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La nuova destra

Reinventarsi in politica è lecito. Fare la caricatura di qualcun altro no

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Coerenza? L’ideale a ogni costo, perfino al prezzo della pelle? Anticaglie a detta di tanti. Vivaddio la stagione del piombo è archiviata e l’adesione all’”ideale” – comunista, missino, socialista – è diventato esercizio di nostalgia per “disadattati”. Ma forse c’è una via terza tra l’archeologia e la gioia di tagliarsi gli attributi sugli applausi degli avversari. Per carità, è fisiologico e giusto che le categorie della politica si aggiornino; non è fisiologico invece – per quanto à la page – che la revisione delle appartenenze finisca in caricatura. Chi non la accetta, pur non combattendo per la Reazione, è trattato come un minus habens che, al meglio, non abbandona le sue prediche per interesse. Conviene allora dirsi controrivoluzionari solo perché si possiede un agriturismo con un paio di vacche antigiacobine in Vandea: gli affari sono affari. Conviene perché - temendo i censori delle anticaglie – se si dicesse che si è tali solo per convinzione si rischierebbe di venire internati per demenza manifesta.

Altrettanto vivaddio, però, c’è chi vive il crepuscolo degli idoli con misura, perfino pudore. Merce rarissima nell’arena della politica.

Non si trova traccia di morigeratezza ideale, al contrario, in coloro che – in nome della superiorità intellettuale del “bordellismo”, variante odierna dell’anarchia – parlano solo di “sobrietà”, di “equilibrio”. Chi non vuole morire ridendo, con le cesoie in una mano e i gioielli di famiglia nell’altra, si permette di far notare che gli idoli saranno pure caduti, ma i principi restano, le “visioni del mondo” di sempre tengono. Fosse anche con un chiodo rachitico. Quel pezzo di ferro, però, deve subire ogni giorno i colpi beffardi della truppa che ha travestito la rimozione, l’emulazione dell’”altro” nobile, da “aggiornamento”. Normale allora, nel processo dialettico drogato, che chi non si aggiorna non possa essere considerato un discordante ma un trinariciuto da compatire.

“Equilibrio”, “sobrietà”, “bipartisanismo” soprattutto, sono i vocaboli del metodo dell’agire di costoro; quanto all’essenza, “moderno,” “europeo” e “repubblicano” sono le parole d’ordine che si sono fatti marchiare a fuoco. Significano qualcosa se accoppiate all’etichetta “destra italiana”? Forse no se nei vari tempi tale destra era "storica”, “liberale”, “fascista”, “monarchica”, “cattolica”, “evoliana”. Bisogna accontentarsi - dicono i guastatori di ideali - ma non si può scendere a patti con la dignità se “europeo”, oggi, per chi ha in uggia il politicamente corretto significa ontologicamente loffio, e “repubblicano” è adoperato come ornamento, senza uno straccio di ragione che ne giustifichi l’uso. Non perché rievochi il portato (talvolta) molto destro e conservatore dei repubblicani americani; non perché sia usato in opposizione a una banda di sovranisti.

Il terzo aggettivo, l’ultimo arrivato, che approda nel campo della “nuova destra” è il più onesto: ne fotografa la vera natura senza ricorrere a gingilli nominali che suonano bene ma esprimono nulla. La nuova destra è “originale” e si è fieri – ci mancherebbe pure – della sua originalità. Finora la si è definita anche controcorrente, coraggiosa, ma con ciò si rischiava di alludere ancora ai vecchi arnesi del postfascismo, quando essere della destra sapida (di qualsiasi chiesa) voleva dire non indossare l’eskimo, correre controvento e rischiare di farsi aprire la testa con una chiave inglese. Quella era la destra coraggiosa; questa è senza dubbio la destra originale, fieramente invertita.

Non si può dire, però, che non ci sia coerenza nel tragitto di spoliazione dal missinismo all’originalità. Al partito di Michelini, Almirante, Rauti si sostituisce un soggetto che, stretto tra il predecessore di marmo e l’erede di burro fuso, va considerato un ibrido privo di spina dorsale. Rispetto al burro fuso di oggi sembrava oro, ma a posteriori può essere solo visto come un passaggio sprecato. Doveva “preparare il terreno a” e invece “ha scavato una buca più profonda per”.

Totalmente indistinta, quella forza ha avuto l’ardire di definirsi appena “nazionale”; per il resto ha vivacchiato con un po’ di “economia sociale di mercato”, di “sicurezza” (man mano addolcita per non “inseguire” la Lega), di “proibizionismo”. Ha vissuto alla giornata senza congressi degni di questo nome, mozioni, elaborazione culturale (quanta limpida coerenza nella richiesta di più confronti al “monarca” di Milano 2...); non ha provato a inventarsi “conservatrice”, cercando di studiare e dare casa anche in Italia a un filone che non nasce solo in opposizione alle ghigliottine di Parigi e si sviluppa e muore solo a Londra e a Washington.

Morale: la transizione col respiro corto ha portato inevitabilmente all’apnea dell’originalità. A minuti si spirerà per eccesso di permanenza subacquea.

Peccato che a trovare sconveniente la svolta originale (che a “destra” assume la forma delle cittadinanze brevissime, del voto agli immigrati per favorire la costituzione dei partiti etno-radicali, della sicurezza un tempo promossa concretamente e ora dileggiata come roba pinochettista) non sono solo i “sodali” di coalizione, quelli fermi alle anticaglie; la dittatura dell’originalità non garba neanche agli emulati dai “nuovi destri”, ai progressisti che – comprensibilmente – applaudono il suicida che gode stendendosi sul desco del cannibale ma mai lo voteranno. La carne è tenera, è nell’interesse adulare il masochista, ma da qui ad azzannarsi un braccio per seguire le orme del gioioso sacrificando ne passa.

In soldoni: nella declinazione vagheggiata da Veltroni la sinistra sembra originalissima rispetto ai quadrati schemi comunisti, ma si badi che la “rivoluzione” dell’ex segretario è tutta estetica. Per limiti del capocordata e volontà deliberata: tocca le tessere, il partito liquido o solido, le primarie. Sempre la forma, in definitiva, non la sostanza.

I nuovi destri si proclamano aperti e coraggiosi, evoluti e non “altri” rispetto allo stampo iniziale, un po’ come un eunuco che si dica superpotente. Vanno a braccetto con chi, dall’altra parte, è originale nella scatola ma non nel contenuto, e non si capisce come non possano rimproverare loro ciò che contestano agli alleati col vizio della “staticità”. Non dovrebbero essere imbestialiti per gli stormi di nuovi destri che giungono nelle terre democratiche, a fronte dei quali non c’è un democratico culturalmente disposto ad approdare ai lidi destrorsi? E il bello è che sono pronti a condividere il rancio perfino con la nemesi della loro condotta: il “tradizionalismo” dalemiano che compiace il masochista e nello stesso stempo è orgoglioso del proprio ribrezzo per l’originalità del Walter.

Silenzio: cannibali e salottini applaudono forte. Ma consensi e fiducia li fa la vecchia coerenza.

 

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