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Il premier e lo scrittore

Renzi, Saviano e il rischio della legalità mitizzata

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Dopo la lettera in cui si giudicava "generica" la sua attenzione in tema di mafia, il premier Matteo Renzi non ha incontrato Roberto Saviano in separata sede per dargli una risposta, cosa del tutto lecita e anche consigliabile vista la conoscenza del fenomeno mafioso dimostrata dallo scrittore. No, Renzi ha preferito anche lui scrivere una lunga lettera allo stesso giornale, destinatario Saviano in persona, per spiegare pubblicamente in 5 punti come intende combattere la criminalità organizzata.

Non discutiamo i contenuti della risposta: il tema dei capitali criminosi è strategico. Ciò che invece interessa sottolineare è il modo, il mezzo scelto per dare la risposta. L'infotainment, un universo di parole dove la legalità assume spesso caratteri mitizzanti e in cui il moralismo autoassolutorio, perlomeno da parte degli "eroi di carta", sembra sconfinare nel taumaturgico.

Forse il premier avrebbe potuto affrontare in modo più 'laico' Saviano e il culto di Gomorra, sfuggendo per una volta alla dimensione della medialità, ai miti nazional-popolari, ai modelli carismatici, superando la tradizionale visione della sinistra che concentra tutte le battaglie nel campo della giustizia riducendo la modernizzazione dell'Italia unicamente al problema della lotta contro mafie e corruzione. Guerra da combattere senza tregua, ma di battaglie da fare in Italia ce ne sono anche altre.

Nella sua lettera Renzi evoca i tanti giovani che hanno interpretato la denuncia di Saviano rimboccandosi le maniche per vivere in una società migliore. Una cosa bella, appassionata, ma viene da chiedersi se quegli stessi giovani e avidi lettori di romanzi siano altrettanto consapevoli delle loro condizioni di vita attuali, dei temi più problematici legati a materie come lo studio o il mercato del lavoro. Che se non funzionano sono un danno terribile, esattamente come Sandokan e i Casalesi.

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