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Re «Bibi» ancora sul trono di Gerusalemme (e Trump gode)

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Gli israeliani, che adorano il calcio, dicono che Bibi è come la Germania, si gioca 90 minuti e alla fine vince sempre. E anche questa volta per Benjamin Netanyahu, che per la quinta volta sarà nominato primo ministro in Israele, è andata così, dopo le incerte elezioni di ieri, almeno per gli exit poll, i quali, per diverse ore, dopo la chiusura delle urne, avevano dato un testa a testa tra il capo del governo uscente e lo sfidante, Benny Gantz, del neonato partito Blu-Bianco. Un braccio di ferro, tra «Bibi» e «Benny», raccontato da tutti i media internazionali durante la notte, tra l’entusiasmo dei sostenitori di Gantz, che sembravano cantare vittoria, seguito da un’evidente delusione.

Un lunga notte elettorale, dunque, con la Cnn che però, non molto lontana dai risultati reali, assegnava alla coalizione di Destra, quella di Netanyahu, la metà dei seggi della Knesset, l’assemblea rappresentativa dell’ordinamento politico-istituzionale di Israele: 60. Un errore di qualche unità, visto che poi i seggi effettivi ottenuti dalle forze che hanno appoggiato Netanyahu sono stati in totale 65. Una vittoria personale, quella di Netanyahu, che scansa anche i problemi giudiziari in cui era incorso recentemente, contro anche la maggioranza dei media internazionali, che avevano dato il proprio endorsement a Gantz, ex generale israeliano, neanche tanto distante dal premier uscente e rientrante per quanto riguarda il rapporto con i palestinesi. Anche il New York Times, ad esempio, con Roger Cohen, si era schierato conto la rielezione di  Netanyahu, in quanto, nei giorni scorsi, aveva sostenuto che «Bibi» «sta applicando il manuale illiberale che ha contribuito a forgiare e che tanto successo sta avendo da Budapest a Washington».

Secondo il giornale liberal newyorkese, Netanyahu avrebbe attaccate «la libera stampa e l’indipendenza del potere giudiziario, sulla base di un nazionalismo che vede nemici e traditori dappertutto».Tuttavia il successo di Netanyahu, che ha trascorso molti anni negli Stati Uniti, e che parla in inglese come un madrelingua, è anche un trionfo del presidente Usa Trump, che aveva puntato tutto su «Bibi» sin dalla decisione del trasferimento dell’ambasciata a americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Una vittoria, quella di Netanyahu, che consolida l’asse Israele-Usa, ma anche quello delle Destre mondiali. Duro, tra l’altro, è stato il colpo subìto dai laburisti israeliani di Gabbai, con i loro soli 6 seggi conquistati nell’assemblea rappresentativa: si tratta del minimo assoluto in decenni di storia del partito. Meretz, invece,partito laico di sinistra, ha ottenuto 4 seggi, con le due liste arabe che sono arrivate, complessivamente, a 10 seggi: tre in meno rispetto alle politiche del 2015. Likud, poi, il partito del premier, e il partito Blu -Bianco, come più o meno avevano indicato  gli exit poll, hanno conquistato 35 seggi a testa.  Ma l’unico governo possibile è quello di Netanyahu, che con altri partiti della destra potrà contare su una maggioranza nella Knesset di 65 seggi, su 120.

Sul tavolo,ora, i soliti dossier, con un Israele sempre accerchiato dal nemico iraniano, che prepara l’atomica e nel frattempo arma, addestra, finanzia Jihad e Hamas a Sud; Hezbollah libanese a Nord e  il regime di Assad a Est, spalleggiato da Erdogan (un po’ indebolito dopo le recenti elezioni amministrative turche) e da Putin, sempre saldamente in sella in Russia. Da contraltare, la spalla di Trump, proiettato verso un possibile bis alla Casa Bianca, con un  Israele, va detto,  mai stato così sicuro da quando Netanyahu dialoga con i satrapi del Medio Oriente, da Al Sissi ai sauditi, e stringe accordi con i potenti del mondo.

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