Ricordare Bruno Leoni a 40 anni dalla morte

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Ricordare Bruno Leoni a 40 anni dalla morte

30 Novembre 2007

Spesso i convegni rispondono a logiche convenzionali, a riti un poco stantii, e ciò è particolarmente vero quando sono organizzati in occasione di anniversari. Non è però questo il caso della giornata di studi su Bruno Leoni che si terrà sabato 1 dicembre al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, vicino a Torino. E le ragioni sono presto dette.

Quando morì in circostanze tragiche, il 21 novembre 1967, Leoni era un intellettuale assai apprezzato all’interno del mondo accademico italiano e anche negli ambienti del liberalismo internazionale (tanto più che era stato segretario e poi presidente della Mont Pèlerin Society, l’associazione degli studiosi liberali costituita per iniziativa di Friedrich von Hayek nel 1947). Divenuto professore di filosofia del diritto a Pavia ancora molto giovane, aveva assunto la presidenza della facoltà di Scienze politiche e nel 1950 aveva fondato la rivista accademica “Il Politico”, con la quale aveva avviato un’opera formidabile di ricerca intellettuale e di promozione delle idee liberali. Ma il suo essere un acerrimo difensore della proprietà privata e del mercato lo aveva collocato in una posizione ideologica parecchio anomala. Dopo la sua scomparsa, così, la cultura italiana parve quasi dimenticarsi di lui.

Poliglotta, amico di alcuni tra i maggiori intellettuali del tempo e ferratissimo in varie scienze umane, Leoni si era trovato a vivere in una condizione di “inappartenenza intellettuale”, poiché a molti doveva certo apparire strano questo filosofo del diritto (già allievo di Gioele Solari) che però studiava e investigava con passione la teoria economica, la politologia, la storia del pensiero, la metodologia, e che dall’incrocio di queste discipline sapeva trarre le premesse per una durissima requisitoria contro il potere statale, approdando a un individualismo integrale che non aveva paragoni nel quadro europeo e che faceva apparire lo stesso liberalismo einaudiano come una forma di compromesso tra la Realpolitik e le ragioni della libertà.

Per tutte questi motivi quella di Leoni fu quindi un’eredità scomoda, che quasi nessuno volle accettare.

Di lui si ricordarono a lungo, certamente, gli amici liberali e libertari d’oltre Oceano, dove il suo testo maggiore (Freedom and the Law, del 1961, ma frutto di lezioni tenute a Claremont nel 1958) venne stampato e ristampato anche successivamente. Il risultato è che oggi è difficile pensare a cosa sarebbe stata la teoria liberale del diritto senza il contributo di Leoni: dato che a lui si deve non solo la “conversione” di Hayek dalla legge scritta al primato del diritto evolutivo, ma anche e soprattutto una riflessione molto attenta a ricercare un diritto plurale e imprenditoriale, in grado di coniugare giurisprudenza, dottrina, consuetudine, ecc. Gli importanti studi di Bruce Benson, ad esempio, sono in tal senso molto debitori nei riguardi del pensatore torinese.

In Italia si ricordò di Leoni qualche allievo e in particolare fece tesoro di tale insegnamento Mario Stoppino. Scienziato della politica, Stoppino ha interpretato un liberalismo realista che appare molto legato alla lezione dell’autore delle Lezioni di dottrina dello Stato (del 1957), e in cui la grande scuola italiana dell’elitismo viene ricollegata alle proprie radici anti-stataliste: basti pensare a talune pagine del giovane Pareto. Nel 1980, è quindi proprio Stoppino a prendere l’iniziativa di pubblicare in volume alcuni tra i saggi più importanti di Leoni. Quel testo (Scritti di scienza politica e teoria del diritto, apparso da Giuffrè e che ora sta per essere ripubblicato da Rubbettino) è stato per anni l’unico strumento nelle mani di un lettore di lingua italiana che volesse avvicinare il pensiero leoniano.

Le cose iniziano a cambiare nel 1994, quando su sollecitazione di Raimondo Cubeddu l’editore Aldo Canovari – proprietario delle edizioni Liberilibri di Macerata – traduce La libertà e la legge. È solo l’inizio di un lungo percorso che vede poi uscire varie antologie (per iniziativa di Ideazione, Società aperta e Rubbettino) e che infine favorisce la pubblicazione delle importanti Lezioni di filosofia del diritto (del 1959) e delle Lezioni di dottrina dello Stato. Nel frattempo di Leoni ci si accorge pure in altri paesi (edizioni di Freedom and the Law sono uscite in Francia e Repubblica ceca, dopo che si erano avute varie edizioni in spagnolo), mentre compaiono anche talune corpose monografie.

Non c’è dubbio: oggi Leoni è stato sottratto da quella condizione di marginalità in cui una diffusa cultura anti-liberale l’aveva a lungo confinato. L’esistenza stessa di un istituto che porta proprio il suo nome aiuta a creare interesse intorno allo studioso torinese. C’è però anche e soprattutto altro che può aiutarci a spiegare le ragioni di questa “Leoni Renaissance”.

Se La libertà e la legge appare oggi un libro assai più fresco e attuale di molti dei volumi – pure nel passato tanto studiati – scritti da Norberto Bobbio, ciò si deve soprattutto al fatto che il normativismo si trovava perfettamente a proprio agio in un universo culturale affascinato dallo Stato moderno e dalle sue logiche. Per le culture dell’Europa continentale, essenzialmente chiuse entro sistemi giuridici eminentemente nazionali, era assai naturale l’incontro con il positivismo giuridico di Hans Kelsen e di quanti avevano sposato le sue tesi.

Ma come rileva perfino – e con grande apprensione… – Eric Hobsbawm nel suo ultimo libro, La fine dello Stato, oggi viviamo in un fase in cui il consumatore parrebbe prendere sempre più piede sul cittadino-elettore. Nonostante le prediche di qualche colbertista attardato, i mercati iniziano ad aprirsi, creando culture ed economie sempre più internazionali. Esistenze e storie che un tempo erano tra loro molto lontane oggi si incrociano quotidianamente, così che quanto succede a Shangai non è per nulla esotico ai nostri occhi, ma riguarda direttamente la nostra vita come mai era successo prima. Il prezzo della benzina, la qualità della tecnologia che utilizziamo e la stessa possibilità di un futuro sono in larga misura collegati a ciò che accade entro quel mondo, ambiguamente sospeso tra comunismo e mercato.

Ma una società tanto internazionale è obbligata a mettersi sulle tracce di un diritto analogamente aperto, flessibile, negoziato. In questo senso, la teoria del diritto come pretesa individuale formulata da Leoni in alcuni suoi fondamentali scritti mostra allora una stretta attinenza con le sfide che siamo chiamati ad affrontare, ora che una parte crescente della nostra vita si trova in spazi esterni al dominio dell’antica “piramide” statuale.

Per inciso, nel suo anticipare i tempi Leoni era stato anche un curioso cultore della civiltà cinese: dall’arte al confucianesimo. Ma ai nostri fini è soprattutto importante sottolineare come le sue tesi  su un diritto “vivente” (flessibile, negoziato, più da scoprire che da fabbricare, dipendente dalle scelte e dagli interessi dei soggetti di mercato) abbia molto da dire in questa nostra epoca globalizzata, in cui tutti siamo costretti a riscoprire la saggezza della lex mercatoria e la totale inadeguatezza dei vecchi parlamenti deliberanti.

Quando difendeva le ragioni del mercato e della proprietà nell’Italia del centrismo e del centro-sinistra, declinante sempre più verso prospettive interventiste, Leoni fu tra i pochissimi (insieme a Luigi Sturzo e pochi altri marginali) che si oppose alla moda. Ora però il vento sta cambiando ed è per noi più agevole scoprire quanto egli fosse nel giusto quando avversava le riforme agrarie, il piano-Fanfani, il fiscalismo di Vanoni, l’Eni di Mattei, l’urbanistica di Stato, e via dicendo. (Su questi temi Leoni scrisse eccellenti corsivi per il 24 Ore, ora raccolti in volume pubblicato da Rubbettino con il titolo Collettivismo e libertà economiche).

Le celebrazioni torinesi di questi giorni, allora, sono un altro segno di come il pensiero liberale e libertario di Leoni sia stato in grado di progredire nel corso degli ultimi vent’anni. Dopo il lungo inverno degli statalismi di ogni tipo, la crescente attenzione a Leoni e alle sue idee attesta che è sempre legittimo mantenere l’ottimismo e sempre necessario mettersi al servizio delle buone idee.
Organizzato dall’Istituto Bruno Leoni, il convegno “Le ragioni del diritto. Convegno di studi su Bruno leoni, a quarant’anni dalla scomparsa” sarà aperto alle ore 9.00 dai saluti di Didi Leoni e di Carlo Calmieri. Interverranno quindi Antonio Masala, Tom Palmer, Juan Ramon Rallo, Raimondo Cubeddu, Enrico Colombatto, Richard Epstein, Piero Ostellino, Andrea Simoncini, Frak van Dun, Lorenzo Infantino, Vincenzino Ciamarelli, Randy Barnett, Carlo Lottieri e Joseph Pini.

L’incontro si tiene a Moncalieri (Torino), al Collegio Carlo Alberto (in via Real Collegio, 30). Ulteriori informazioni sono reperibili a questo indirizzo:

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?title=yes%26codice=0000002028