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Ricordare Moro per dimenticare Moro

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Non sempre gli anniversari sono un buon viatico alla comprensione degli avvenimenti politici. L’articolo di Quagliariello (Moro e la transizione italiana) pubblicato su L’Occidentale del 1 giugno lo dimostra. A trent’anni dalla tragica scomparsa è sicuramente un’operazione doverosa e giusta approfondire l’operato dell’uomo politico pugliese, comprendere meglio il senso e il significato della sua azione pubblica. Si tratta, infatti, di uno dei principali uomini politici italiani di questo dopoguerra, uno dei due cavalli di razza della Democrazia cristiana nella fase postdegasperiana.

Tuttavia non bisogna mai dimenticare che altro è il giudizio storico, altro è l’apprezzamento politico attuale. Certo, la terza fase della democrazia italiana (la formula sintetica con la quale Moro riassumeva il proprio progetto politico alla metà degli anni settanta del secolo scorso) prevedeva come esito finale una democrazia compiuta. Cioè, un sistema politico baricentrato su di una destra e una sinistra entrambe pienamente legittimate a governare il paese e capaci di animare una dialettica democratica "normale". Tuttavia il disegno politico di Moro scontava alcune pericolose aporie di fondo di cui il leader democristiano non fu mai pienamente consapevole. Aporie su cui non è opportuno glissare, magari per rispetto alla memoria di un martire della violenza terrorista, pena l’incomprensione di quanto accaduto in quella oramai lontana stagione e poi nei decenni successivi.

Il maggior difetto della strategia morotea era quello di rimanere prigioniera degli equilibri politici dati. I grandi partiti di massa erano per lui l’orizzonte necessario di qualunque progetto politico. Un difetto inevitabile si dirà. Una regola di condotta sempre valida è quella per cui la politica si fa con quello che c’è non con quello che vorremmo ci fosse. Pure, il politico accorto deve saper valutare la utilizzabilità del materiale che ha a disposizione per vedere se esso, buono o cattivo che sia in assoluto, sia plasmabile per i fini divisati. E questo Moro non fu in grado di farlo.

A suo avviso il partito comunista era l’interlocutore necessario per allargare la base di consenso della democrazia italiana. Portarlo al governo era quindi un passaggio obbligato. Anche ammettendo questo postulato, resta il fatto che il metodo seguito da Moro per inserire a pieno titolo nel sistema di governo il Pci fu del tutto inadeguato. Non venne seguita la strada della sollecitazione ideologica, della sfida delle idee, come tenterà Craxi qualche anno dopo. Al contrario si replicò il sistema delle pause di riflessione, delle attese, della decantazione come si era fatto all’epoca del centro sinistra. Ma, in quel caso il processo di revisione ideologica del Psi, dal 1956 in avanti, c’era stato. E aveva avuto conseguente non indolori, come la scissione del Psiup nel 1964. In tutt’uno l’uomo politico pugliese sottovalutava le radici storico-ideologiche del Pci, un partito che, per quanto moderato nella prassi, rimaneva ancorato nella tradizione della Terza internazionale, quella del rivoluzionarismo fanatico di Lenin prima e del realismo asiatico di Stalin poi. Un partito, insomma, in cui il processo di revisione ideologica si svolgeva con ritmi lentissimi, mediati da una boriosa prosopopea identitaria.

A questa sottovalutazione delle radici storiche del Pci faceva da contraltare una sopravvalutazione delle capacità di tenuta della Democrazia cristiana. Rivendicare il ruolo storico della Dc come insostituibile baluardo di libertà, come fece Moro nel famoso discorso del marzo 1977 sul caso Lockheed, era forse un atto di coraggio. Pure, sottolineare la necessaria centralità democristiana, senza essere capace di promuovere un rinnovamento del partito e una sterilizzazione delle pratiche deteriori che ne innervavano profondamente la pratica di governo e di gestione dell’apparato amministrativo, significava dare una sorta di salvacondotto in bianco all’intero gruppo dirigente dello scudo crociato. In questo modo Moro anziché una funzione di leadership svolgeva, suo malgrado, il ruolo di improprio ideologo del doroteismo.

In definitiva il disegno moroteo, per quanto coerente e ben architettato, scontava una rigidità di fondo. Aveva bisogno, infatti, di quei partiti di massa che nati o ridisegnati nell’immediato dopoguerra stavano oramai stavano per esaurire la loro stagione.

Su un punto forse Quagliariello ha ragione. Se oggi Moro fosse vivo probabilmente non sarebbe scontento del quadro politico delineatosi dopo le elezioni di aprile. Ma, e di questo si può essere sicuri (proprio in nome di quella intelligenza degli avvenimenti che sempre rivendicava), egli capirebbe anche che le indicazioni da lui date e l’azione da lui svolta non sono servite in nulla a disegnare il sistema politico attuale.

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