La adopero per verificare quanto quel processo sia stato rispettoso di ciò che è essenziale per un corretto giudizio.

 

Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: ‘che accusa portate contro quest’uomo?’” (Gv., 18, 29 e ss.). Pilato non è un giudice qualsiasi. E’ il più importante magistrato di quel territorio: solo a lui in quell’area geografica è conferito il potere di vita e di morte. E’ un magistrato romano: formato per applicare il diritto sul quale si fonda l’Impero, nella rigorosa adesione al fatto, “da mihi factum dabo tibi ius”. E da magistrato, abituato da chissà quanti decenni a celebrare processi, domanda agli accusatori qual è il capo di imputazione. Non è cambiato molto: allora come oggi, la formulazione dell’accusa – precisa e circostanziata – è il primo passo di ogni giudizio.

 

Gli risposero: ‘Se non fosse un malfattore, non te lo avremmo consegnato’”. La giustizia ai nostri giorni è abbastanza scalcagnata: ma perfino oggi se un pubblico ministero presentasse al giudice un imputato e dicesse ‘non ti dico neanche di che cosa deve rispondere, te lo sto portando io, fidati’, quel p.m. verrebbe invitato a lasciare l’aula di udienza e l’imputato sarebbe subito liberato.

 

Pilato capisce subito che qualcosa non quadra. La tragica anomalia di questo processo è che il giudice enuncia quella che con linguaggio contemporaneo definiremmo la motivazione di una sentenza di assoluzione: “io non trovo in lui nessuna colpa”; e lo dice per ben tre volte. Ma poi, invece di liberare l’imputato, “lo consegnò loro perché fosse crocifisso”.

 

  1. Chiunque, ma soprattutto chi trascorre parte del suo tempo di lavoro in un’aula di giustizia, e altra parte per scrivere sentenze, resta sgomento da questa assoluta incoerenza fra motivazione e dispositivo. Tu, magistrato romano, tu interprete di un diritto che ancora adesso insegna al mondo la civiltà, tu proclami l’innocenza di quest’Uomo e poi disponi che sia messo a morte? Ma perché? Anche qui, dov’è il corto circuito?

 

Lo rintracciamo leggendo il “verbale”. Pilato prima prova a rifiutare il giudizio – “prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge” -, poi procede a quello che ancora adesso fanno i giudici nei processi: interroga l’imputato. Più che un interrogatorio, sembra quasi un dialogo: l’imputato è tutt’altro che reticente, e avvia con l’interlocutore un confronto simile a quelli avuti con tanti nelle settimane e nei mesi precedenti, anche con personaggi illustri dell’epoca, come Zaccheo o Nicodemo, sulla natura del suo regno, sulle illusioni dei Giudei.

 

Ma l’interrogatorio si interrompe bruscamente. Avviene quando l’interrogato dice “per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità”. E qui il giudice lo blocca: “che cos’è la verità?”. Non è una domanda che attende una risposta, tant’è che il “verbale” annota che “detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei”. Il colloquio è finito: il quid est veritas è la sintesi di ogni posizione relativistica nei confronti del reale. La verità non esiste, è la suggestione di una piazza, è l’acquiescenza a personaggi influenti, è quello che dicono i media, o i social…

 

Il disprezzo per la verità ha un costo: la condanna più ingiusta mai pronunciata nella storia. Tanto più ingiusta perché quel giudice aveva proclamato – e per tre volte – l’innocenza di colui che poi ha fatto mettere a morte. Ogni qual volta il giudice rifiuta il factum, la giustizia finisce; non finisce male: finisce!

 

  1. Non la pensa così Hals Kelsen, maestro di scienza giuridica di origine austriaca, sostenitore dell’opzione relativista: per lui la domanda del Governatore della Palestina esprime il necessario scetticismo per chi ha anche un ruolo politico. La domanda che ha già in sé la risposta sta a significare che la verità è fuori dalla portata umana. Spiega Kelsen che, nel momento in cui Pilato non attende la risposta, si comporta da perfetto democratico: nel rivolgersi alla folla, decide di sottoporre il caso al giudizio del popolo. Egli non sa che cosa è giusto, e lascia decidere la maggioranza.

 

Non apro neanche il discorso sulle modalità di manipolazione della folla e di formazione delle maggioranze. Mi permetto solo di osservare che non è vero che Pilato ignori che cosa sia giusto: lo dice, e non una sola volta!

 

Intendiamoci, non che il factum si colga sempre con evidenza e in tutta la sua complessità. Esige fatica. Va accompagnato da umiltà e dal non accontentarsi della più facile. Richiede al tempo stesso la consapevolezza che non siamo in grado di comprendere tutto quel che ci circonda. Ha bisogno di stare nei binari della più attenta esegesi della realtà, e della ferma convinzione che il giudice non “inventa” il diritto: lo applica; non crea lui la norma, verifica se si attaglia al caso concreto che gli viene sottoposto. Se deraglia da questi binari non si mostra solo un conducente infido: fa finire la giustizia nella scarpata.

 

Una corrente ideologica forse non maggioritaria, ma culturalmente egemone, individua oggi nel giudice colui che, da interprete dalla sovranità popolare dal quale si era partiti oltre mezzo secolo fa – secondo la teorizzazione sessantottina che ha portato ai “pretori d’assalto” – oggi “inventa” il diritto nel caso concreto.

 

Il neo-eletto presidente della Corte costituzionale, al momento del suo insediamento, ha parlato di una “classe di diritti” che “dobbiamo far rispettare”, perché “sono richiesti dalla coscienza sociale”. Il pres. Morelli non ha lasciato spazio all’immaginazione quando ha aggiunto che “la Corte (cost.) deve saper leggere la coscienza sociale, e se vede emergere un diritto deve inserirlo subito tra quelli inviolabili da tutelare. A me è capitato con la madre intenzionale, o ancora con il cambio di sesso durante il matrimonio”.

 

Esemplare in tale direzione, esemplare cioè di una giurisdizione che conferisce il “primato (…) alle ragioni che stanno nella vita del diritto rispetto a quelle che stanno nelle righe delle leggi”, per riprendere quanto teorizza un ex presidente della Consulta, Gustavo Zagrebelsky, è la sentenza della Corte di Cassazione sul caso di Eluana Englaro, redatta dall’attuale presidente della Corte costituzionale. Questa pronuncia è pervenuta alla elaborazione quali principi di diritto che l’alimentazione e l’idratazione, se somministrate in modo artificiale, rappresentino un trattamento sanitario, e che il consenso alla interruzione di tali presidi di sostegno vitale, quando non sia stato espresso in modo esplicito, sia ricavabile dagli stili di vita o dalle convinzioni che la persona aveva prima di perdere conoscenza.

 

Ma se la giurisdizione estende a tal punto i propri confini, alla fine la giustizia non ha più confini. Non oltrepassa soltanto il limite che deve separarla dal Parlamento e dal Governo, ma giunge a interferire con le competenze della scienza e della medicina: dal caso Di Bella, cioè dalla pretesa di un giudice di saperne più della comunità degli oncologi, ai vaccini indicati come causa di autismo, dall’ILVA fino al procedimento che ha bloccato l’azione congiunta dell’Unione europea e del Governo italiano contro la diffusione del batterio della Xylella fra gli ulivi del Sud delle Puglie. In tal modo il giudizio si rende autonomo e indipendente anche da quel factum costituito dal rigore e dall’evidenza scientifici; e perfino la dimostrazione dei nessi di causalità fisica diventa un fastidio.

 

  1. Sant’Agostino, oltre a essere uno straordinario teologo e filosofo, era molto bravo con gli anagrammi. In un confronto immaginario col Governatore della Palestina, scompone e ricompone la sua divisa scettica: e così, adoperando le stesse lettere, Quid est veritas diventa Est vir qui adest. Ti chiedi, caro Pilato, che cos’è la verità, e non ti accorgi che è lì, davanti a te.

 

Heinrich Schlier, grande esegeta luterano poi convertito al cattolicesimo, fa notare che in quel giudizio l’Imputato non ricusa il giudice, riconosce pienamente la potestà giuridica di Roma, rappresentata da Pilato. Lo aveva fatto altre volte, parlando del tributo a Cesare o del ruolo dei soldati dell’Impero. Ma riconoscendolo lo limita: “tu non avresti alcun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto”. Il tradimento da parte di Pilato della propria funzione di giudice sta nel non interpretare quel potere come riflesso di un piano più elevato, iscritto nella nostra natura, ma di esercitarlo per altre ragioni: “se liberi costui, non sei amico di Cesare!”.

 

Il potere svincolato dalla verità causa il giudizio più ingiusto mai pronunciato.

 

Dove finisce la giustizia? In questi due quadri, che ogni giudice dovrebbe avere sempre davanti a sé: Gesù davanti a Pilato, e Pinocchio davanti allo scimmione con la toga. Se ci convinciamo che “a tutto ci si può rassegnare, ma non alla defezione della giustizia” (Biffi), e che “la giustizia è necessaria come il respiro”, può capitare perfino che  dotiamo di lenti adeguate gli occhiali che adoperiamo per leggere la realtà, e così usciamo dalla parte di un vecchio “scimmione della razza dei gorilla”. Per rendere quel ius che esige il factum che ci è davanti.

 

 

 

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