Home News Requiem per il socialismo (italiano)

Requiem per il socialismo (italiano)

5
4

 I socialisti italiani, nelle prossime elezioni, rischiano di scomparire..E con loro rischia di sprofondare nel regno delle ombre una tradizione politica e culturale che ha segnato, nel bene e nel male, tante pagine significative della storia unitaria. Il nazionalista Gioacchino Volpe, i liberali Benedetto Croce e Luigi Einaudi, i democratici libertari Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli, per limitarci a queste grandi figure del passato, hanno tutti riconosciuto la funzione storica positiva svolta dal partito di Andrea Costa, di Filippo Turati, di Claudio Treves:  il ‘riscatto delle masse diseredate’, l’educazione di proletari e contadini alla cultura della cittadinanza, lo spirito associativo penetrato nelle campagne e nelle città, le organizzazioni sindacali che hanno elevato il tenore di vita degli operai e consigliato agli imprenditori innovazioni tecnologiche che hanno messo il nostro paese  sulla via della modernizzazione. Accanto a queste luci, però, non sono mancate le ombre. In momenti cruciali per la sopravvivenza o per la crescita delle istituzioni democratiche, i socialisti si sono dimostrati del tutto inadeguati alla funzione cui sembrava destinarli la storia. Nel primo dopoguerra, furono incapaci sia di fare la rivoluzione che di assumersi precise responsabilità di governo:i   riformisti ortodossi non vollero, fino al 1922 quando ormai era troppo tardi, separarsi dagli inconcludenti massimalisti per aderire, con cattolici e   giolittiani, a un ministero di unità nazionale capace di difendere le istituzioni democratico-rappresentative. Nel secondo dopoguerra, affascinati dalla potenza sovietica ed entrati nel fronte popolare(sia pure differenziandosi dagli alleati in nome di fumose ideologie terzaforziste e neutraliste), gettarono alle ortiche un patrimonio ideale che ne aveva fatto il primo partito della sinistra. In tempi meno lontani dai nostri, con Bettino Craxi--pur tanto benemerito per aver divelto ogni residuo legame con la sinistra marxleninista—furono decisivi nell’affossare il programma nucleare italiano,un gravissimo errore di prospettiva che stiamo ancora scontando con gli alti costi dell’energia.

  Alle origini di tali défaillances  si può forse ipotizzare una ricorrente incapacità di restare fedeli alle proprie radici. Il socialismo italiano viene al mondo nutrito di romanticismo etico e di positivismo filosofico: crede nell’evoluzione sociale, nella solidarietà, nel compito redentore dei governi, nel ruolo della scuola ai fini dell’alfabetizzazione e dell’elevazione del popolo, nella tolleranza delle opinioni e delle credenze religiose, nella democrazia liberale borghese che non vuole distruggere ma allargare. Tra i suoi simboli, a parte gli evocati fondatori, ci sono Pellizza da Volpedo, Edmondo De Amicis, Giovanni Pascoli, esponenti di un mondo che non intende affatto rompere i ponti con i valori del terzo stato—l’onore, la rispettabilità, l’agiatezza a compenso del lavoro onesto, il senso della famiglia, il tricolore, il culto del Risorgimento popolare e democratico  dei Mazzini, dei Pisacane, dei Garibaldi, il convincimento radicato che la dialettica dei partiti politici assicuri sia le libertà politiche che i diritti sociali—ma vuole che quei valori diventino bene collettivo. In teoria, sono lontani anni luce dalla sua forma mentis il salto rivoluzionario, la palingenesi sociale, la sostituzione dei noti e amati paesaggi dello spirito con la sovversione nichilistica, la tentazione anarchica e libertaria. E in effetti non v’è nulla di più estraneo al gruppo animatore di ‘Critica Sociale’ della sfida lanciata da Georges Sorel—col mito dello ‘sciopero generale’-- alla borghesia:il sindacalista rivoluzionario guarda a quest’ultima con lo stesso animo con cui il cristiano Tertulliano guardava alla civiltà pagana, una civiltà da distruggere ab imis, mortificando il suo razionalismo platonico e aristotelico col provocatorio <credo quia absurdum>. I socialisti, al contrario, intendono somigliare a quei cristiani, detestati dal teologo, che non vedevano soluzione di continuità tra l’Accademia, il Peripato e la Stoa, da un lato, e il messaggio evangelico interpretato dai Padri della Chiesa, dall’altro. E’il   marchio che fino a ieri  contrassegnò la sinistra riformista, simbolo di rinuncia al sole dell’avvenire se non del tradimento.

 Né fu soltanto la sinistra proletaria a denunciare la degenerazione socialdemocratica giacché la stessa società borghese, nelle sue frange critiche e libertarie, non fu da meno. Giovani come Piero Gobetti e anziani come Gaetano Salvemini (prima maniera) erano così disgustati dai compromessi del giorno per giorno—che sono poi quel bargaining che i gruppi di pressione praticano in ogni sistema democratico che si rispetti— realizzati dalla dirigenza riformista da preferire alle barbe di Turati e di Modigliani le camice nere di Mussolini e di Roberto Farinacci. Per i borghesi irrequieti   non c’è nulla di più intollerabile della mentalità piccolo-borghese, con la sua congenita incapacità di emanciparsi dai pregiudizi  dell’eterna provincia italiana, col suo culto del benessere e dei salari alti, con la sua indisponibilità ai sacrifici eroici, sia in fabbrica che in trincea.

Dinanzi a questo accerchiamento da destra e da sinistra, i riformisti in varie occasioni, sia pure obtorto collo, hanno finito coll’ammainare la loro bandiera: si sono ‘aperti al nuovo’, hanno recitato il mea culpa, hanno rivisto simboli e linguaggio (ponendo  in mezzo al libro la falce e martello con dietro il citato sol dell’avvenire), si sono affidati alla guida di intellettuali militanti che nulla aveva a che fare con la tradizione  di ‘Critica Sociale’. Tipici i casi dell’azionista  Francesco de Martino, l’uomo che non avrebbe esitato a nazionalizzare i giornalai se il PSI  avesse avuto la maggioranza dei suffragi elettorali e di Giuliano Amato, un esponente di primo piano  dell’establishment, che qualche anno fa  definiva ‘attuale’ la lezione di…Lelio Basso (sic!). Complesso di inferiorità dinanzi agli homines  novi incessantemente sfornati dall’ideologia italiana? Sfiducia sostanziale nella perenne validità dei valori antichi? Debolezza di uomini e piccole ambizioni? Forse un po’ di tutto questo ma prima ancora un’ossessione tipicamente italiana: la paura di venir ‘superati’ e relegati nella mitica soffitta della storia, il timore che in groppa al destriero del Progresso salti  la concorrenza, la voglia di dimostrare alle avanguardie ‘rivoluzionarie’  che sui socialisti possono sempre contare, giacché anche se si trovano al governo in posizione umiliante e subordinata ne capiscono bene i bisogni e le istanze innovatrici.

 Di qui il ‘movimentismo’ tattico dei socialisti che li portò a simpatizzare con chiunque, negli anni fatidici attorno al ’68, contestasse da sinistra le burocrazie comuniste nonché a un ipergarantismo attentissimo ai diritti degli imputati ma indifferente ai diritti delle vittime..

 Sennonché, ci si chiede, cosa indusse, poi, il PSI a mostrarsi più ‘movimentista’ degli altri partiti di sinistra? E perché,  nonostante le   generose elargizioni di denaro (la storia dei rapporti tra le varie dirigenze di Via del Corso ,da Giacomo Mancini a Bettino Craxi, con maoisti, guevaristi, palestinesi è tutta da fare..), non beneficiarono affatto del riflusso post-sessantottesco? Perché pentiti e dissociati, nella stragrande maggioranza, tornarono alle Botteghe Oscure e molti di loro, in seguito, cambiarono addirittura sponda, diventando il brain trust dei nuovi attori politici—Forza Italia in primis—e delle loro postazioni massmediatiche—dal ‘Giornale’ a ‘Mediaset’?

 A mio avviso, alla base  di quel fallimento sta il buon senso del supposto bacino elettorale di riferimento. I comunisti avranno pure costituito una ‘chiesa’ secolare—come si diceva una volta, e non a torto—ma si trattava di una chiesa sulla roccia,  ferma ai simboli fondativi, all’URSS, al culto del Migliore, identificata da una cultura stabile, fatta di guide spirituali, come  Antonio Gramsci, che continuavano ad animare i dibattiti politici, filosofici e storiografici. Dietro quella cultura vi erano cooperative, federazioni sindacali, leghe contadine, reggimenti disciplinati di deputati, di senatori, di amministratori locali, spesso di ottima qualità. Per molte  ’teste calde’ della rivoluzione parolaia, al rinsavimento faceva seguito il ritorno in famiglia, in un ambiente angusto ma strutturato, capace di strategie efficaci e di insediamenti capillari nella società civile.

 Rispetto a questo ordine immobile cosa offrivano i socialisti, privi (ante-Craxi) di una ‘cultura autonoma’, appagati da posti di terza fila o di galleria, soddisfatti se in un ciclo di lezioni tenute all’Istituto Gramsci qualche prestigioso intellettuale organico riconosceva che, tutto sommato, Filippo Turati non era stato un social traditore? Ricordo  con quale gioia, negli anni settanta, un amico, esponente romano del PSI, a Genova, aveva ottenuto la promessa di Dario Fo a tenere uno dei suoi spettacoli   a una Festa dell’Avanti. Gramsci, Fo, Brecht, Visconti e in seguito persino Allende, Castro e Guevara  erano divenuti le icone del partito che tra Ottocento e Novecento aveva espresso tanta parte dell’aristocrazia intellettuale italiana—da Alessandro Levi a Rodolfo Mondolfo! Queste contraddizioni, è vero, non erano solo derivate  da fattori sovrastrutturali legati alle zone alte del pensiero ma dalla natura dell’elettorato socialista, divenuto sempre più col tempo, un elettorato di opinione, di piccola borghesia professionale, composta spesso da gente che, per dirla con Salvemini, aveva ricevuto un’istruzione superiore alla sua intelligenza. Niente a che vedere coi nuovi ceti medi emergenti che solo Craxi riuscì, per qualche tempo, a interessare alle sue strategie politiche, cambiando  lo stile e il look della vecchia casa (ma solo in apparenza giacché, in realtà, si trattava del felice ritorno, in un mutato contesto, al socialriformismo d’antan—v. il neodeamicisiano patriottismo socialista del garofano e la ricomparsa di simboli da tempo dimenticati come Mazzini e Garibaldi).

 La fine della Prima Repubblica, con Craxi  ormai fuori gioco, lungi dal consigliare ai socialisti di tener ferma la posizione riformista, li ha fatti ricadere vittima—ma questa volta senza uno straccio di lungimiranti strategie—della fascinazione movimentista e del nuovismo. Hanno fatto liste coi Verdi—che avrebbero dovuto ricordar loro l’irreparabile errore del nucleare; si sono    legati mani e piedi ai radicali di Pannella, dimenticando che Pannella e la Bonino provengono da una cultura ontologicamente antisocialdemocratica; non hanno esitato, per qualche poltrona di sottosegretario o di viceministro, a sedere fianco a fianco col Grande Inquisitore molisano, l’uomo che aveva distrutto il loro partito. Non meraviglia, pertanto, se un Enrico Boselli, che in TV fa dell’antivaticanismo e dello slogan ‘scuola pubblica!’( ripetuto tre volte), la sua decisiva risorsa identitaria, susciti più pena che rabbia. Tanto più se si considera che, a differenza del Lucignolo radicale, che ha trovato una sistemazione nel veltroniano paese dei balocchi, il Pinocchio socialista è stato scaricato in malo modo.

Si dirà: cosa poteva fare altrimenti? La risposta non è poi tanto difficile. Invece di essere i pretoriani del governo Prodi (in dissenso solo sui dico), Boselli & C. avrebbero dovuto garantirsi uno spazio sia pur limitato, all’interno di uno dei due schieramenti in competizione, e ivi lavorare a una nuova ideale che fosse il punto di incontro e di aggregazione dei   riformisti di ogni partito, da Luca Ricolfi a Francesco Forte, da Daniele Capezzone a Luciano Cafagna, da Michele Salvati ad Antonio Polito. (In fondo, la via indicata da Capezzone e demonizzata dai kamikaze di  MicroMega). Ed invece il segretario dello SDI --il cui viso triste sui manifesti elettorali sembra quello di un impresario di pompe funebri--come Di Pietro, come Diliberto, come Bertinotti, si sta accreditando come il nemico implacabile di ogni accordo tra Veltroni e Berlusconi , non riuscendo neppure a sospettare quanto ormai stanno comprendendo molti  italiani: e cioè che il paese ha bisogno di poche drastiche riforme e che solo una coalizione alla Merkel è in grado di farle, giacché né il centro-destra né il centro-sinistra sono disposti, da soli, a lasciare all’avversario  la popolarità a buon mercato di chi a quelle riforme ha detto no. Anche qui un estremismo gratuito, irragionevole, avvolto in un’intransigenza ottusa. E, questa volta, in completa solitudine giacché, a quanto pare, questi socialisti non li vuole nessuno e loro stessi non sono poi così masochisti da suicidarsi nel mare magnum dell’ antagonista sinistra arcobaleno. ‘Che brutta fine!’ è proprio il caso di dire.

  •  
  •  

5 COMMENTS

  1. Analisi acutissima, prof.
    Analisi acutissima, prof. Cofrancesco! Una precisazione minore, anzi minima: mi sembra di ricordare che la spesso citata uscita di De Martino sulle nazionalizzazioni riguardasse non i giornalai, ma i barbieri…

  2. Essendo il socialismo
    Essendo il socialismo italiano scomparso da tempo,non credo che nessuno piangerà per la scomparsa dei vari Boselli,Bobo,De Michelis,Intini ecc.La grande alleanza,che non mi sembra abbia prodotto granchè in Germania,attribuisce ad un Veltroni,volontà e poteri che è molto,molto,dubbio che abbia.

  3. Non mi sembra che,la sempre
    Non mi sembra che,la sempre tanto citata Merkel,abbia fatto grandi cose.E mi sembra che si sottovaluti il fatto che il PD,a parte il personaggio Veltroni,secondo me negativo,è il ricettacolo di tutti gli interessi contrari ad un vero rinnovamento dell’Italia.O pensa l’autore che il PD possa entrare in conflitto con sindacati,coop,potentati finaziari ecc. ecc.

  4. requiem per il socialismo (italiano)
    facile la critica a posteriori, ma i primi a dover essere rimproverati sono i socialisti che hannospeso questi anni a litigare tra di loro e dividersi; Bosell avrà anche la faccia da impresario da pompe funebri ma gli altri dove hanno messo la faccia ? sotto Forza Italia ?? perchè tutti coloro che si dichiaravano socialisti sono scappati ??!!!?? condoglianze

  5. Dissento
    Mi pare che l’analisi di Cofrancesco contenga inesattezze, omissioni, parzialità, che il taglio dell’articolo non può comunque giustificare. Avendo poco tempo mi esprimerò in sermo familiaris.

    – Un errore di concetto. Cofrancesco non riesce a vedere la temenda complessità della vicenda socialista, o comunque non ne fa un elemento centrale. L’operazione PSI compiuta dalla fine dell’Ottocento fino alla vigilia della Grande Guerra fu una costruzione titanica. Non è stato uno scherzo mettere insieme il primo partito di massa in Italia, unendo il positivismo evoluzionista dell’intellettualità del nord, l’anarchismo bombarolo e non, il sindacalismo riformista della CGdL, quello rivoluzionario (e qui, errore rosso, Cofrancesco praticamente ne nega l’esistenza), il primo marxismo italiano di Antonio Labriola e chi più ne ha più ne metta. Tenere insieme il movimento dei lavoratori mentre lo si costruisce, con tutte le varianti sociali, economiche e territoriali, raccordate ad una linea politica nazionale da coordinare alla Camera dei Deputati e sull’Avanti!…. è la nascita della politica del Novecento, mica cotiche! Le radici da cui il PSI non sarebbe rimasto fedele erano tante e tali che un’affermazione di infedeltà risulta quantomeno arrischiata. Pascoli e De Amicis non erano esattamente i principali dirigenti del PSI, ma i sostenitori di un socialismo umanitario che sia agli occhi dei positivisti che a quelli dei dirigenti delle camere del lavoro lasciava il tempo che trovava, per non parlare di un Arturo Labriola e degli anarchici.

    Al gruppo di Critica Sociale vanno affiancati non solo la direzione dall’Avanti!, che registrava i cambiamenti di equilibrio nella dirigenza nazionale del partito, non solo la dirigenza del sindacato, che già era un altro paio di maniche ed era una delle componenti del partito (con conseguente dibattito sul rapporto fra partito e sindacato), ma anche e soprattutto le centinaia e centinaia di fogli socialisti usciti sul territorio, al nord e al centro, fino al fascismo, frutto del lavoro delle camere del lavoro, delle leghe, dei circoli.

    – Non è vero che i riformisti aspettarono il 22. Tant’è che Turati si riunì a Bissolati, già buttato fuori, col PSU. La verità è che l’unità del partito, cioè l’impresa titanica di cui sopra, non poteva essere dispersa a cuor leggero. L’Unità, finchè fu praticabile, era considerata l’àncora di salvezza e allo stesso tempo il motore per il riformismo. Fra il 1900 e il 1904, giocando sulle due sponde, quella dell’unità del movimento dei lavoratori sul territorio e il lavoro politico-istituzionale con Giolitti, il gruppo dirigente riformista aveva portato a casa un miglioramento del livello di vita dei lavoratori e un ampliamento delle libertà individuali senza precedenti nella storia d’Italia! Ciò rimase un paradigma a conferma della bontà del metodo. Il fatto è che già alla vigilia della guerra il gruppo riformista non aveva più la maggioranza, e il sindacato nel dopoguerra procedette per conto proprio, con un certo grado di articolazione al suo interno.

    – In quanto alla preferenza di Salvemini per Mussolini e Farinacci al posto delle barbe di Turati e Modigliani, beh… Salvemini aveva ampiamente argomentato la sua posizione eterodossa nel corso dei primi dieci anni del Novecento, ed aveva poi fondato l’Unità facendo gruppo con De Viti De Marco, Pareto e collaborando con La Voce, ben prima che Mussolni tirasse fuori la camicia nera. L’interesse di Salvemini per Mussolini non ebbe certo la portata di una svolta.
    L’approccio salveminiano si fondava su una questione di diritti, di modi della politica, di analisi a livello economico… non aveva molto a che fare con “irrequietezze piccolo borghesi” e simili. Anzi, quella è più una roba da rivoluzionari russi o pseudo tali, da sindacalisti rivoluzionari, da mussoliniani… e Salvemini non era uno di questi.

    – Tutto il discorso sulle paure di farsi superare non si regge solo, e tanto, su presupposti di natura identitaria e ideologica. Cofrancesco cita prima De Martino e poi Amato (e ci sono dei begli anni di mezzo fra l’esordio del primo e del secondo), ma dimentica gli anni sessanta, e tutto il lavoro di grande progettualità con cui il partito socialista si presentò all’appuntamento col centrosinistra. Perchè poi, al di là delle questioni ideologiche e dei dibattiti fra intellettuali, si andava anche in parlamento, e i socialisti ci andavano con tante proposte di un certo tipo, quelle proposte che, applicate blandamente rispetto ai progetti socialisti, hanno comunque cambiato l’Italia. Qualcuno lo ha chiamato “riformismo”. Inutile soffermarsi su quel che facevano i comunisti nel frattempo. Anzi no, soffermiamoci:

    – A proposito di cooperative, leghe e federazioni sindacali, anche Cofrancesco, in robusta compagnia, si dimentica di citare il fatto che i comunisti, dal 45 in poi, utilizzarono il metodo stalinista e i rubli di Mosca per buttare fuori i socialisti dalle organizzazioni dei lavoratori, o metterli in minoranza, o renderli economicamente dipendenti. Sta qui la paura di farsi superare!!!! I socialisti trovarono alla loro sinistra tanto allievi del comunismo sovietico quanto intellettuali e quadri provenienti dal partito nazional fascista… per di più con le tasche piene… avrei avuto paura anch’io! Craxi lavorò proprio in quel senso: la sua sacrosanta fissa sull’indipendenza economica del partito fu la conseguenza dei rospi che dovettero ingoiare i socialisti come suo padre o quelli come lui in gioventù. Oltre alle ricerche sul movimento dei lavoratori nel secondo dopoguerra, niente meglio dei risultati elettorali del 45-48 testimonia l’occupazione da parte del PCI della struttura socialista.

    -In quanto al “movimentismo tattico”, tale interesse nei confronti della sinistra extraparlamentare era dovuto al semplice fatto che essendo appunto il socialismo aperto e flessibile, non dogmatico, laico, si individuavano in tali tendenze, o in alcune di esse, forze vive della società, che se opportunamente coltivate avrebbero potuto fornire contributi importanti. In alcuni casi non accadde, in altri sì. L’innesto craxiano degli esponenti della sinistra extraparlamentare nel PSI diede luogo a uno degli elementi più interessanti del craxismo, ma non fu un caso. L’operazione craxiana fu in perfetta continuità con la tradizione plurale del socialismo che, lungi dall’essere stata un disvalore, ha costituito un tratto irrinunciabile di democrazia e di apertura, di cui i socialisti sono sempre andati ben più fieri di quanto non possano essere stati affascinati o infatuati dall’ordine dei reggimenti comunisti, tanto disciplinati quanto sempre, cronicamente, in costante ritardo.

    Per quanto riguarda “il dopo”, credo anch’io che non ci sia stato un “dopo”: il socialismo è finito nel 94. Negli ultimi due o tre anni, si è aperto qualche spiraglio per riprendere una storia troncata da un colpo di stato, ma le cose sono andate male causa inesistenza di un ceto politico degno di questo nome, e quindi è inutile stare a ragionare su quello che hanno fatto i Boselli e i Villetti per mera autoconservazione.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here