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L'analisi

#RestiamOccidentali, per favore

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Esiste una norma che sia applicabile ad un caos, ad un caos del tutto arbitrario, come forse più di un virus non vi è? Per «restare occidentali», e non buttare al macero secoli di dottrina e filosofia politica, a questa domanda, anche da un punto di vista giuridico, dovremmo una risposta. A meno che il mainstream culturale non ci abbia già assopiti verso una deriva cinese. «Sovrano», ci ha insegnato Carl Schmitt, «è chi decide sullo stato di eccezione»: e, senza dubbio, con i giorni drammatici che l’Italia sta vivendo per l’infezione da coronavirus, ora vi è sia qualcuno che sta prendendo decisioni di portata inaudita, sia, ancor di più, l’eccezione. Gli intellettuali, i filosofi, i costituzionalisti, gli scienziati della politica, in Italia oggi stanno tacendo (salvo poi intervenire nei prossimi mesi, quando e se l’emergenza sarà passata), per lasciare spazio ai nuovi sacerdoti del sapere: i tecnici, nel caso i virologi, gli epidemiologi. Insomma, i cosiddetti esperti. Nella stanza dei bottoni, dunque, gli scienziati, che hanno scavalcato la politica, senza che si sia aperto un dibattitto sulla sovranità, sul suo concreto impiego, cioè su «chi in caso di conflitto decide dove consiste l’interesse pubblico o statale, la sicurezza e l’ordine pubblico, le “salut public” e così via», direbbe Schmitt oggi. Si dirà: non c’è tempo per la discussione, le decisioni vanno prese immediatamente, hic et nunc: in gioco ci sono delle vite umane. Ed è vero, oltre che giusto. Ma allora la “scoperta” giuridico-filosofico-politica del repentino che fa irruzione nel tran tran dell’ordinario ci mostra che il fondamento della democrazia liberale, così come la pubblicistica degli ultimi decenni l’ha raccontata, è basata su un’argilla spirituale. Nessuna meraviglia, pertanto, se il «dispositivo» che si è innescato, ha incontrovertibilmente evidenziato che un limite, da parte di «chi» (o il «cosa»), o è molto labile, o non vi è affatto. Si tratta di quella filosofia che pensa per valori, nel senso che vale solo ciò che vale – ciò che garantisce la realizzazione di questo o di quell’obiettivo – e scarta tutto ciò che nega questo valore, questa ipotizzata idea da materializzare. Una razionalizzazione suprema dell’essere, in cui, però, non si esclude che un giorno, un altro principio possa scavalcare, in quanto a «valore», quel tale principio fino ad allora, come affermano gli esegeti dell’assoluto, ritenuto «non negoziabile».

Dietro l’angolo, non solo, da sempre, è continuamente spuntato chi si sia dichiarato «più uguale degli altri», ma secondo questo assioma non si potrà escludere che il tempo tirerà fuori dal cilindro «principî più valorosi di altri principî». Il tutto senza un limite al potere, e, soprattutto, senza stabilire il «chi». Anche perché, nel caos, è anche difficile rispondere all’obiezione che pone la questione sull’eccezione: se è un’eccezione, è anche logico e scontato che essa non possa essere ricompresa in un quadro giuridico già stabilito. Come potrebbe esserlo, essendo un’eccezione? Qui, però, rientra in gioco la riflessione sull’essenza dell’occidente, che non può non chiedersi su quale presupposto realizzare la privazione, la restrizione dei principî di libertà. In queste settimane si parla di ciò che si può fare e di ciò che non si può fare, in uno squilibrio eccezionale nel rapporto – dato fino a ieri per scontato – tra le libertà positive e quelle negative, adesso quasi tutto a favore delle prime. I fautori e sostenitori razionalisti, cosa rispondono alla domanda che chiede quale sia la radice da cui può germogliare una «sospensione» dei diritti? Il diritto contempla, in sé, il diritto di sospendersi? Se sì, come? La razionalizzazione senza limiti del tutto, che ha presa la forma della tecnica – in tutti i campi, non esclusi la filosofia e la giurisprudenza – è riuscita a ricomprendere in sé anche l’eccezione, quell’eccezione che ora si presenta sotto la forma di una corona? Inutile replicare che l’essenza dell’eccezione sia proprio questa, mistificare l’unità e l’ordine precostituito. La normalità. Così facendo, il «controllo» dell’eccezione continuerebbe a sfuggire. La risposta va trovata non nell’esasperare il già iper-razionalistico sistema giuridico, ma casomai nel prendere consapevolezza del limite della ragione che si infrange nell’esperienza, entro la quale, come in un rovesciamento, l’eccezione diventa la regola. Oppure forse è proprio il fatto di possedere una corona, che la sovranità è passata a qualche unità biologico-molecolare? Magari anche con gli occhi a mandorla? Così, sic et simpliciter, senza più neanche porci le questioni, per noi occidentali, vitali. In senso lato.

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