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Rai privatizzata? No, la sinistra ha solo scherzato

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Caro direttore, e cari lettori di Libero, c'è una regola che vale sempre nella politica italiana, da metà degli anni 80 a oggi. Quando gli equilibri politici tra maggioranza e opposizione iniziano a ribollire, oppure quando i margini della maggioranza di centrosinistra sono risicati e rischiano di evaporare, ecco che la questione televisiva ridiventa esplosiva. Il motivo è sin troppo semplice: il sistema televisivo italiano è il più "occupato" dalla politica che esista (...)
(...) nei paesi avanzati, e per di più la sinistra è vent'anni che concepisce la guerra televisiva come il fronte di complemento per mandare a casa o ridimensionare Silvio Berlusconi.

E ora che l'Unione si divide sull'agenda di governo che verrà presentata da Prodi sbocconcellando mozzarella di bufala alla reggia di Caserta, come sulla legge elettorale che spacca trasversalmente entrambi gli schieramenti, ecco che - non a sorpresa - il ministro Paolo Gentiloni ieri ha idealmente e tempestivamente completato la sua riscrittura delle norme televisive. Subito dopo il voto era giunto il disegno di legge "di sistema", il cui scopo oltre al rinvio al 2012 del digitale era quello di iper ostacolare nel protratto orizzonte analogico unilateralmente la sola Mediaset, istituendo un tetto antitrust per la sola raccolta pubblicitaria televisiva escludendo il canone - cioè tagliandole il 28% del suo attuale fatturato - e di premiare la Rai - che tra canone e pubblicità accentra il 34% delle risorse di settore, e anche Sky, escludendo i suoi abbonamenti dalle risorse da sottoporre a tetto e rendendola monopolista delle tv a pagamento. Ed ecco che ieri Gentiloni ha completato il suo pacchetto, presentando il suo schema di riforma della Rai.

I dubbi dei mercatisti

Se la riforma Gentiloni "di sistema" è stata bollata come negativa dai pochi mercatisti a tutta prova, come Alessandro Penati che l'ha bocciata come «una legge che guarda alla tv dallo specchietto retrovisore», e Franco Debenedetti che sfidando la scomunica dei suoi ex compagni di partito l'ha definita senza mezzi termini «una legge vessatoria per la sola Mediaset», la riforma della Rai targata Gentiloni è altrettanto da bocciare, perché rappresenta la più piena conferma di quel che il centrosinistra italiano ha sempre pensato: la Rai non si privatizza, né poco né niente, il pachiderma che rispetto ai concorrenti privati ha quattro volte dipendenti e collaboratori a parità di produzione di ore di intrattenimento o informazione resterà com'è, anzi si estenderà ulteriormente. E resterà ora e per sempre pubblico.

Quando 12 anni fa il centrosinistra fece alcune concessioni alle ipotesi di privatizzazione parziale, quando negli anni successivi esponenti del centrosinistra hanno riaperto all'ipotesi di cedere almeno una rete Rai, quella in cui concentrare le risorse pubblicitarie lasciando in piedi come Rai pubblica quella finanziata da solo canone, si è sempre trattato di aperture del tutto teoriche, fatte in campagna elettorale tanto per non far dire agli avversari che il centrosinistra si identificava nel partito-Rai, da sempre difensore a spada tratta del "tutto pubblico" e con più risorse.

Ieri Mario Landolfi di An ha criticato la bozza Gentiloni sposandone il punto di fondo - il controllo della Rai affidato a una fondazione di emanazione parlamentare a aperta alla rappresentanza delle Autonomie - e criticandone lo spezzatino in tre società, una di gestione della rete e degli impianti di trasmissione, due di produzione, con una di queste a cui sarebbe affidato il canale finanziato da sola pubblicità. Landolfi paventa che lo spezzatino preluda alla svendita del canale commerciale. Magari fosse così: per quanti rischi potrebbero esserci che il centrosinistra dia un canale solo a propri amici, se dimagrisse il pachiderma pubblico sarebbe un vantaggio per tutti. Ma è vero invece l'esatto contrario: Gentiloni ieri lo ha ammesso senza problemi, che la società alla quale fosse affidato il canale Rai commerciale potrebbe benissimo restare pubblica anch'essa, senza nessun problema. Ha fato l'esempio di Channel Four della Bbc: dimenticando però che nel Regno Unito è vero che esiste un canale pubblico finanziato dal solo mercato, ma quando il primo operatore televisivo commerciale Irvi raccoglieva all'apice della sua forza fino al 62% della pubblicità televisiva ai laburisti di Tony Blair non è passato neanche per la testa di emanare una legge per ridurlo al 45% come vuole fare Gentiloni per Mediaset, perché tutti a Londra avrebbero gridato all'esproprio.

Naturalmente, tutte le anime belle sono libere di credere che istituendo una fondazione invece dell'attuale cda, si uscirà dal braccio di ferro puramente politico in Parlamento e si nomineranno personalità unicamente interessate alla multimedialità invece che difensori a spada tratta dell'informazione partitizzata che da sempre alla Rai va per la maggiore. Ma l'unica verità è che si vuole mandare a casa l’attuale cda dell'azienda solo perché non è nominato dall'attuale maggioranza, e Angelo Maria Petroni che fa da ago della bilancia sinora ha resistito a qualunque intimidazione: cosa che lo rende ormai fìsicamente e personalmente insopportabile ai vertici del centrosinistra.

Una partita di potere

Andiamo al dunque. I 520 milioni di euro di pubblicità in meno rispetto a oggi raccoglibili da Mediaset, se passa la Gentiloni-uno, non si riversano certo su Rai e La7 attuale di Tronchetti Provera, perché la prima non ne ha capienza per affollamento di spot e la seconda non ha palinsesti - leggi investimenti - all'altezza di simili cifre spese dalle aziende che vogliono pubblicizzare i loro prodotti. Se a ciò aggiungete con la Gentiloni-due che nessun canale Rai verrà privatizzato né ora né mai, la conclusione è semplice. Tutti coloro che, nel mondo dell'editoria privata, pensano ardentemente di candidarsi con il governo Prodi a creare un terzo polo televisivo - Carlo De Benedetti innanzitutto, in seconda fila i De Agostini che sono pieni di liquidità ma poco sponsorizzati politicamente perché pensano solo a iniziative che fruttino invece che a grancasse di partito, e in terza fila la Rcs che di denari ne ha pochini e soprattutto è divisa nella lotta tra Geronzi da una parte e filoprodiani di Bazoli dall'altra - devono rifarsi i conti e rinunciare al canale Rai: dovranno candidarsi a rilevare La7 da Tronchetti Provera. E per fare questo con ogni probabilità aspettare che il traghettamento del gruppo Telecom da Tronchetti ad altri venga condotto da Guido Rossi con successo, e la benedizione della Intesa di Bazoli oltre che di palazzo Chigi.

Capite bene che messa così è una partita di puro potere, non di modernizzazione del sistema televisivo e di sterilizzazione di almeno un po' di quell'eccesso di partitume filosinistra che rende la Rai un grande baraccone. E poiché è una partita di potere, e l'Ingegner De Benedetti per il post Prodi tifa apertamente Veltroni, se Prodi è forte dell'appoggio della prima banca italiana che pesa sul futuro diTelecom e di La7, ecco che Rutelli si schiera a ogni buon conto ad armi spianate. E dice a tutti: sono io, che do le carte del futuro sistema televisivo e per la nascita dell'eventuale terzopolista.

Non resta che sperare che le interdizioni reciproche a sinistra, tra Ds, Prodi e Rutelli, blocchino il disegno. Ma la Rai resterà tutta pubblica. Viva viva quel galantuomo del presidente attuale, il diessino Claudio Petruccioli: appena entrato in carica, stilò in solitudine un documento di 57 cartelle, nel quale onestamente teneva spalancate le porte a tutte le ipotesi, a partire proprio dalla privatizzazione di uno i più canali. Chiedetevi il perché di quel documento di Petruccioli non avete mai più sentito parlare.

da Libero

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