Home News “Ricostruzione in Abruzzo: c’è chi alimenta polemiche per racimolare voti”

Dopo il passaggio di consegne con Bertolaso

“Ricostruzione in Abruzzo: c’è chi alimenta polemiche per racimolare voti”

Roba da Chiodi. Nel senso di Gianni Chiodi governatore dell’Abruzzo e neo commissario per la ricostruzione dell’Aquila e dell’Abruzzo. Il passaggio di consegne con Guido Bertolaso, c’è già stato e tra una settimana sulla sua scrivania arriveranno anche le risorse necessarie a rimettere in moto una regione e il suo capoluogo devastati dal terremoto. E’ lui l’uomo che dovrà gestire la fase due della rinascita abruzzese, comprese le polemiche e i veleni che dopo la bufera giudiziaria sui vertici della Protezione Civile hanno alzato su L’Aquila “un nuovo polverone alimentato da strumentalizzazioni in chiave elettorale”.  

Presidente Chiodi, qual è il suo compito specifico? E con quali soldi?

Dal 1 febbraio sono commissario per la ricostruzione, entro il 28 la Protezione Civile dovrà provvedere al passaggio di consegne e delle risorse. Il mio compito è portare avanti questa fase con i soggetti attuatori. Due le linee di azione: la ricostruzione di edifici pubblici e l’elaborazione di principi per la ricostruzione privata. In quest’ultimo caso, significa che ciascun cittadino potrà ottenere fondi sulla base dei danni verificati sulla prima casa. Si tratta di fondi pari al cento per cento del valore della prima casa distrutta o danneggiata dal terremoto, dopodiché sarà il privato a scegliere l’impresa cui affidare i lavori. Parte delle risorse verranno infine assegnate ai Comuni.

Quali risorse?

Sto attendendo il computo definitivo. Le risorse sono quelle della legge sull’Abruzzo (articolo 7) e dunque la parte restante dei fondi per l’emergenza e le risorse destinate alla ricostruzione finanziate anche da altre fonti, ad esempio il fondo straordinario presso la Presidenza del Consiglio e il fondo presso il ministero delle Infrastrutture. Per adesso, ci sono già le delibere del Cipe per la ricostruzione per un totale di 4 miliardi e 622 milioni di euro.

Si parla tanto di ricostruzione ma il tema che in questi giorni è tornato centrale è quello dei tempi. Ammetterà che sulla tabella di marcia si sono accumulati ritardi.

La prima fase era quella emergenziale finalizzata ad assicurare un tetto agli sfollati e a riaprire le scuole. E’ stato fatto in dieci mesi, non mi pare si possa parlare di ritardi.

Sì, ma c’è da ricostruire non solo le case definitive e pure un tessuto socio-economico spazzato via dal terremoto.

 Non abbiamo perso tempo. Ci stiamo occupando della ricostruzione privata buona parte della quale può partire. Ci sono già 4500 richieste al Comune dell’Aquila, i lavori sarebbero dovuti partire entro sette giorni ma c’è stato un rallentamento di carattere tecnico.

Perché?

Credo ci sia stata una difficoltà delle imprese a gestire le tante commesse che hanno ricevuto. Accanto a questo c’è la ricostruzione degli edifici pubblici: abbiamo già speso 150 milioni di euro per rimettere a posto le scuole danneggiate dal sisma e costruirne di nuove, nuovi moduli scolastici provvisori che oltretutto sono migliori dei precedenti. Se questa non è ricostruzione… Poi ci sono altri 200 milioni di euro di lavori per la ricostruzione degli edifici pubblici strategici, ad esempio il Tribunale dell’Aquila al quale sono stati destinati 30 milioni di euro. Certo, c’è ancora molto da fare ma nessuno ha mai pensato di riuscire a fare tutto in dieci mesi. Mi domando come si faccia a dire che siamo in ritardo.

Resta il fatto che ci sono ancora 1500 persone fuori casa come ha dichiarato il sindaco Cialente.

Sono persone alloggiate negli hotel il cui costo di soggiorno è interamente sostenuto dallo Stato, mentre altri hanno deciso autonomamente per una sistemazione diversa. Questi ultimi ricevono un contributo mensile.

Sì, ma cosa intendete fare per restituire loro una casa?

Non è compito mio. Io ho la delega alla ricostruzione, quella per le case è in capo alla Protezione Civile e al vicecommissario alla ricostruzione che è il sindaco dell’Aquila, Cialente.

C’è poi il problema del centro storico ancora off-limits.

E’ una questione complessa. La legge prevede che i sindaci facciano i piani di ricostruzione. Ricordo che in totale sono cinquanta i comuni impegnati su questo fronte ed è chiaro che alcuni sindaci hanno bisogno di un tempo maggiore per approntarli, anche perché necessitano di una struttura tecnica di supporto di cui magari non tutti dispongono. Noi abbiamo una struttura tecnica di missione, composta da trenta soggetti che mettiamo fin da ora a disposizione di tutti i sindaci per sostenerli in questo compito. C’è inoltre da considerare che i piani di ricostruzione richiedono l’intesa della Regione su alcuni aspetti fondamentali quali le norme antisismiche e più in generale l’armonizzazione degli interventi rispetto al contesto ambientale nel quale sono inseriti. Su questo siamo pronti: nei prossimi giorni presenterò le linee guida per la ricostruzione dei centri storici. Al netto della complessità della questione che nessuno nega, andrebbe però tenuto nella giusta considerazione quanto finora è stato fatto e in meno di un anno dal sisma. Invece, noto che su L’Aquila si sta nuovamente alzando un polverone di polemiche e credo che buona parte delle ragioni siano riconducibili al tentativo di strumentalizzare politicamente questa fase, in vista delle elezioni per la Provincia dell’Aquila.

Vuol dire che la protesta delle chiavi ha connotazioni politiche?

No, non leggo assolutamente così la manifestazione di domenica scorsa. E’ stato un momento aggregativo in una situazione difficile. Tuttavia sono certo, avendoli visti, che tra coloro che manifestavano legittimamente e in assoluta buona fede c’erano anche molti militanti politici. Ma c’è un altro aspetto che mi sorprende…

Quale?

Quando c’è stata la cerimonia del passaggio di consegne con la Protezione Civile alla presenza del premier Berlusconi tutte le istituzioni locali, con in testa il Comune dell’Aquila e la Provincia, magnificarono l’operato del governo e di Bertolaso. A distanza di pochi giorni sono le stesse istituzioni che vanno a mettere le chiavi e a protestare sapendo benissimo come del resto era ed è chiaro a tutti, che per ricostruire il centro storico della città ci vorranno dieci anni. Dire ora che su questo siamo in ritardo mi sembra quanto meno paradossale, dovremmo valutarlo più avanti non certo nella fase di partenza.

Il centro storico è ancora invaso da cinque milioni di tonnellate di macerie. C’è il problema oggettivo di come rimuoverle, per Cialente la vera priorità è questa. Cosa risponde?

Ritengo ci sia stato un errore di fondo che riguarda la classificazione delle macerie come rifiuti solidi urbani. Su questo i sindaci sono in difficoltà anche perché ci sono normative europee molto feree e cavillose che non possono essere derogate. Nel decreto del luglio scorso, la competenza è stata assegnata al commissario con delega all’emergenza autorizzato a individuare siti di stoccaggio e a provvedere alla rimozione delle macerie con la possibilità di avvalersi dell’Esercito e dei Vigili del fuoco.

Bertolaso ha spiegato che gli enti locali non erano d’accordo.

Può darsi che gli enti locali gli abbiano manifestato un parere diverso e magari lo stesso Bertolaso non abbia voluto forzare in questo senso.

Ora la “pratica” è passata a lei, come intende gestirla?

Il punto centrale resta l’impossibilità di derogare alle normative europee. Intendo sollecitare e coinvolgere il ministero dell’ambiente e attraverso questo anche l’Europa. Penso che andrebbe concordata una normativa speciale perché qui ci troviamo di fronte a una situazione straordinaria, non ordinaria e in questo senso ritengo che il coinvolgimento del ministero dell’ambiente sia necessario. Altrimenti, il rischio è che le macerie le togliamo tra dieci anni…

Come valuta la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Bertolaso e che, stando alle inchieste aperte, toccherebbe da vicino anche alcuni appalti per il post-terremoto a L’Aquila?

Per quello che ho potuto costatare, ritengo che tutto sia stato fatto con la massima attenzione possibile e non ravviso atti che abbiano violato le norme vigenti.

Secondo lei l’abolizione della Protezione Civile Spa potrà in qualche modo dilatare i tempi per la ricostruzione?

Indubbiamente il fatto di ritornare a un iter ordinario e non più in deroga comporterà tempi più lunghi per la ricostruzione. Ma il nostro impegno e gli obiettivi che ciascuno per la sua parte si è dato, non cambieranno.

 

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1 COMMENT

  1. Se ne può discutere pacatamente?
    Non so, e non mi interessa, se qualcuno alimenta polemiche sull’Abruzzo “per racimolare voti”, ma non si può negare, del resto, che il governo di Berlusconi ha chiesto ed ottenuto il consenso (per ultimo alle scorse elezioni europee) vantando innanzitutto due meriti: i rifiuti di Napoli e la ricostruzione in Abruzzo. Detto questo vorrei entrare nel merito della questione esprimendo il mio punto di vista. Il centrodestra ha parlato di intervento assolutamente stupefacente per modi e tempi di realizzazione (un “record del mondo”) e l’alternativa era “lasciare la gente nelle tende”. Si è deciso di costruire nuove vere case non moduli provvisori, realizzando veri e propri quartieri residenziali in zone in cui prima non c’era nulla, solo aperta campagna. Non voglio citare dati e cifre (c’è chi li ha calcolati con molta precisione), ma è chiaro che questo intervento di vera ricostruzione è costato tanto, molto di più di soluzioni provvisorie le quali del resto sarebbero state immediatamente disponibili oltre che molto meno costose. Per aspettare le nuove case, infatti, molta gente è dovuta rimanere diversi mesi nelle tendopoli dovendo sopportare gli ultimi rigori primaverili, la torrida afa estiva e i primi freddi autunnali. Se si fosse adottata la soluzione di moduli abitativi provvisori invece la gente non sarebbe rimasta a lungo nelle tende, avrebbe avuto velocemente un alloggio confortevole (ci sono oggi “container” abitativi molto accoglienti) e, soprattutto si sarebbe risparmiato tanto tempo e denaro che poteva essere utilizzato per iniziare a fare ciò che interessa davvero gli aquilani: la ricostruzione della loro città. Questa è ovviamente operazione complessa, lunga e costosissima ma proprio per questo non andava procrastinata e meritava da subito (risolto velocemente il problema di levare la gente dalle tendopoli) il massimo delle attenzioni e delle disponibilità economiche. Del resto, a giudizio di molti e di gran parte degli aquilani, il governo si illude che quelle case un domani comunque saranno utili. Un piano di new towns può essere efficace nei dintorni di una metropoli quando si può creare un domanda di diversa residenza e una spinta al pendolarismo. Nei dintorni di un piccolo centro storico appenninico come l’Aquila la cosa non funziona: nessun anziano ma neanche nessun studente vorrà abitare lì per sempre, anche a costo di attrezzare questi nuovi quartieri, ora “anonimi” e spogli di tutto, di costosissime opera di urbanizzazione secondaria e servizi. Concludendo un altro doveva essere il record del mondo da perseguire: ci vogliono 10 anni per ricostruire l’Aquila? Noi lo faremo in 6-7 e un anno intanto già è andato e le macerie sono ancora lì…

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