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Reagan contro Kennedy

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Tifano per Barack Obama o Hillary Clinton, ma è a John F. Kennedy che pensano. Voteranno per Rudy Giuliani o John McCain, ma i loro cuori battono per Ronald Reagan. Democratici e Repubblicani, almeno per il momento, non seguono con particolare entusiasmo questa campagna presidenziale. Certo, soprattutto tra gli elettori del partito dell’Asinello, è forte la voglia di voltare pagina, dopo due mandati di George W. Bush. Tuttavia, nessuno dei candidati, da una parte e dall’altra, riesce ad imporsi nettamente. Si guarda così al passato, ai due presidenti che, negli ultimi 50 anni, hanno saputo ispirare oltre che governare. Cercare di accreditarsi come il nuovo JFK o il Reagan del 2008 è, allora, per gli aspiranti inquilini della Casa Bianca una mossa quasi obbligata. Tentativi amplificati dai mass media americani, che sembrano divertirsi ad alimentare questo amarcord presidenziale. Il paragone che si incontra più frequentemente sulle pagine dei giornali è quello tra John F. Kennedy e il senatore Barack Obama, la rock star di queste elezioni. Similitudini sottolineate anche dai più importanti settimanali statunitensi, Time e Newsweek. D’altro canto, uno dei consiglieri più fidati di JFK, Theodore Sorensen, ha affermato che “Obama ricorda per molti aspetti il Kennedy del 1960. Gli esperti dicevano che a suo danno giocava il fatto che fosse cattolico e con poca esperienza e che non facesse parte del cerchio ristretto del partito”. Le stesse critiche rivolte ora ad Obama, candidato afroamericano con un solo mandato all’attivo al Senato. Come il presidente della “Nuova Frontiera”, anche Obama buca lo schermo, è dotato di innegabile carisma e notevoli qualità oratorie. E come Kennedy viene giudicato sexy dalle elettrici. Cinquant’anni fa, spopolavano le foto di JFK in barca a largo di Nantucket. Oggi, quelle di Obama in costume alle Hawaii.

Che il senatore dell’Illinois possa rinverdire i fasti degli anni kennediani, è opinione condivisa anche da un avversario del partito Democratico, Frank Luntz. Intervistato lo scorso gennaio dal Sunday Telegraph, lo stratega della comunicazione repubblicana ha dichiarato che Obama incarna il sogno americano e richiama le figure di Jack Kennedy e del fratello Bob. Per Luntz, Barack Obama è il candidato con maggiore forza ispiratrice dai tempi di Robert Kennedy. E’ un uomo politico unificante. Qualità, questa, che, secondo Luntz, lo contraddistingue da Hillary Clinton, la cui politica sarebbe piuttosto basata sul “noi contro di loro”, Us versus them. Ovviamente, la senatrice di New York non è d’accordo. Anzi, con un intervento che ha destato clamore, si è proposta come vera erede di John F. Kennedy. L’occasione è stata offerta il 10 marzo scorso da un raduno elettorale a Nashua, New Hampshire. Nel suo discorso, Hillary ha ricordato che Kennedy era convinto di vincere, nonostante i pregiudizi sulla sua fede cattolica. “Così – ha aggiunto – quando qualcuno mi domanda se una donna potrà mai diventare presidente, io gli rispondo: non lo sapremo mai se non ci proveremo”. Chi, invece, non vede somiglianze tra Hillary, Obama e Kennedy è Forbes.com. In un articolo a firma Rich Karlgaard il sito web della celebre rivista finanziaria sottolinea come JFK fosse un convinto sostenitore del capitalismo e della riduzione delle tasse. Posizioni che non si riscontrano nei due frontrunner Democratici. Per Karlgaard il candidato che più si avvicina a Kennedy è il governatore del New Mexico, Bill Richardson, che però non va oltre il 3 per cento nei sondaggi relativi alle primarie.

In campo repubblicano, il tentativo di presentarsi come l’erede di Ronald Reagan è ancora più spinto. Parlando al CPAC, il Conservative Political Action Conference, all’inizio di marzo, Rudy Giuliani lo ha citato ben 11 volte in un discorso di tre quarti d’ora. Non era neanche passato un minuto dall’inizio del suo intervento, che The Major of America già aveva menzionato Reagan, definendolo “uno dei miei eroi”. Significativamente, l’ex sindaco di New York ha pronunciato il nome del presidente in carica solo due volte. Del 40.mo inquilino di Pennsylvania Avenue 1600, Giuliani vuole richiamare soprattutto l’ottimismo, quello spirito positivo che ha ridonato vigore e speranza al popolo americano dopo la ferita del Vietnam e l’opaca presidenza Carter. Per sconfiggere il terrorismo, ha affermato convinto Giuliani, “dobbiamo seguire la strada indicata da Ronald Reagan: pace attraverso la forza”. O, per dirla alla latina, vis pacem para bellum. Anche Mitt Romney è intervenuto alla conferenza del CPAC e, come Giuliani, ha puntato ad accreditarsi come il vero erede dello spirito reaganiano. Un’emulazione che precede la campagna presidenziale. Già a novembre dell’anno scorso, durante un cerimonia per il Veterans Day, aveva messo l’accento sulla necessità di ritornare ai principi reaganiani. “Dobbiamo essere sicuri – ha dichiarato in un’intervista a Fox News – di poter contare nuovamente su quell’ottimismo che l’America sta cercando”. Per Ed Rollins, stratega della campagna elettorale di Reagan nel 1984, c’è una connessione tra il presidente che sconfisse “l’impero del male” e l’ex governatore del Massachusetts. Intervistato dal Boston Globe, Rollins ha visto una comunanza di principi tra i due: “Riduzione delle tasse, snellimento del governo e difesa nazionale”.

Immediato il riferimento a The Gipper per Fred Thompson, attore come lui. Reaganiano in politica estera, Thompson ha carisma e viene apprezzato dalla base conservatrice del partito. Ma ancora non ha sciolto la riserva sulla sua discesa in campo. Last but not least, John McCain. Quando al settantenne senatore dell’Arizona è stato chiesto se non fosse troppo vecchio per la Casa Bianca, McCain ha risposto prontamente: “Reagan non lo era”. L’età non è l’unico legame tra i due politici repubblicani. Nel lontano 1974, fu proprio Ronald Reagan a presentare John McCain ad un uditorio conservatore, peraltro proprio al CPAC. Nel 1999, poi, Nancy Reagan chiese a McCain di accettare l’onorificenza dell’American Conservative Union al posto del marito, immobilizzato dall’Alzheimer. Dunque, tanti aspiranti eredi, anche se per la stragrande maggioranza dei conservatori americani, l’eredità di Reagan resta inaccessibile.

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