Retroscena dalla campagna di Libia: la disputa sulla catena di comando
26 Marzo 2011
Quando Nicolas Sarkozy, prima dell’inizio del vertice di Parigi dello scorso 18 marzo aveva accolto Hillary Clinton e David Cameron scendendo la scalinata dell’Eliseo e andando sorridente loro incontro e obbligando tutti gli altri a salire la gradinata per andarlo ad ossequiare, già aveva fatto capire al mondo intero chi avrebbe comandato l’operazione che da lì a poche ore sarebbe iniziata in Libia.
Alla fine della riunione Silvio Berlusconi, parlando ai giornalisti, aveva accennato al comando di Napoli Capodichino, che sarebbe stato già pronto a coordinare le operazioni militari. Le dichiarazioni del premier, però, costituivano non una certezza ma un auspicio, basato sul buonsenso e sulla geografia del comando NATO di Napoli, situato in posizione strategica sulla sponda nord del Mediterraneo, perfetto per gestire le operazioni sulla sponda sud del “Mare Nostrum”, anzi del “Mare Lorum”, e poi vedremo perché.
A Napoli, infatti, e per la precisione a Bagnoli, è ubicato il Comando Congiunto Alleato Sud della NATO, fratello di quello che guarda a Nord e che sta a Brunssum in Olanda, entrambi dipendenti dal Comando strategico operativo di Mons, presso Bruxelles. Questo comando Sud, multinazionale e interforze, qualunque sia il suo nome che negli anni è mutato più di una volta, è sempre stato appannaggio di uno statunitense, considerato che da esso dipende la Sesta Flotta americana e che gli USA non la metterebbero mai sotto comando altrui. Anche oggi questo comando di Bagnoli è affidato ad un ufficiale americano a quattro stelle, nella fattispecie l’ammiraglio Samuel (Sam per gli amici) J. Locklear III. Da lui dipendono tre comandi a tre stelle “di componente”, ovvero composti da una sola forza armata ma sempre multinazionali: uno navale nell’isola di Nisida, uno aereo a Smirne in Turchia e uno terrestre a Madrid, nessuno dei quali ha nulla a che vedere con le operazioni in corso in Libia.
Il tricipite Ammiraglio Locklear, però, ha anche due altri cappelli, e precisamente quello di comandante delle forze navali USA in Europa e quello di comandante delle forze navali statunitensi in Africa. In quest’ultima posizione dipende dal neocostituito Africom, il comando USA per l’Africa, che ha sede nientemeno che a Stoccarda e che è nelle mani del Generale, ovviamente USA, Carter F. Ham. Ecco dunque che la nebbia comincia a diradarsi: il comandante supremo dell’operazione è il Generale americano Ham e l’Ammiraglio USA Locklear è il comandante “sul campo” dell’operazione “Odyssey Dawn”, alba dell’odissea, quella che fin dall’inizio è stata tradotta male in “odissea all’alba”.
Ma questo nomignolo caratterizza solo la componente americana dell’operazione di attivazione della Nfz, ogni altro paese inventerà, more solito, un proprio nickname, tanto per elevare il livello di confusione e ambiguità. E gli altri paesi che sganciano bombe sulla Libia? E’ presto detto: le forze aeree britanniche sono comandate dal centro operativo inglese di Northwood, mentre quelle francesi sono comandate dal centro operativo francese di Lione. Le attività di entrambi questi comandi, però, sono coordinate dal comando USA per l’Africa di Stoccarda (ma solo coordinate, non comandate, dato che i Francesi sono un po’ riluttanti a farsi comandare da strutture americane o dell’Alleanza atlantica).
Spiace deludere chi credeva che l’Italia potesse giocare un ruolo determinante. Il comando di Napoli è interessato, almeno per ora, molto relativamente e solo nella sua componente americana, non in quella NATO (il coinvolgimento della quale è stato finora escluso dai pareri contrari di Francia e Turchia, per ragioni diverse) e tantomeno italiana. Dire che la no-fly zone è comandata dall’Italia sarebbe come affermare che “Alba dell’odissea” è comandata dalla Germania, solo perché Stoccarda si trova casualmente là.
La catena di comando e controllo è una cosa seria, deve essere definita prima di qualsiasi operazione e deve essere possibilmente collaudata e quanto più possibile semplice e corta, ovvero col minor numero possibile di livelli coinvolti. In caso contrario si va incontro a disastri.
La storia è ricca di esempi di catene di comando errate. Basterebbe evitare gli errori del passato. In Somalia e in Bosnia, ad esempio, era stato adottato il sistema farraginoso della “doppia chiave”, con la contemporanea esistenza di catene parallele nazionali e ONU come in Somalia o NATO e ONU come in Bosnia. Per colpire un obiettivo dovevano essere d’accordo entrambe: sia l’iperveloce NATO che la superlentissima ONU. Entrambe le esperienze furono fallimentari. In Kosovo si fece la “guerra per comitati” che si rivelò estremamente dispendiosa in termini di tempo ed efficacia e che tanto fece imbestialire gli Americani che in seguito (vedasi Afghanistan e Iraq) non vollero più saperne e fecero da soli o quasi.
Stavolta in Libia siamo riusciti a fare ancora peggio. Prima si è aspettato colpevolmente un mese dando tempo a Gheddafi di riprendersi quasi tutta la Libia, poi si è fatto tutto in fretta e furia perché i Francesi anelavano a sparare il primo colpo, realizzando così un poco invidiabile primato: per la prima volta si è andati in guerra senza una catena di comando predefinita. Successivamente è stata adottata quella sopra descritta. Poi l’Italia, sentendosi trascurata, ha preteso inutilmente che venisse tirata in ballo la NATO, solo per poter coinvolgere Napoli e per potere ambiguamente sostenere che l’Italia aveva un ruolo irrinunciabile. Il tutto dimenticando che nell’Alleanza le decisioni si prendono all’unanimità e che basta il parere contrario dell’ultimo arrivato perché non se ne faccia nulla.
Ma la madre di tutte le ragioni che sconsigliano un impegno in prima persona della NATO è una altro. Se l’Alleanza dovesse malauguratamente assumere un ruolo di primo piano in questa faccenda, sarebbe la prima volta nella storia che la NATO bombarda i musulmani. Apriti cielo, sarebbe la conferma del deprecato “scontro di civiltà”. Finora la NATO, quando si è mossa davvero, lo ha fatto per difendere i musulmani, non per bombardarli. Esistono almeno cinque precedenti: due operativi, uno addestrativo, uno umanitario e uno di ricostruzione e stabilizzazione. Esempi operativi: nel 1995 e nel 1999 la NATO ha fatto guerra ad un ente cristiano-ortodosso (con venature comuniste-criminali), quello di Milosevic, che brutalizzava i musulmani di Bosnia e del Kosovo. Esempio addestrativo: la “NATO training mission” a Baghdad per l’addestramento degli ufficiali del nuovo esercito irakeno. Esempio umanitario: l’intervento della “NATO Response Force” in aiuto ai terremotati pakistani. Esempio ricostruttivo-stabilizzatore: quello della missioni ISAF in Afghanistan. E dopo tutti questi sforzi immani qualcuno vorrebbe dilapidare tutto instaurando la prima missione NATO di bombardamento di un paese musulmano? E per giunta proprio nel momento storico in cui il Segretario Generale dell’Alleanza viene dalla Danimarca, il paese delle famose vignette sataniche su Maometto? Chi vuole veramente tutto ciò, si faccia avanti.
Infine, mentre i nostri aerei partivano da Trapani-Birgi, volavano sulla Libia e tornavano a casa dicendo “abbiamo solo dato un’occhiata”, è stata fatta la mossa peggiore, lanciando agli alleati una minaccia gratuita e velleitaria: “se il comando non passa alla NATO, l’Italia farà da sola e creerà la propria catenella di comando nazionale per gestire gli assetti propri e le sue sette basi”. Oltre che gratuita e velleitaria, la mossa è anche inutile, visto che delle sette famose basi solo due (Sigonella e Aviano) sono utilizzate dagli Americani. Ottimo sistema per farsi tacciare di tradimento da Tripoli e al tempo stesso farsi guardare con malcelata stizza da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, che -non dimentichiamolo- sono tre potenze nucleari, sono tre membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU e sono anche in grado di fare tutto senza di noi.
