Rai. Riparte il “toto-vigilanza”: il Pdl gioca la carta Udc
15 Settembre 2008
di Redazione
I nodi cominceranno a sciogliersi probabilmente solo domani sera, quando i leader del centrodestra decideranno se cambiare strategia in vista della ripresa delle votazioni in commissione di Vigilanza, mercoledì alle 14. Al momento, le posizioni di maggioranza e opposizione restano distanti e, in apparenza, cristallizzate. Perchè seppure l’estate è trascorsa senza passi in avanti manifesti, le diplomazie dei partiti si sono mosse e continuano, in queste ore, a lavorare freneticamente. Telefonate, incontri e riunioni durante le quali, di fronte alla paralisi e all’ipotesi di convocazioni a oltranza, si sarebbe cominciato a individuare una possibile exit strategy alternativa che porta dritto all’Udc.
Al momento, di certo c’è solo il no della maggioranza all’ipotesi Orlando, nonostante l’ex sindaco di Palermo assicuri di voler essere un presidente di garanzia: Pdl e Lega, nonostante qualche timida apertura, pongono il veto sull’esponente dipietrista così come sull’intera Idv. D’altra parte, per il centrodestra comincia a essere "impegnativo" proseguire lungo la strada del ‘boicottaggio’ delle votazioni: continuare a far mancare il numero legale a San Macuto avrebbe un prezzo troppo alto perchè farebbe ricadere sulla compagine governativa la responsabilità della paralisi delle istituzioni. Per questo, è "molto probabile", secondo un esponente del Pdl in Vigilanza, il cambio di strategia della maggioranza: le prime due votazioni andrebbero a vuoto perchè per l’elezione del presidente è richiesta la maggioranza dei due terzi. Ma dalla terza, per la quale è necessaria la maggioranza semplice, Pdl e Lega avrebbero i numeri sufficienti per eleggere un loro esponente. O, meglio, un esponente scelto da loro ma appartenente all’opposizione.
In un primo momento, si era pensato a un esponente dell’Udc, esempio di opposizione "democratica" gradita alla maggioranza. Un modo per uscire dalla impasse e "togliere le castagne dal fuoco" al Pd, legato dal patto con Di Pietro, senza creare nuovi imbarazzi: se la poltrona andasse ai democratici, Veltroni e i suoi presterebbero il fianco all’affondo dell’ex pm che tornerebbe ad agitare lo spettro di un inciucio tra l’ex sindaco di Roma e Berlusconi. Tuttavia, questa strategia presenta alcuni punti deboli: un presidente eletto con i soli voti della maggioranza, senza alcuna indicazione dalle opposizioni, avrebbe "l’obbligo politico" di dimettersi. Una valutazione che mette d’accordo Pdl e Pd. Per questo, i curatori del ‘dossier’ Vigilanza della maggioranza hanno deciso di perfezionare la tattica e ne parleranno domani anche con i leaders: l’idea, spiega un parlamentare componente la commissione, è di votare un esponente "a caso" dell’opposizione, che poi si dovrebbe dimettere per lasciare spazio a un’intesa (che molti nella maggioranza giudicano "possibile") col Pd sull’elezione di un centrista, nello specifico l’ex portavoce di Pier Ferdinando Casini, Roberto Rao (che la spunterebbe sull’altro centrista Gianpiero D’Alia). La prima scelta, per salvare le apparenze, cadrebbe quindi su un esponente democratico: il nome potrebbe essere quello di Fabrizio Morri o quello del ministro ombra Giovanna Melandri, "ma poco importa chi – spiegano da ambienti Pdl – tanto dovrebbe dimettersi".
Il Pd, da parte sua, esclude tale ipotesi, mantenendo il punto sul nome di Orlando e assicurando che anche l’Udc terrà fede agli impegni presi: "Il Pdl sogna a occhi aperti", taglia corto un parlamentare democratico. La posizione dei centristi, al momento, è ferma ma non granitica. Non è un mistero che l’Udc vorrebbe mantenere la sua poltrona in Cda, con il casiniano Marco Staderini. Per quanto, a via Dei due Macelli si fa notare come la posizione del partito sia sempre stata "di responsabilità" sulla Rai così come, ad esempio, su Alitalia.
Insomma, piena conferma dell’accordo sottoscritto con le altre opposizioni (sebbene, non si sia mai nascosto il fastidio per la scelta dei dipietristi di non votare Rocco Buttiglione alla vicepresidenza di Montecitorio), ma alla fine "sceglieremo il male minore", a costo di dover richiamare l’ingegner Staderini da Viale Mazzini. Magari lasciando spazio a un esponente indicato da Di Pietro in Cda (tra gli altri, si fa il nome di Marco Travaglio).
Rebus sic stantibus, la linea dell’Udc è quindi quella di proseguire nel solco dell’intesa con il Pd sul nome di Orlando. Tuttavia, spiega un parlamentare dell’Udc, nel momento in cui il centrodestra mostrasse di voler cambiare strategia, e quindi procedere alle votazioni ed eleggere il presidente, "sarà necessario un incontro tra le opposizioni per decidere che fare. Non ci faremo trovare impreparati accettando che un esponete della minoranza sia poi costretto a dimettersi". D’altronde, nota sarcastico un componente Pdl della Vigilanza, "un democristiano che si dimette non esiste in natura".
fonte: APCOM
