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Renzi, quando il coraggio non c’è non puoi dartelo

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“L’intervento di oggi in Senato è uno degli interventi più difficili della mia esperienza politica”. Questo post, comparso poco dopo le 10 sulla pagina Facebook di Matteo Renzi, aveva scatenato le reazioni più disparate nell’ambiente degli osservatori politici. Tutti erano a conoscenza del fatto che la vita o morte politica del Ministro della Giustizia Bonafede sarebbero passati da un suo gesto, una sua parola e, soprattutto, un suo via libera alla mozione di sfiducia presentata da Emma Bonino. 

Renzi sa bene come prendersi la scena – in questo non ha mai perso colpi, a differenza di quanto accaduto a livello elettorale – e aveva fatto sì che le intenzioni del suo nuovo movimento su come comportarsi nell’aula del Senato rimanessero ignote il più a lungo possibile, facendo fibrillare tutta la maggioranza di governo. Forse era proprio questo l’inconfessabile sogno dell’autoproclamatosi senatore semplice di Rignano sull’Arno; scatenare un vortice di poltrone che avrebbe dato ad Italia Viva una più robusta rappresentanza visto che, ad eccezione della sanatoria dei migranti ottenuta da Teresa Bellanova, finora i desiderata di Renzi erano stati quasi  del tutto ignorati dalle altre componenti della maggioranza. L’incontro di martedì pomeriggio tra Maria Elena Boschi e il premier Conte sarà stato incentrato su questa tematica ma “l’avvocato degli italiani” dovrà essere apparso più deciso del solito, rifiutando qualsiasi tipo di rimpasto di governo e mettendo Italia Viva con le spalle al muro: “se voterete la sfiducia, un secondo dopo salirò al Colle per rassegnare le dimissioni”. 

Un aut aut che sarà risuonato fortissimo nelle orecchie di un Renzi che da tempo aveva messo nel mirino Bonafede, a cui non aveva mai perdonato la volontà di non modificare la legge sulla prescrizione nonostante questa fosse stata approvata in prima istanza durante l’esperienza del governo giallo – verde. A questo punto l’ex premier e segretario PD si è trovato di colpo davanti alle colonne d’Ercole della politica, dovendo decidere se superarle e provocare una probabile crisi di governo oppure condurre il suo piccolo equipaggio di parlamentari (e di voti) al riparo, facendo marcia indietro, accontentandosi di qualche presidenza di commissione parlamentare e attendere tempi migliori per riaprire una partita che comunque non considera affatto chiusa. L’ordine di scuderia lanciato tra martedì e mercoledì mattina è stato chiaro: niente sfiducia, non possiamo far saltare il governo ora. Al dunque, Matteo si è mostrato (semmai ce ne fosse stato bisogno) meno coraggioso di quell’Ulisse che nel XXVI Canto dell’Inferno dantesco le colonne d’Ercole invece le aveva volute superare, cercando di capire cosa si trovasse al di là di esse.

Certo, gli sarebbe piaciuto provare il brivido dell’ignoto e scoprire quali formule avrebbe potuto ancora regalare questa legislatura ma, conoscendo il finale della storia letteraria, era altrettanto consapevole che questo atto di coraggio avrebbe potuto condurre al naufragio, rappresentato da nuove probabili elezioni che avrebbero sancito la fine sua e di IV.

Così, il discorso atteso da tutti al Senato, dopo pochi secondi perde tutto il suo pathos: “riconosciamo al centro destra e alla Senatrice Bonino di aver posto dei temi veri e ve lo dico dicendovi che non voteremo le mozioni. Non le voteremo perché il Presidente del Consiglio ha detto che ove vi fosse stato il voto di una forza di maggioranza contraria all’operato di un Ministro o favorevole alla sfiducia, lui ne avrebbe tratto le conseguenze”.

Colonne d’Ercole non superate, governo salvo e niente naufragi. Per ora..

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