Ricerca. Italiani scoprono la chiave dell’efficacia di un farmaco contro il cancro

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Ricerca. Italiani scoprono la chiave dell’efficacia di un farmaco contro il cancro

01 Dicembre 2009

È in grado di imitare il comportamento di una proteina endogena che provoca naturalmente la morte cellulare. È la chiave che rende efficace uno dei farmaci chemioterapici più usati, il Paclitaxel, scoperta da un gruppo di ricercatori dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma in collaborazione con i colleghi del Centro nelle scienze biomediche Giovanni Paolo II della Cattolica di Campobasso.

Uno studio che si è meritato la copertina di un numero della rivista "Cancer Research", e che potrebbe aiutare ad individuare nuove armi contro il cancro. In un quarto di tutte le terapie chemioterapiche cui si sottopongono migliaia di pazienti ogni giorno è presente una sostanza che si chiama Paclitaxel. Come accade per molti farmaci, finora non si conosceva esattamente quale fosse il funzionamento molecolare di questa sostanza e quindi la ragione profonda che sta alla base della sua efficacia. Ciò che era noto era che il Paclitaxel interagisce con i microtubuli, le strutture che costituiscono lo ‘scheletrò della cellula. Questa interazione, che avviene in una fase ben specifica della vita cellulare, è in grado di far scattare l’apoptosi, quel meccanismo cellulare che porta alla morte della cellula. E la morte della cellula tumorale è proprio l’obiettivo della chemioterapia.

Cristiano Ferlini, Giuseppina Raspaglio, Simona Mozzetti, Daniela Gallo e Giovanni Scambia, assieme ai colleghi di altre università, hanno sostanzialmente scoperto che il Paclitaxel causa un effetto che imita un meccanismo naturale delle cellule, e che è quello provocato dalla proteina Nur77. "Tecnicamente – spiega Cristiano Ferlini – si dice che il Paclitaxel è un peptidomimetico. Si tratta cioè di una sostanza che imita qualcosa che è già presente nelle cellule dei mammiferi superiori. In pratica ci siamo accorti che è come se nella cellula ci fossero due serrature molecolari identiche, e abbiamo quindi dedotto che ci dovesse essere un’unica chiave". Questa importante scoperta teorica ha dei risvolti concreti molto importanti. "In primo luogo – dice Ferlini – dato che quello di Nur77 è un programma endogeno, come per ogni processo cellulare, esiste anche un processo antagonista, orchestrato da un altro gene. Dunque, quando questo processo che si oppone all’apoptosi naturale delle cellule è attivo, neanche il farmaco esterno può funzionare".

"Questo risultato – dice Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento tutela e salute della donna e della vita nascente del policlinico Gemelli – apre la strada a un utilizzo selettivo delle terapie contenenti il principio attivo del farmaco solo per quei pazienti in cui questi meccanismi antagonisti non siano attivi. Inoltre così stiamo di fatto aprendo la strada a una nuova generazione di farmaci capaci di aggirare queste inibizioni". Ma non basta. "La struttura del Paclitaxel è baccatinica, cioè il suo scheletro è basato su sostanze che si ricavano dall’albero Taxus baccata, cioè il tasso. La scoperta – conclude il ricercatore – rende possibile studiare altri modi per costruire una molecola altrettanto efficace".